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Alfredo Pirri al Macro: i pesci non portano fucili

Al MACRO Testaccio di Roma è in corso la prima antologica dedicata ad Alfredo Pirri, curata da Benedetta Carpi De Resmini e Ludovico Pratesi

Alfredo Pirri, Ritratto sdraiato su Arie ©PhotoAndrea Martiradonna
Alfredo Pirri, Ritratto sdraiato su Arie ©PhotoAndrea Martiradonna

Alfredo Pirri – i pesci non portano fucili: bel titolo per la mostra preso dal grande scrittore di Fantascienza Philip Dick, poeta delirante dell’estraniazione dalle cose e dalla realtà.

Il lavoro di Pirri è un lavoro nomade. La parola “nomadismo” è una delle più usate nella critica contemporanea ma nel caso del suo lavoro è particolarmente adatta. La sua prima opera che ricordo è di molti anni fa, una videoinstallazione basata sul suicidio rituale dello scrittore Mishima, collocato in una gabbia di ferro. Nel corso del tempo ho incontrato lavori sempre diversi: fogli di carta bucati che piangono colori, grandi specchi infranti che riflettono i fori romani. Una delle caratteristiche del lavoro di Alfredo Pirri è quindi la ricollocazione dell’”osservazione” o della “percezione” in forme linguistiche sempre diverse. La personale curata da Benedetta Carpi De Resminie e Ludovico Pratesi al Macro Testaccio ricuce una parte di questi percorsi.

Alfredo Pirri, Arie, 2014. Plexiglass, piume e colore, 208 x 108 cm Courtesy collezione privata
Alfredo Pirri, Arie, 2014. Plexiglass, piume e colore, 208 x 108 cm
Courtesy collezione privata

Arie è un montaggio di piume su supporto di plexiglas e congegnato in modo da riflettere la luce e il colore luminescente. L’uso delle vernici colorate e riflettenti sono uno degli elementi caratterizzanti e ricorrenti nel lavoro di Pirri e una delle sue linee di lavoro che mi interessa maggiormente (se, appunto di linea si può parlare nei continui mutamenti del suo lavoro). In questo mondo evanescente, abitato da meduse luminescenti e sicuramente senza fucili, le forme perdono peso e ne acquista la sostanza luce-colore.

La stanza di Penna (il poeta) è forse uno dei lavori più toccanti della mostra. Un piccolo spazio affollato di libri di cartone dipinti a vernici fosforescenti riflettono una luce multicolore, come le idee libere e iridescenti espresse dalla buona poesia. Un’altra svolta porta a Facce di Gomma, cento repliche del volto di Pirri ordinatamente allineate sul muro e dipinte e poi scrostate in gradazioni dalla luminosità all’oscurità, mentre il colore si perde e il volto perde sostanza.

Alfredo Pirri, Facce di gomma, 1993, Latice di gomma e tempera, 100 elementi. Courtesy l’artista e Tucci Russo - Studio per l'arte contemporanea, Torre Pellice © photo Aurelio Amendola
Alfredo Pirri, Facce di gomma, 1993, Latice di gomma e tempera, 100 elementi. Courtesy l’artista e Tucci Russo – Studio per l’arte contemporanea, Torre Pellice © photo Aurelio Amendola

Riappare lo specchio infranto sul pavimento come percorso obbligatorio e suggestivamente pericoloso nelle sue innumerevoli fratture. Lo specchio infranto, collocato a suo tempo nei fori, sembrava invitare al rifiuto del narcisismo della storia; qui torna a essere l’elemento delle narrazioni fantastiche. Pillola rossa o pillola blu? Chiedeva Morfeo a chi voleva uscire da Matrix. Le dimensioni di fuga indicate dall’arte sono però meno decisive delle due pillole e la realtà resta quella che viene manipolata attraverso (giustamente) ingannevoli suggestioni e squarci visivi.

Alfredo Pirri, Quello che avanza, 2014 -2017, 144 cianotipie, 100 x 70 cm ciascuna. Courtesy l’artista ©Photo Giorgio Benni
Alfredo Pirri, Quello che avanza, 2014 -2017, 144 cianotipie, 100 x 70 cm ciascuna. Courtesy l’artista
©Photo Giorgio Benni

Un altro lavoro (installazione sonora) molto interessante ha come oggetto il discorso alla Nazione di Bush che nel 2001 rilanciava una politica aggressiva di cui oggi viviamo i risultati. Il discorso di Bush veniva mixato a rumorosi e aggressivi  latrati di cani.

Interessante il collegamento con la storia che parte dal nome di Pirri. Nome che sembra provenga dal termine con cui definivano gli ebrei nel sud Italia al tempo dello spostamento delle comunità spagnole. “Perros”, cani infedeli venivano chiamati. Il suo lavoro ha elementi di asprezza appunto alla Mishima che appaiono in diverse opere come nei frottage sui tombini del gas o nelle facce di gomma, lavori forti.

Attrae però maggiormente l’interesse per la luce, come nella bella installazione nella chiesa di San Domenico ad Arezzo nel 2015, Canto n.1. o negli oggetti luminescenti delle teche di plastica trasparenti che creano effetti suggestivi e “altri”. Come anche nei lavori sullo spazio con altri oggetti luminescenti  (Verso N, forse forme naturali) appesi al muro o a terra che suggeriscono dimensioni “altre” proprio grazie alla luce.

Più che una retrospettiva storica che mostra decenni di lavoro, questo è un work in progress che dallo studio dell’artista passa alla Nomas Foundation e finalmente arriva nei vasti spazi del MACRO Testaccio.

Lorenzo Taiuti

Alfredo Pirri
I pesci non portano fucili
a cura di Benedetta Carpi de Resmini e Ludovico Pratesi
12 aprile – 4 giugno 2017
MACRO Testaccio, Roma

 

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