Dall'archivio D'ARS

And and and: un’esperienza

Lo scorso otto Luglio è apparso un curioso post tra le news del sito ufficiale di dOCUMENTA(13).Cominciamo dalla fine: in quella data, infatti, mi trovavo in Italia già da tre giorni, dopo aver trascorso più di un mese nella quinquennalmente vivace cittadina di Kassel.

And and and, Commoning in Kassel and other proposals towards cultures of common(s), revocation and non capitalistic life, 2010-2012
And and and, Commoning in Kassel and other proposals towards cultures of common(s), revocation and non capitalistic life, 2010-2012

Il motivo della permanenza si deve a Chus Martinez e alla sua brillante idea di introdurre, per la prima volta nella storia di documenta, la figura dello student artist’s assistant. Il che si traduce in un centinaio di ragazzi provenienti da un network internazionale di accademie, chiamati a collaborare ad una serie di progetti artistici. A metà strada tra un’onesta possibilità formativa e un monumento al lavoro non retribuito, il progetto al quale prendo parte fa capo al dipartimento Maybe Educational.

Esplicitato il motivo della mia presenza a Kassel e chiuso l’inciso, torniamo all’otto Luglio, quando Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice di questa documenta, si schiera pubblicamente a fianco di Occupy Kassel, dando loro il benvenuto. Non intendo andare a nutrire l’inevitabile ondata di opinionismo scatenato dalla protesta e dal manifesto benestare di Carolyn Christov-Bakargiev. Che si ritenga legittima la benevola dichiarazione della curatrice o che si sospetti il rischio che l’atteggiamento inclusivo nei confronti del dissenso significhi in fin dei conti disintegrarne l’efficacia, o, peggio, mercificarla, mi lascia perplessa tanto rumore a seguito delle parole della Christov-Bakargiev.

Che dOCUMENTA(13) voglia porsi scetticamente nei confronti del cosiddetto 1%  non è certo un mistero. In About documenta si parla chiaramente di scetticismo nei confronti della persistente fiducia nella crescita economica. E se non mi spingerei mai a definire “antagonista” l’atteggiamento generale di questa tredicesima edizione, non si può fare a meno di notare come la serie di pubblicazioni 100 Notes sia costellata di autori più o meno coinvolti in Occupy.

Come probabilmente saprete, la distribuzione delle varie venues va a coprire l’intera ampiezza del centro della città di Kassel, coinvolgendo non solo gli spazi canonici della mostra ed una serie di prefabbricati (sulla cui natura mi sto ancora interrogando) disseminati nel parco. Molte opere sono infatti collocate nei soliti non-luoghi normalmente deputati ad altro. La scelta di far interagire gli artisti con questo genere di sistemazione talvolta va a creare delle interessanti condizioni di site specificity, talvolta l’impressione è più quella di un prestigioso parcheggio.

L’Hauptbahnhof di Kassel si trasforma in una vera e propria kunsthalle, vista la densità e, tendenzialmente, la qualità, dei lavori in essa ospitati. Al limitare della südflügel  si trova una grossa costruzione in mattoni rossastri, l’ex palestra (turnhalle) di una scuola. L’ormai famigliare pannello di sala ci informa che all’interno è ospitato il lavoro di AND AND AND. Materiali? “Culture of common(s), revocation and non-capitalistic life“.

Il vicino binario si spinge fuori dalla città, sembra suggerire che siamo al limite della città stessa; certamente questo è il limite dell’area di interesse per i visitatori. Entrando quindi in metafora, questo progetto si pone nondimeno al limite della prassi dei rapporti che normalmente si istituiscono tra gli artisti e l’apparato organizzativo: AND AND AND procede all’insegna di una pressochè totale autonomia.  Si tratta infatti di un’iniziativa autogestita dagli artisti Ayreen Anastas e Rene Gabri e da un cospicuo gruppo di persone che risiedono, vivono ed operano negli spazi assegnati. Non è un oggetto nè tantomeno una performance, nonostante non si escluda la produzione di entrambe le cose. Non è un progetto propriamente artistico: il risultato si rivela più diffusamente culturale. “Risultato” è di per sé un’espressione imprecisa: trattasi piuttosto di un processo di vita collettiva all’insegna della riflessione e della pratica del bene comune, della solidarietà, di forme economiche alternative. Non siamo certo nell’ambito del simulato: l’esperienza è la naturale prosecuzione delle attività pregresse degli artisti ed attivisti coinvolti, in primis il gruppo 16 Beaver, fortemente connesso alle occupazioni newyorkesi. AND AND AND si pone l’obiettivo di interagire con il territorio, con le comunità autoctone: acquista il cibo, rigorosamente biologico, da agricoltori locali, ospita attivisti impegnati nella lotta contro l’industria bellica che ancora riveste una fondamentale importanza nella zona di Kassel. Non solo la città in sé, ma anche il modo in cui documenta vi si inserisce va a modificare il campo d’azione di AND AND AND: si tengono numerosi workshop e seminari frequentati dai visitatori, dagli artisti e soprattutto dagli studenti coinvolti nel dipartimento Maybe Educational e le attività del dipartimento stesso si fanno oggetto di riflessione sulle tematiche del lavoro.

