Dall'archivio D'ARS

Across the YOUniverse

SIAMO ARRIVATI A SIVIGLIA GIUSTO IN TEMPO per la chiusura, con una parte delle opere ormai non più funzionanti; eppure è valsa la pena di saltare su un aereo per visitare la Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Siviglia (BIACS3, 2 ottobre 2008 – 11 gennaio 2009), edizione interamente dedicata all’arte legata alle nuove tecnologie e per questo affidata alla curatela di Peter Weibel. La biennale, pensata in modo da far sentire il pubblico come il vero protagonista della manifestazione, presentava all’inizio del percorso espositivo nel CAAC (Centro Andaluso d’Arte Contemporanea) la scritta: You the public are the center of the youniverse, un invito a riscoprire l’esistenza di ognuno e di ogni cosa, in base all’esperienza con ciò che ci circonda – a partire da noi stessi – ma anche a riflettere sul fatto che l’arte non è per la massa ma della massa.

Come sempre l’arte viene impiegata come ponte per veicolare un nuovo sentire e in questa occasione il messaggio, trasmesso da opere per la maggior parte interattive, voleva essere quello di condividere un nuovo assunto secondo il quale non siamo semplicemente in quanto pensiamo e ci muoviamo nel mondo, ma in quanto interagiamo con esso. Un’opera di Stephan Von Huene, ad esempio, la prima che si incontra entrando, ci immerge subito nel clima interattivo della biennale con Greeting: un tamburo sulla cui membrana si proietta la silhouette dello spettatore e su questa viene “battuto un colpo” per chiunque entri nello spazio dell’installazione: il suono della nostra presenza. Ecco allora già con le prime opere, innescarsi una reazione a catena di rivelazioni in cui ci si scopre responsabili di ogni azione e si constata che solo il dialogo tra i soggetti e soprattutto gli ambiti della conoscenza, ci restituisce la consapevolezza del nostro tempo, della nostra condizione naturale di esseri tecnologici, del nostro esistere in quanto cause ed effetti di quanto ci circonda. Alla Biennale di Siviglia dunque si incontra un’arte che riprende con determinazione il dialogo con l’universo della scienza e della tecnologia, dichiarando la loro importanza nel definire quello che stiamo diventando, quello che possiamo essere e aprendo continuamente quesiti che la filosofia e la politica da sole non possono affrontare.

Nam Jun Paik, Partecipation TV, 1969
Nam Jun Paik, Partecipation TV, 1969

Altro importante obiettivo della Biennale era quello di presen tare una mappatura globale di queste pratiche artistiche legate alla sperimentazione tecno-scientifica e di divulgarne la conoscenza ad un pubblico il più ampio possibile. Scopo raggiunto, constatando i tantissimi visitatori registrati da ottobre a gennaio 2009 e gli entusiasmi raccolti, come ci ha raccontato Luis Olivar O’Neill, della Fondazione Biacs, ente promotore della biennale.

L’intera manifestazione era strutturata in quattro sezioni: la prima curata da Peter Weibel, una retrospettiva sulla storia della New media art con opere di autori celebri o importanti per il loro ruolo pionieristico; la seconda, affidata a Wonil Rhee, incentrata sulle ultime frontiere di queste pratiche artistiche legate soprattutto alle innovazioni tecno-scientifiche che pervadono la nostra quotidianità; la terza (intitolata Media Architecture) a cura di Marie-Ange Brayer, un sunto delle ultime frontiere teoriche e tecnologiche nel campo dell’architettura; infine, una quarta sezione che prevedeva l’installazione di opere in siti storici delle città di Siviglia e Granada (città che ha ospitato parte delle esposizioni presso lo storico Palazzo di Carlo V interno al complesso dell’Alhambra) ad indicare la volontà di instaurare un dialogo sia con il passato che con il presente del territorio andaluso.

L’idea infatti è stata anche quella di ambientare una biennale che vuole porre l’accento sull’importanza delle innovazioni scientifiche e tecnologiche nella definizione del nostro ambiente naturale e della nostra cultura, in un territorio, quello dell’Andalusia, che vanta un’importante storia di sviluppo scientifico e industriale, ma anche di incontri tra culture diverse.

Anotnio Barrese, Zeus Playing, 2008
Anotnio Barrese, Zeus Playing, 2008

Affrontando il ricco percorso espositivo (circa 120 installazioni) ci imbattiamo in opere leggendarie, tra cui ricordiamo il video-capolavoro Imagine (1986) di Zbigniew Rybczynski e una delle tante versioni di Partecipation TV (1969) del grande Nam-June Paik. Sorprendente The tree of knwoledge (1997), dello storico video artista Bill Viola, vicino in modo quanto mai poetico allo spirito della biennale. Un lungo e stretto corridoio nero terminava in una stanza buia dove un albero virtuale nasceva, cresceva, produceva frutti mano a mano che il visitatore si avvicinava allo schermo, fino al naturale epilogo della morte nel momento di maggiore prossimità tra lo spettatore e la pianta. Di Viola si conoscono solitamente videoinstallazioni che non prevedono la partecipazione diretta del pubblico. E’ il caso ad esempio della serie di opere esposte nella grande retrospettiva a lui  dedicata al Palazzo delle Esposizioni di Roma (Bill Viola, Visioni interiori) che abbiamo avuto la fortuna di visitare proprio prima di partire alla volta di Siviglia. Opere video pregne di spiritualità e dal forte impatto emotivo che coinvolgono sentimentalmente lo spettatore suscitando sentimenti ancestrali reconditi del nostro essere, ma che non ci chiedono mai di essere attivate, di partecipare alla loro storia come agenti determinanti di differenti epiloghi. The tree of knowledge rappresenta dunque un saggio dei lavori interattivi dell’artista americano non annoverati nell’esposizione romana.

Non poteva mancare Life writer di Christa Sommerer e Laurent Mignonneau, la macchina da scrivere che proietta divertenti insetti-algoritmi sul foglioschermo.

Qualche presenza italiana nella sezione dedicata all’architettura, tra cui spicca il nome di Gianni Pettena, pioniere dell’architettura radicale. Una bella opera di Antonio Barrese Zeus Playing, ci regala la sensazione di camminare attraverso una nuvola carica di energia, quando al nostro passaggio nell’installazione scateniamo una tempesta di scintille che ci avvolge ed elettrizza.

Questa esperienza è stata per noi molto costruttiva provocando un po’ di invidia e sicuramente ammirazione nei confronti di un paese, la Spagna, che ha avuto il privilegio e il coraggio di aprirsi ad un tipo di progresso sociale e culturale che si manifesta in varie direzioni e che le ha permesso di celebrare attraverso le principali istituzioni pubbliche, l’arte legata alle nuove tecnologie.

Confortante e di esempio sia la notizia che il Museo Prado di Madrid, anche se tradizionalmente custode di un glorioso passato artistico, si sta aprendo al futuro attraverso workshop e convegni: “Call for Collaborators – recita il bando diffuso all’inizio di gennaio – Interactivos ’09: garage science. International […] an intensive project development workshop led by Critical Art Ensemble, Julian Bleecker, and Natalie Jeremijenko. Collaborators will participate in the development of selected prototypes, that combine open software, hardware and biology”. Il nostro personale impegno, critico e curatoriale, va certamente in questa direzione, nella speranza che anche il nostro paese sappia aprirsi al nuovo con curiosità e senza pregiudizi.

Martina Coletti, Cristina Trivellin

Related posts