Cinema

Alexander McQueen, the Movie

Un documentario dedicato allo stilista Alexander McQueen, scomparso nel 2010, ripercorre la sua carriera e il suo tempo, fra la cool Britannia degli anni ’90 e il lusso dei grandi brand all’inizio del millennio

Presentato all’ultimo Tribeca Festival, è in uscita in Gran Bretagna e Stati Uniti McQueen, il documentario di Ian Bonhôte e Peter Ettedgui dedicato al designer Alexander McQueen, scomparso nel 2010 (in Italia uscirà nella prossima stagione cinematografica come evento promosso da I Wonder Pictures). Si tratta di un film diviso in capitoli, che prendono il nome dalle più significative sfilate dello stilista, e ricostruisce l’evoluzione della sua carriera pur senza aver potuto accedere agli archivi personali o di lavoro. Sia la maggior parte dei familiari che la maison infatti hanno declinato l’invito a collaborare, per ragioni personali e per “il bisogno di guardare avanti, in modo che l’attuale direttore creativo  – Sarah Burton – possa scrivere il proprio capitolo nella storia del marchio”.

Ma, a film concluso, le reazioni sono state positive da parte di tutti, riconoscendo al regista e sceneggiatore il merito di aver messo al centro del film il lavoro e il design di McQueen e di provare a raccontarne tanto la vita che la carriera con interviste a ex collaboratori e frammenti dagli show. Dal momento in cui Alexander McQueen si è suicidato a 40 anni è stato immediatamente celebrato con una serie infinita di pubblicazioni, una mostra di colossale successo (Savage Beauty, prima al Metropolitan Museum e poi al Victoria and Albert di Londra), un biopic ora in lavorazione diretto da Andrew Haigh (regista della serie tv Looking e del film 45 Years con Charlotte Rampling) e ora con questo documentario dai toni cupi ma esaustivo e approfondito.

Ad amplificare la riconoscibilità di McQueen come icona pop, tanto da meritarsi un posto addirittura fra i personaggi della saga fantasy Warcraft (“Alexandra McQueen”, grande maestra sartoriale a Vengeance Landing), c’è sicuramente anche l’aura di artista maledetto che accompagna chi si toglie la vita in giovane età, unita a una personalità che si poteva definire “controversa” per statuto: le origini nei quartieri popolari di Londra e la vita messa letteralmente in scena con i richiami a vicende autobiografiche “nascosti” nelle pieghe delle sfilate più spettacolari. Ma ciò che gli ha fatto raggiungere, dopo il successo professionale in vita, lo status di icona post mortem è anche una peculiare visione estetica con la quale ha sfidato il pubblico ad esplorare concetti pittorici attraverso gli abiti e la loro messa in scena e ad affrontare soggetti oscuri attraverso un design lussuoso e una bellezza assoluta e pericolosa.

Alexander McQueen
Alexander McQueen Spring Summer 1999 Ready-to-Wear Collection – Wikimedia Commons

Con sfilate divenute veri e propri eventi teatrali che andavano a cementare l’identità del marchio, Alexander McQueen è stato una figura chiave nell’industria della creatività degli anni ’90 e della Cool Britannia, e anche se il film non mostra l’ovvio paragone con la generazione di “giovani artisti britannici” di Charles Saatchi, la similitudine si coglie a partire da show come Voss (2001) la cui sconvolgente installazione centrale era basata sul Sanatorium di Joel-Peter Witkin.

L’ecclettismo delle ispirazioni e delle fonti (che spesso trasformavano i comunicati stampa in un elenco di artisti e suggestioni da scoprire) ha prodotto sfilate come la fondante Jack the Ripper (Stalks His Victims), nella quale il richiamo alla cronaca nera della Londra ottocentesca si mischiava alla fascinazione per i tagli di Lucio Fontana che, a loro volta, in un gioco di rimandi senza fine evocavano il “taglio” e la tecnica sartoriali.

Alexander McQueen
Alexander McQueen , frammento da un video di Nick Waplington – Wikimedia Commons

E’ un percorso avviatosi nel 1992 e arrivato a termine con la conclusiva Plato’s Atlantis del 2009, una meditazione escapista fortemente politicizzata che traeva ispirazione dal darwinismo. Due sfilate, come esempio di tutte le altre e che, cronologicamente, rappresentano l’alfa e l’omega di un percorso volto a trascendere il concetto di sfilata di moda se non il concetto stesso di moda.

Al di là della dimensione spettacolare utilizzata in seguito anche dai brand del lusso globale come Chanel o Vuitton, e della capacità di integrare elementi tecnologici come gli ologrammi in anticipo sui colleghi o anche sui concerti pop, quello che emerge è la volontà di andare oltre, di contribuire alla costruzione di una cultura visiva senza steccati e nella quale i confini fra arte e creatività al servizio del mercato scompaiono del tutto.

Alexander McQueen
Alexander McQueen Fall Winter 2008 Ready-to-Wear Collection – Wikimedia Commons

I 110 minuti del documentario di Bonhôte e Ettedgui, punteggiati dalla colonna sonora di Michael Nyman, evidenziano esattamente questo, e pur senza rinunciare al racconto di una vicenda umana e personale è anche un film su “McQueen londinese”, sulla città e sugli anni ’90 del New Labour e degli artisti (Tracey Emin, Damien Hirst) che hanno dominato quegli anni.

Trattandosi però di un designer che ha avuto successo soprattutto quando ha sperimentato, o meglio, quando si è posto meno limiti, viene da chiedersi come avrebbe interpretato oggi le questioni globali alle quali anche gli stilisti sono in qualche modo incoraggiati a rispondere, dal modo in cui la moda viene prodotta e a come viene progettata, dall’impatto crescente della tecnologia al ruolo di molti attuali direttori artistici (più collettori di tendenze che designer veri e propri). Ma soprattutto, visto come molti marchi di moda creino ora veri e propri plot narrativi e video a supporto delle loro collezioni, viene da chiedersi cosa avrebbe potuto mostrarci oggi Alexander McQueen: visioni sublimi, ossessioni, angosce o sogni sicuramente sorprendenti.

Claudia Vanti

 

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