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Banksy a Roma: Guerra, Capitalismo & Libertà

La mostra di Banksy a Roma, organizzata da Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo a Palazzo Cipolla, si presenta con un titolo attivista e politico.

Banksy a Roma, Banksy, Applause, 2006 cm 121x80
Banksy, Applause, 2006 cm 121×80

E in effetti la mostra di Banksy a Roma, composta di piccoli lavori provenienti da collezioni private che hanno quindi una dimensione commercializzabile, politica lo è davvero.

Con numerose opere viene coperto lo spazio temporale dalla fine degli anni ’90 a oggi. Siamo quindi in grado di vedere da vicino quelle che sono opere trasportabili, ma non staccate dai muri. Si tratta di studi per idee poi realizzabili su larga scala, che mostrano la formazione di Banksy nel campo degli studi artistici alla base dell’apparente rapidità dello street artist che lavora nel cuore della notte, secondo un’immagine accuratamente costruita.

Usando sempre lo stencil per lasciare un’impronta, l’artista interviene poi con segni di colore utilizzati secondo l’estetica del graphic design.

Banksy, Love is in the air (Flower trower), 2003, cm 90x90
Banksy, Love is in the air (Flower trower), 2003, cm 90×90

Il lavoro di Banksy si basa su una precisa rimessa in questione della grafica/illustrazione degli anni ’60. Le ritroviamo tutte: le illustrazioni della rivista Time Out del ’68 o quelle di Rat, giornale underground di New York, insieme a Rolling Stone, tra i più noti periodici dell’attivismo e dei linguaggi visivi e comunicativi. In principio era il Rock, ed è su questo che si formavano i linguaggi attraverso illustrazioni e copertine di dischi. La nuova grafica del periodo era influenzata dalla Pop Art, di cui ci sono dirette citazioni anche nella mostra, dal fotomontaggio tra Kate Moss e la famosa Marilyn di Andy Warhol, alle notissime scatole di Campbell Soup ora sottotitolate Tesco, azienda globale distributrice di tutto – dalla verdura al petrolio – e target costante degli attacchi dell’autore.

Banksy, KateMoss, Andipa Gallery
Banksy, Kate Moss, Andipa Gallery

La formula visiva si arricchisce a volte di segni Liberty, come nel famoso ritratto di Obama diffuso sulla rete durante le elezioni, dove un contorno a contrasto di colore e una maggiore definizione ci riportano al Neo Liberty degli anni ’60 e dei manifesti psichedelici dei concerti Rock al Fillmore Auditorium di San Francisco.

Banksy, Flying Copper, 2008, cm100x70
Banksy, Flying Copper, 2008, cm 70×100

La forma comunicativa di Banksy è la vignetta satirica, come nel New York Times o in Charlie Hebdo. I poliziotti armati sono i poliziotti inglesi o americani e le immagini sono contro ogni idea di violenza e contro il controllo sociale. Il poliziotto con la faccia da smile imbraccia un mitra, la bambina che fa volare un palloncino a forma di cuore in un’altra immagine stringe con amore una bomba, un altro poliziotto mostra il dito, come la scultura di Cattelan davanti alla Borsa di Milano.

Banksy, Rude Copper, 2002, paint on canvas, cm 121x121
Banksy, Rude Copper, 2002, paint on canvas, cm 121×121

Banksy è politico perché costantemente politici sono i suoi contenuti, è divertente (secondo un modello anglo-americano) e porta il pubblico sul piano dello spettacolo creando (sulla base delle culture giovanili) un culto che si estende al mercato dell’arte con risultati alle vendite d’asta non troppo inferiori a quelli di Damien Hirst o Cattelan. E questo è motivo di discussione.

Come mai tre artisti possono collocarsi nello stesso punto del sistema dell’arte malgrado le loro origini così diverse? La fruizione dell’arte va verso una sempre crescente richiesta di semplicità, spettacolarità, diffusione mediatica, scandalo. Situazione già vissuta negli anni ’80 quando la scena della Street art era il graffitismo e su questa si costruì rapidamente una crescita e un ingresso nel sistema dell’arte di Keith Haring, Basquiat, Rammelzee e molti altri.

Wor Capitalisom and Liberty, Fond. terzo pilastro Italia e Mediterraneo, foto © Dario Lasagni
War, Capitalism and Liberty, Fondazione Terzo Pilastro Italia e Mediterraneo, foto © Dario Lasagni

Oggi un sistema che si è evoluto in quella direzione raggruppa tre artisti – Hirst, Cattelan e Banksy – nella stessa area del sistema dell’arte. In questo momento il sottoscritto preferisce Banksy. Primo perché non è un “artista” ma un designer d’immagini e di spazi urbani che fa scoprire e sa vitalizzare come spazi di comunicazione culturale. Secondo perché (al di là delle maschere dell’eterno cappuccio e della sedicente “inconoscibilità” del personaggio) ha saputo creare una terza via alla creatività contemporanea. Terzo, il suo interesse per il sociale sembra autentico e le modalità linguistiche giustamente citazioniste sono vitali e toccanti, agrodolci come la canzone “Eleanor Rigby” dei Beatles.

Lorenzo Taiuti

Banksy, Guerra, Capitalismo e Libertà
Palazzo Cipolla, Via del Corso, 30 – Roma | Fino al 4 settembre.
A cura di Acoris Andipa, Stefano Antonelli e Francesca Mezzano

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