Mostre

A Berlino la mostra 2 or 3 Tigers

L’Haus der Kulturen der Welt di Berlino dedica a colonialismo, modernità e media la mostra 2 or 3 Tigers, a cura di Anselm Franke e Hyunjin Kim

Ho Tzu Nyen, One or Several Tigers, 2017 (film still) | Courtesy Ho Tzu Nyen
Ho Tzu Nyen, One or Several Tigers, 2017 (film still) | Courtesy Ho Tzu Nyen

In un periodo nel quale l’asse geopolitico mondiale sembra spostarsi sempre più a Est, l’Haus der Kulturen der Welt ospita la mostra 2 or 3 Tigers, che ripercorre l’immaginario della modernità coloniale e dei suoi miti nazionalistici proprio nel continente asiatico.

A cura di Anselm Franke e Hyunjin Kim, la selezione è basata sulla collettiva Interrupted Survey allestita presso l’ACC – Asia Culture Center di Gwangju in Corea del Sud, che affronta una serie di contraddizioni identitarie e di conflitti post-coloniali da una prospettiva interna.

La tigre, evocata nel titolo in forma plurale ma indefinita, simboleggia lo stato liminale delle zone transitorie sia culturali che geografiche, associata alla mitologia di una natura selvaggia che incontra la civilizzazione; perciò è diventata anche l’emblema del potere nazionale e militare, funzionando da metafora per uno dominio economico che si gioca a livello globale. Questo animale continua ad abitare il pensiero del presente in Asia nel senso profondamente derridiano del fantasma che assedia, ossessionandolo, ogni concetto, un sorta di residuo ancestrale che la razionalizzazione moderna ha dovuto inglobare per poter affermare, paradossalmente, la propria attualità.

L’artista malese Ho Tzu Nyen ha dedicato diverse opere alla tigre, che nel film di animazione One or Several Tigers (2017) diventa il medium attraverso cui raccontare una pluralità di storie liminari, non ufficiali, taciute dal discorso trionfante della colonizzazione inglese.

Ho Tzu Nyen, One or Several Tigers, 2017, synchronzied double channel HD projection, automated screen, shadow puppets, 10 channel sound, show-control system. © the artist. Commissioned by Haus der Kulturen der Welt, Berlin; Supported by National Gallery Singapore
Ho Tzu Nyen, One or Several Tigers, 2017, synchronzied double channel HD projection, automated screen, shadow puppets, 10 channel sound, show-control system. © the artist. Commissioned by Haus der Kulturen der Welt, Berlin;

Gli echi irrisolti della guerra fredda ritornano nei lavori di Yuichiro Tamura e James T. Hong. Il primo colleziona sukajan ovvero i bomber decorati con applicazioni di simboli est-asiatici, in primis il dragone, la tigre o il monte Fuji, che diventarono i souvenir preferiti dei soldati americani stazionati in Giappone negli anni Cinquanta e Sessanta durante la guerra di Corea. Più tardi, tra gli anni Settanta e Ottanta, si affermarono come capo di abbigliamento delle gang mafiose legate alla yakuza fino a raggiungere lo status di articolo cool associato alla moda street style.

Questo scivolamento di significati è avvenuto parallelamente alla ridefinizione di complessi equilibri internazionali a cavallo di tradizione e cultura pop. Si tratta di tensioni che ancora interessano, per esempio, le isole di Sankaku e Dokdo: all’epoca colpite dagli attacchi miliari occidentali, oggi sono contese tra Giappone, Corea, Cina e Taiwan, un conflitto delicato su cui riflette la video-installazione di James T. Hong.

Chia-Wei Hsu, Spirit-writing, produced by Le Fresnoy, 2016, 9:45 min, film still
Chia-Wei Hsu, Spirit-writing, produced by Le Fresnoy, 2016, 9:45 min, film still

IM Heung-soon analizza le metafore del militarismo nazionalista del secondo dopoguerra: i confini del Vietnam rappresentati come un drago sono giustapposti a quelli della Corea in forma di tigre, a richiamare non solo l’integrità territoriale ma anche il mito sciamanico di questo animale che, peraltro, risulta estinto dagli inizi del Novecento, proprio quando la Corea cade sotto la dominazione giapponese.

Un’iconografia che ritorna in occasione della guerra del Vietnam: qui i soldati coreani posano con i corpi delle tigri uccise sul territorio nemico mimando le fotografie che i cacciatori occidentali facevano con le loro prede. Il film di Jane Jin Kaisen e Guston Sondin-Kung riflette, invece, sul traumatismo intergenerazionale da una prospettiva di gender e traccia una genealogia “censurata” di donne: la generazione che nei primi decenni del Novecento fu schiavizzata dalle truppe occupanti giapponesi, le figlie che  diventarono sex-workers per i soldati americani dagli anni Cinquanta, fino alla diaspora femminile di coreane date in adozione altrove nella speranza di costruire un futuro migliore in Occidente, specialmente negli Stati Uniti, luogo mitico dove tutto sembrava possibile.

Park Chan-kyong, Sindoan, 2008, 45 min., film still © Park Chan-kyong
Park Chan-kyong, Sindoan, 2008, 45 min., film still © Park Chan-kyong

Il ritorno del represso come incontro tra una spiritualità ancestrale e le nuove tecnologie digitali è un altro aspetto che accomuna diverse opere in mostra. La video installazione Spirit-Writing di Chia-Wei Hsu registra la comunicazione della divinità cinese Marshal Tie Jia (una rana il cui culto fu cancellato dalla rivoluzione maoista) mentre viene invocata attraverso una sedia divinatoria.

Con il film Sindoan (2008) Park Chan-kyong analizza lo sviluppo storico dello sciamanismo in Corea: dopo decenni di repressione nel nome di un rigore confuciano imposto dall’ideologia coloniale, alcuni antichi rituali sembrano aver trovato un posto nuovo sotto l’attuale occidentalizzazione che però li riconosce soltanto per risignificarli come mere attrazioni turistiche in un contesto di mercificazione e digitalizzazione del misticismo.

Altrettanto contraddittoria è la posizione della cosiddetta Scuola di Kyoto in Giappone a cui l’artista dedica il suo ultimo lavoro: questo gruppo di filosofi che, a partire dal 1913, cominciano a guardare all’occidente per assimilarne alcuni concetti e trovarne un parallelo in oriente, finiscono per affermare la supremazia morale e culturale della tradizione est-asiatica; nel suo nome, infatti, sostengono anche la guerra del Pacifico e l’ideologia colonizzatrice nipponica collocandosi in una posizione ambigua tra nazionalismo e apertura.

Clara Carpanini

2 or 3 Tigers
Haus der Kulturen der Welt, Berlino
Fino al 3 luglio 2017

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