And and and, Commoning in Kassel and other proposals towards cultures of common(s), revocation and non capitalistic life, 2010-2012
And and and, Commoning in Kassel and other proposals towards cultures of common(s), revocation and non capitalistic life, 2010-2012

Queste sono solo alcune delle cellule che articolano il complesso organismo AND AND AND. La turnhalle può dirsi la base dell’iceberg: se è vero che è lecito pensarla come l’ingranaggio centrale (qui si tengono la maggior parte dei workshop, dei seminari, così come cene ed altri momenti di convivialità e condivisione) è anche vero che non è forse lo spazio che meglio permette al pubblico di esperire il progetto. Così AND AND AND si dipana per la città: abbiamo lo spazio del Kiosk, nel quale vengono venduti prodotti di agricoltura locale a prezzi che poco hanno a che spartire con le cifre spropositate proposte dalla corporation che detiene l’esclusiva sul catering; segue il Tea Garden, un giardino antistante l’Ottoneum nel quale sono state coltivate innumerevoli tipologie di erbe, pronte ad essere messe in infusione e servite durante l’appuntamento quotidiano del non-capitalistic tea time. I due spazi non solo costituiscono due piccoli esperimenti di economia alternativa, ma si fanno a loro volta teatro di  workshop e discussioni. Non vanno dimenticati gli innumerevoli orti creati in giro per la città (non è mancato un incontro sul tema degli urban gardens) e la cosiddetta Villa, luogo a cavallo tra comune e residenza per artisti.

La specifica portata politica dell’iniziativa è decisamente ben delineata: una chiamata all’azione contro le politiche neo liberiste, contro l’inedia decisionale in cui ci getta la società del consumo, contro la mancanza di consapevolezza rispetto al fatto che il sistema capitalista è (finalmente?) allo sfascio. Una portata politica che non ha nulla di allusivo, in relazione ad una documenta che, rispetto al politico, pare voler pretendere di dire la propria, situata a sua volta in uno scenario artistico, quello contemporaneo, che vuole muoversi nella medesima direzione.

Operazioni di questo genere, ammesso e non concesso che partano in buona fede, incorrono tendenzialmente in due rischi – e lascio a voi decidere quale dei due sia il più grave. Il primo è che si riducano a pura pantomima di un’azione politica dettata dall’urgenza, ad una rappresentazione che, nel migliore dei casi, non assume alcun ruolo se non quello di illustrazione, apparato decorativo di una viva potenza. Fin qui, il peccato sembra veniale.

Il secondo rischio insorge proprio quando si pretende di esser parte attiva e, in quanto artisti, lo si fa navigando in un mare pieno di squali: la cosiddetta industria creativa, le gallerie, il mercato e, nondimeno, le istituzioni artistiche. Documenta in primis. Sono in parecchi a chiedersi in che modo AND AND AND possa arrogarsi il diritto di operare in un contesto notoriamente finanziato da banche e corporations, come possano, per esempio, appoggiare chi si schiera contro l’industria bellica quando si rumoreggia che questa sia strettamente connessa alla famiglia dello storico fondatore di documenta. Viene al contempo da chiedersi quale sia l’alternativa, quale sia il prezzo da pagare per non sporcarsi le mani con una certa percentuale di “sistema”. E perché mai la coerenza, quasi una fedina penale intonsa, non venga chiesta anche a chi si approccia da spettatore e, come tale, lancia la critica. Potrei sbagliarmi, ma credo che l’alternativa stia forse nell’eremitaggio, posto che ci si voglia porre il problema. Perché il punto è questo: porsi o meno il problema dell’ineludibile unità tra vero atto artistico/culturale ed atto politico (specie in un contesto economico e sociale come il nostro) o rassegnarsi all’illustrazione e al decoro.

Spendere il budget stanziato da documenta foraggiando forme di economia alternative locali non è forse un atto politico, specie se consideriamo le mostruose responsabilità di multinazionali come la Monsanto? Quale sarebbe stata l’alternativa? L’alternativa per ogni singolo euro, s’intende. E non è forse atto culturale organizzare un così fitto programma di seminari ed incontri sulle tematiche dei beni comuni, coniugando peraltro il cosa e il come collocandoli non nelle sale di documenta, bensì in un contesto di conviviale condivisione di spazi, tempo, conoscenze e perfino cibo?

Il gesto artistico e culturale è, necessariamente, gesto politico. L’impressione, rispetto allo scenario contemporaneo ed alla sempre più pressante presenza di attivisti in esso, è che non ci si voglia più limitare al commento, all’analisi. Mi sembra si voglia bensì andare in direzione di un ruolo attivo propriamente detto, che non preveda la separazione del ruolo di attivista da quello di artista. E non è detto che non ci si arrivi, procedendo a testa alta tra tentativi ed errori.

Giulia Mengozzi

D’ARS year 52/nr 211/autumn 2012

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