Architettura

Frank Gehry. Un americano a Parigi

12. Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton -®Iwan Baan 2014
Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan

Mettere in movimento la materia: la filosofia di Frank Gehry ruota attorno all’idea del divenire, leit-motiv che sintetizza genesi e sviluppo della Fondazione Louis Vuitton di Parigi, la più recente creatura del celebrato architetto americano. Un pragmatico cui il successo  sembra non aver dato alla testa e che di fronte alla pletora di giornalisti delle grandi occasioni non esita a ribadire il desiderio di apportare delle modifiche al risultato finale. Forse è proprio questa sua incessante ricerca di migliorarsi ad avergli permesso di continuare a veleggiare dopo aver spiccato il volo verso l’Olimpo dei “riconosciuti”. Ed entrando in questo ibrido tra istituzione museale e centro policulturale la sensazione è quella di essere proiettati in una sorta di futuro ante litteram.

Strutturata su diversi livelli che comprendono 11 spazi espositivi, un auditorium e alcune terrazze che si affacciano scenograficamente su Parigi e dintorni, questa sorta di astronave ammarata su uno specchio d’acqua è avvolta da un involucro di vetro che, nel creare un gioco di prospettive dinamiche, conferisce al pur massiccio corpus centrale una dimensione di leggerezza rilfettendo le variazioni luminose legate a differenti orari e condizioni meteorologiche.
Aperta al pubblico a fine ottobre, per la prima parte dell’inaugurazione la FLV propone diverse tipologie di iniziative. Si parte da Exposition Frank Gehry, una mostra che riassume la genesi architettonica dell’edificio stesso presentandone in successione le diverse tappe progettuali.

Percorrendo i diversi ambienti fanno capolino numerose installazioni site specific, come Inside the horizon, opera plastica caleidoscopica collocata nel Grotto, un cammino che si sviluppa lungo il bacino per culminare alla scenografica cascata. Realizzata dal danese Olafur Eliasson – cui sarà consacrata una personale in dicembre – che ha saputo cogliere le suggestioni offerte dal dialogo tra luce, acqua e architettura.

Olafur Eliasson - Inside the horizon ® 2014 Olafur Eliasson ® Iwan Baan
Olafur Eliasson – Inside the horizon ® 2014 Olafur Eliasson ® Iwan Baan

La collocazione del video Strange Magic di Sarah Morris, che ripercorre il processo di creazione della “creatura” di Gehry, permette di apprezzare le possibilità espositive della fondazione, che nel riconoscerne la dignità non confina la videoarte a quegli spazi angusti in cui troppo spesso altre istituzioni obbligano gli spettatori ad accalcarsi gli uni davanti agli altri.
Le terrazze e le gallerie ospitano una serie di opere facenti parte della collezione della fondazione. Senza fare un elenco, è sufficiente citare le vibranti astrazioni di Gerhard Richter che costituiscono la tappa immancabile della visita inaugurale. A corollario di questa prima tranche espositiva, una serie di eventi legati a musica, danza e poesia, tra cui la poetica performance a tre voci Composition for a new museum di Oliver Beer.

Frank Gehry Cleveland Clinic Lou Ruvo Center for Brain Health 2005 2010 Las Vegas Nevada detail photo Iwan Bann
Frank Gehry, Cleveland Clinic Lou Ruvo, Center for Brain Health 2005 2010 Las Vegas Nevada detail photo Iwan Bann

In parallelo al Centre Pompidou è in corso la prima retrospettiva europea su Gehry: 225 disegni e 67 plastici documentano una sessantina di progetti realizzati e non a partire dal 1965 fino a oggi. Edifici in maggioranza entrati a far parte dell’immaginario collettivo sia in termini di un’estetica che può sorprendere senza mai essere stucchevole sia in ragione dell’impatto sul tessuto urbano circostante, il cui emblema resta quel Guggenheim Museum che a Bilbao ha significato la rinascita e trasformazione di una città un tempo ingrigita dall’attività portuale e industriale. Focus sull’attività di urbanista quindi, ma anche sulla profonda umiltà di Gehry, che viene raccontato attraverso un film, Esquisses de Frank Gehry, girato da Sydney Pollack nel 2006.

Frank Ghery photo Philippe Migeat Centre Pompidou
Frank Ghery photo Philippe Migeat Centre Pompidou

Fedele a se stesso nel rimanere legato al disegno come strumento di lavoro, si sorprende di un certo modus operandi dell’architettura contemporanea che delega al computer il compito di realizzare parte del lavoro e sostiene che occorre mettere “il computer al servizio della propria creatività” senza “lasciare che sia lui a divenire il creatore”. Il risultato di 50 anni di attività non lascia dubbi: l’uomo, non la macchina, è capace di compiere opere straordinarie.

Danilo JON SCOTTA

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