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Dal Pop al concettuale. Mura, l’ultimo capolavoro di Caporossi

Era il 1977, Rem & Cap (Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, tra i protagonisti più interessanti del teatro italiano) costruivano un muro con 1000 mattoni. Lo spettacolo Cottimisti segnava un punto di svolta nella poetica della coppia. I mattoni a volte ritornano, le mani che li costruiscono pure. Remondi invece non c’è più ma lo spettacolo Mura di Caporossi, ospitato al Padiglione del Museo Nazionale di Pietrarsa

Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli
Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli

in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, è ancora un felice incontro di arte e teatro. L’arte minimalista e concettuale, il teatro povero che costringe lo spettatore ad osservare il dettaglio, il tempo dei gesti, i silenzi tra le cose. In Cottimisti un muro veniva costruito, in Mura i mattoni diventano parete, tempio, porta, finestra, modulo. Nel nero del palcoscenico un piccolo boccascena ospita mani e mattoni, c’è poco da vedere, molto da cogliere, in un tempo che può stancare e allontanare anche gli spettatori. Qualcuno se ne va durante lo spettacolo, chi resta assiste allo scambio di scena tra le esigenze comunicative del teatro e il linguaggio figurativo dell’arte.

Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli
Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli

Il dialogo parte dal Pop. Nel boccascena appaiono immagini labili di oggetti che si consumano nel colore. Variazioni cromatiche della merce e la sua nauseante onnipresenza, eterna ripetizione dell’identico, consumabile feticcio che sostanzia l’esistenza. Dall’immagine all’idea. Caporossi parla da fuori campo. la sua voce è pensiero, meglio: filosofia. Non c’è più nulla da osservare se non mattoni che diventano moduli, oggetti. Il pensiero e l’idea, la filosofia di Rem e Cap ci costringe alla visione dell’oggetto assoluto, quello il cui valore è nullo. La sua qualità non serve a nulla. Non può tuttavia che essere un oggetto, più oggetto dell’oggetto.
Magari un semplice mattone, a cui s’affiancano via via durante l’ora di spettacolo una scaletta, una bottiglia, un ombrello. Mattoni e oggetti formano quadri. Ecco l’arte concettuale, la poetica dell’invisibile cara alla coppia teatrale che parlò di dolore con un semplice Sacco.
La poetica dell’invisibile è rimasta la stessa. Invisibile come un muro che separa, divide ma può essere sgretolato, a colpi di lirismo, di less, di piccoli gesti. L’oggetto non si usa più. Gli ombrelli non servono più a riparare. E i mattoni dello spettacolo Mura sono mattoni che non significano più nulla se non il superamento delle cose per generare l’inatteso, la fatalità, la magia che si svela dietro un piccolo boccascena nero. Sono la polvere, il colore soffuso. Il pubblico attende pazientemente ciò che c’è di nuovo nell’oggetto: l’istantaneo, l’autodistruzione, la sorpresa, la stranezza, l’inquietudine. Sparite le cause, tutti gli effetti sono virtualmente possibili. Così si può costruire e distruggere case fatte di mattoni, di moduli. Mura è l’avamposto del minimalismo che riparte dalla geometria astratta per ridare allo spettatore la potenza creatrice dell’immaginazione.

Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli
Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli

Caporossi in un fuori campo, spiega che il muro è metafora di chiusura, mentale. Un gioco di suffissi e prefissi. La parola sostituisce l’opera. Sottile gioco della mente.
Sulla ribalta nera, piccola, da spiare compaiono oggetti dal peso specifico volatile e instabile. La poetica di Carl Andre sul mistero della materia quando essa è solo ciò che è ed è all’origine del cosmo. Fuori dalle convenzioni della forma. Come nell’arte di Sol Le Witt, il mattone è progetto, è spazio, è modulo di una composizione che non ha punti di vista privilegiati. È la sua polvere quando si sgretola. È il minimalismo (di Frank Stella) questa volta a dirci che “ciò che vedi è ciò che vedi”. I mattoni di Caporossi formano sul palco un muro, lo spartiacque nel mito di Platone tra ciò che non so e ciò che si può svelare allo sguardo. Ma la materia, il muro che si forma sulla balaustra del palco, si sgretola piano, piano. Accanto ad esso altri oggetti appaiono: cappelli, una bottiglia, l’immancabile bastone del duo Rem & Cap, una scala. Questa volta è l’estetica surrealista a dettare la bellezza per accostamento (ombrello, macchina da cucire..).

Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli
Mura, Riccardo Caporossi. Copyright Festival Teatro di Napoli di Napoli

Non ci sono attori, ma solo mani. Il corpo è ridotto a mani. Guanti bianchi. Le sole mani di Caporossi appaiono nella piccola porzione del boccascena nero illuminato dalla luce sottilissima di tre faretti. È l’arte di Robert Gober. Ciò che non si vede è disumano o dolore.
Le mani avvolgono, creano, risucchiano, narrano. Danno la dimensione di un tempo sospeso e rarefatto, proprio dell’attesa, agiscono nell’invisibile mondo dell’immaginazione. Mani come metonimia dell’uomo. Come personaggi, dell’assurdo, salgono una scala, srotolano un papiro, si aprono ad accogliere la paura, l’odio, l’interesse per l’altro. Ancor una volta aperte, ad accompagnare una parola che tenta la filosofia e rallenta lo sguardo su un tempo tutto e solo interiore.

Simone Azzoni

Mura, di Riccardo Caporossi
Prima assoluta al  Napoli Teatro Festival Italia 2014
Replica: CRT di Milano dall13 al 16 novembre
Maggiori informazioni: http://www.napoliteatrofestival.it/edizione-2014/mura/

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