Dall'archivio D'ARS

Adesso è ora che io vada… A Fabrizio De Andrè

perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada,
nella strada per conoscere chi siamo
(…)

G. Gaber, S. Luporini[1]

Un sorriso ironico ci osserva da dietro un carrugio. Ci vede persi tra i vicoli, timidi, ai marciapiedi, lo sguardo sgranato su storie insolite, su carni rumorose. Maldestri e curiosi ci aggiriamo in labirinti dall’odore di pesce; c’è luce e filtra da finestre che danno su piccole e grandi miserie, e il sapore è quello delle cantilene. Ogni tre ami c’è una stella marina/ ogni tre stelle c’è un aereo che vola/ ogni balcone una bocca che m’innamora[2].

Fabrizio de André e Fernanda Pivano, Sala della vita  © Studio Azzurro Produzioni S.r.l. 2008
Fabrizio de André e Fernanda Pivano, Sala della vita © Studio Azzurro Produzioni S.r.l. 2008

C’è un tamburello che ci spinge nel bosco scuro, sotto i ponti, col re dei topi, dietro occhi color di foglia o nel letto di un fiume, in fondo ai segreti degli annegati. All’ombra delle belle passanti o nelle ossa di chi è morto per amore. C’è un gorilla che corre dietro a un giovane giudice e un piccolo impiegato che accarezza il suo ordigno di speranza. Una chitarra, da dietro il carrugio, si fa un po’ più in là, vuol farci camminare ancora qualche metro, conoscere altre facce, annusare altre guerre. Ancora una stazione. E c’è una voce, che ci fa desiderare la strada.

Due canzoni fra le centinaia che scrisse e cantò Fabrizio De Andrè, a dieci anni dalla sua scomparsa segnalano elegantemente una disarmante attualità. Due piste, due fiumi. Forse la giusta e la cattiva strada. Ma a pensarci bene…la strada? È terribile, agghiacciante, annichilente, la strada non c’è più. Quella cantata da Fabrizio De Andrè, quella che prende lo stomaco per le sue meraviglie, per i personaggi che trasudano gioia e incantano di dolore, il luogo in cui si cresce, si conosce, si sperimenta, non la si vede più. De Andrè, Gaber, Vecchioni, De Gregori, Guccini, i cantautori italiani nati negli anni ’40 e nei primi anni ’50, ce l’hanno raccontata. Circhi, carrozzoni, briganti e prostitute, ladri e delinquenti, manifestanti e innamorati, bambini e cercatori di fortuna, soldati e viaggiatori, zingari, migranti, disperati, tutti in piazza, tutti in strada, quello è il luogo in cui venivano ritratti, quello lo spazio che rimane impresso nel’immaginario collettivo, politico e visionario di chi oggi, la strada, non la vede più. La può solo sognare. A mancare, chiaramente, è la strada metaforica, la percezione di un futuro, di un percorso da costruirsi incappando in buche, bivii, autostoppisti, greggi di pecore e il cinghiale che poveretto ti sfascia la macchina ma ci rimette la pelle, e tu ne hai pietà. Non c’è problema, le strade prolificano via internet, ci si conosce tutti; non c’è pericolo, bando alle paure, agli assalti alle diligenze, alle scelte obbligate se prendere per il mare o salire in montagna, oggi tutto ci viene pubblicizzato come il paese dei balocchi, inutile scegliere, fuori moda fermarsi, facciamolo comodamente da casa, illudendoci di avere il mondo in mano, le strade aperte, infinite, tutte percorribili. Che bisogno c’è di scendere in strada se lo spettro dei comportamenti umani ci è pienamente rivelato dalla televisione: dai salotti del Grande Fratello e da quello di Amici; le sfide illustrateci da X Factor e Saranno Famosi?

L’imbruttimento inscatolato è un gas soporifero che i treni non li fa prendere, che la realtà non la fa vivere, solo temere. Le piazze oggi sono virtuali e per quanto gremite, affollate, sono distanti, non calcificano le ossa. Se su facebook ripeschi il passato e controlli i passaggi, chiudi un occhio al destino, a quel che può accaderti senza bisogno di cadere in certezze stantie e in paure paralizzanti. Mille i fattori che oggi ci impediscono di pensare a un futuro, se cuore e cervello sono rassicurati da una tranquillizzante omologazione, da incontri a portata di mano, da piazze in cui non si rischia di incontrare lo storpio, il mendicante, il truffatore, il misterioso prestigiatore, che sono soli come tutti noi, ma chissà che non ci allarghino gli orizzonti con le loro strade reali, misere o affascinanti. Il rischio, oggi, nel vedere strade pulite e nel non considerarle nostre, vive, ci lascia nascosti, privi di anticorpi.

Fabrizio de André durante la tournée con la PFM nel 1979 (foto Guido Harari)
Fabrizio de André durante la tournée con la PFM nel 1979 (foto Guido Harari)

Nel 1990 all’interno dell’album Le Nuvole, Fabrizio De Andrè scrisse La domenica delle salme. L’ingresso trionfante di Gesù a Gerusalemme tra lo svolazzare dei rami delle palme lascia il passo al ritratto di un momento storico, al termine di una storia. Non palme ma salme, ad indicare un corteo festoso, inneggiante al benessere, all’agio, alla tranquillità, ma cieco, pericoloso, avvolto da una nebbia di paillettes che nasconde un feretro e seda il pensiero. Lo incanta al suono dell’eterna giovinezza e la libertà diventa quella di assicurarsi una comoda poltrona da cui vedere il mondo degli sconfitti sporchi e sdentati da dietro uno schermo, in compagnia di quelli come te, sani, fortunati, uguali, poveri da far schifo.

La domenica delle salme nessuno si fece male/tutti a seguire il feretro del defunto ideale/ la domenica delle salme si sentiva cantare quant’è bella giovinezza non vogliamo più invecchiare(…) La domenica delle salme gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia/ la domenica delle salme fu una domenica come tante il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante(…)[3]
Il potere sfila, è un dittatore in carne e ossa che promette democrazia o che si disperde nell’etere, ingolfando canali che potrebbero portare lontano, se percorribili con la testa e con la fiducia di cambiare.

Com’è allora che trema il cuore e ribolle il sangue ad ascoltare la poesia della strada, ma di quella “cattiva”? È forse sempre un profeta, forse la coscienza critica, la libertà, l’anarchia, a sfilare per un’altra strada, un cammino che cambia paesaggi, cambia di odore, attraversa le idee, scuote gli animi: La cattiva strada (De Andrè – De Gregori)[4], in cui un anonimo personaggio apparentemente impietoso e crudele ne fa di ogni per attribuirsi l’etichetta di un poco di buono, un delinquente. Sputa negli occhi di un giovane militare, ruba l’incasso a una prostituta, versa da bere a un ubriaco, trucca le stelle ad un pilota, e proprio per questo, nonostante questo, questa gente lo segue, molla tutto e lo segue, sulla sua cattiva strada. Forse abbiamo bisogno di sapere che a tutto c’è un’alternativa. Che i famosi artefici del nostro destino siamo noi e che quella che ci vendono come buona, nove su dieci è buona per chi ha più potere di noi e che dal nostro acquisto ricava sempre più potere. L’economia dell’ignoranza ci sta solo spezzando le gambe, facendoci credere di non averle e questo sì che non fa percepire il futuro. Se si sapesse che tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada, forse non ce la faremmo scappare, e tenteremmo il cammino intravisto dalle “malefatte” di chi ci ha risvegliato al suono della sua voce, cantandoci: Adesso è ora che io vada…[5]

Viola Lilith Russi
D’ARS year 49/nr 197/spring 2009

(articolo scritto in occasione della mostra mostra “Fabrizio De Andrè” a Palazzo Ducale di Genova nel 2009, organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura con la Fondazione Fabrizio De André onlus. A cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, la mostra sviluppa il progetto espositivo di Studio Azzurro. 5 sale allestite fra fotografie, musica, video, azzeccate installazioni interattive per un percorso documentaristico divertente e innovativo, che ci accompagnino per un pezzo. La strada, poi, è la nostra…)

 


[1] C’è solo la strada, Giorgio Gaber – Sandro Luporini, 1974

[2] Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio De Andrè – Ivano Fossati dall’album “Anime salve”, 1996

[3] La domenica delle salme, Fabrizio De André – Mauro Pagani dall’album “Le Nuvole”, 1990

[4] La cattiva strada, Fabrizio De Andrè – Francesco De Gregori dall’album “Volume 8”, 1975

[5] idem

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