Dall'archivio D'ARS

Danh Vo. Fabulous muscles

Che aspetto prenderebbe la Statua della Libertà se volesse farsi allegoria di quell’ideale nell’America d’oggi? A chi verrebbe commissionata la sua costruzione? E dove sarebbe bene installarla?

DAhN VO, Fabulous Muscles, Museion, 2013, exhibition view. Courtesy Galerie Chantal Crousel and the artist. Foto: Othmar Seehauser
Danh Vo, Fabulous Muscles, Museion, 2013, exhibition view. Courtesy Galerie Chantal Crousel and the artist.
Foto: Othmar Seehauser

Danh Vo1 ha tentato di rispondere a queste domande nel modo più diretto e cioè mettendo in cantiere una replica in scala 1:1 del monumento di Bartholdi & Eiffel e provvedendo alle necessarie modifiche. Ne è emersa una Libertas frazionata in centinaia di pezzi made in China; dispersa nei musei di mezzo mondo. Vo le ha anche cambiato nome: dall’originale Liberty Enlightening the World, a We the People (le tre parole che aprono la costituzione americana). In questo momento, 30 di quei pezzi sono in mostra al Musée d’Art Moderne di Parigi2, 110 allo Statens Museum for Kunst di Copenaghen3 e 21 al Museion di Bolzano per Fabulous Muscles, a cura della direttrice Letizia Ragaglia.

Più precisamente, il progetto di Vo è una replica del solo rivestimento in rame della statua originale, così come doveva apparire al tempo della sua costruzione. Il colosso di Bartholdi, infatti, è essenzialmente un guscio di metallo spesso due millimetri composto da centinaia di lastre lavorate a sbalzo – cioè a rilievo – che, assemblate come i pezzi di un puzzle e inchiodate a un’armatura di ferro – opera di Eiffel – disegnano le fattezze della dea togata che tutti ben conosciamo. Mantenute le specifiche tecniche del modello, Vo ha commissionato la fabbricazione delle lastre a un laboratorio di metalli di Shanghai, che in due anni ha completato il lavoro. Man mano che i pezzi erano pronti, l’officina li spediva all’estero per essere esposti, dalla prima mostra al Fridericianum di Kassel nel 2011, alla recente personale al Guggenheim di New York, chiusasi lo scorso 27 maggio. Qualcosa di simile accadde anche alla statua di Bartholdi, che nel 1876 presentò in anteprima il braccio destro all’Esposizione Internazionale di Filadelfia e la testa nel ’78 a quella Universale di Parigi – dove la figura fu poi assemblata e presentata ufficialmente al pubblico; quindi smontata; spedita via nave in America in migliaia di casse; rimontata e installata su Liberty Island, nel porto di New York. Ecco, potremmo dire che il progetto di Vo muove dalla costituzione – e dalla storia “espositiva” – del suo modello, adottandole come sue caratteristiche primarie e trasformandolo da statua-simbolo degli Stati Uniti e dell’ideale di libertà, in un’installazione itinerante sulla crisi di quel paese e di quel valore. Non più statua, ma installazione, quindi: ma ci pare si possa ancora chiamarla monumento – o magari anti-monumento – in quanto, pur con modalità non tradizionali di quel genere di scultura, è ancora portatrice di un forte messaggio culturale – e politico, artistico, sociale. A proposito, si farà anche un’altra osservazione: se è vero che We the People fa letteralmente a pezzi la più celebre allegoria della libertà, non ci sembra però corretto chiamare le parti di cui si compone, come hanno fatto in molti, “resti” o “rottami”. Come si è detto, l’intervento di Vo non è tanto una demolizione o uno smontaggio, ma piuttosto una riedizione del suo modello ferma allo stadio precedente l’assemblaggio finale.

Un altro aspetto rende quest’ambiziosa opera molto interessante. Senza il sostegno dell’armatura di Eiffel, appoggiati a stecche di legno o sdraiati sul pavimento della galleria, col rosso fiammeggiante del rame a sottolinearne la recente fattura, i rilievi si presentano infatti come una serie di sculture astratte – solo qua e là emerge un particolare nel quale si riconoscerà ora il profilo della corona, ora i boccoli, ora gli anelli della catena spezzata che giace ai piedi di Lady Liberty. Molti di essi infatti riproducono parti della statua – una porzione della toga, un lembo di pelle – che, se slegate dall’intero, diventano irriconoscibili, pure sagome minimaliste, aprendosi a significati inediti.

Danh Vo. Fabulous Muscles, Museion, 2013, exhibition view. In primo piano: We the People © Danh Vo, courtesy Galerie Chantal Crousel. Foto Othmar Seehauser.
Danh Vo. Fabulous Muscles, Museion, 2013, exhibition view.
In primo piano: We the People © Danh Vo, courtesy Galerie Chantal Crousel.
Foto Othmar Seehauser.

Come tutti i lavori di Vo, We the People è anche un’opera fortemente autobiografica. Nato in Vietnam nel 1975 – l’anno della caduta di Saigon e della fine della guerra – aveva quattro anni quando suo padre decise di emigrare con la famiglia in America. Costruì un barcone e, assieme a un centinaio di compaesani, tentò la traversata del Pacifico. La fuga avrebbe potuto facilmente mutarsi in sciagura, ma la compagnia venne soccorsa nel mezzo dell’oceano da una nave danese che li portò fino a Copenaghen, che avrebbero adottato come nuova casa, mentre la nonna finì in Germania. Affascinato da quel viaggio – da quella fuga da una guerra mai vista, verso una terra mai conosciuta – Vo avrebbe poi dedicato al conflitto in Vietnam Chandelier from the former ballroom of the Hotel Majestic, Paris (2009), che usava un lampadario – stavolta sì, smontato – della stanza dove nel 1973 vennero firmati gli accordi di pace di Parigi; mentre in memoria della nonna avrebbe confezionato Oma Totem (2009), che impila gli oggetti ricevuti dai servizi sociali al suo arrivo in Germania (una lavatrice, un frigorifero, un televisore, un crocifisso e una tessera del casinò) e ne fa un bizzarro feticcio sul tema dell’immigrazione.

Al Museion sono esposti anche altri lavori frutto della più recente produzione dell’artista. Tra gli imponenti rilievi di rame si nascondono gli esili frammenti di un’altra figura femminile, stavolta in legno, una piccola scultura che Vo ha scovato a Parigi (Beauty Queen, 2013). In alcune teche di vetro, come fossero oggetti di pregio, sono invece esposti degli scatoloni di cartone che recano impressi a foglia d’oro i loghi della birra Budweiser e dell’acqua Evian – la costosa acqua amata dalle star di Hollywood e dalle fotomodelle – in un sarcastico commento sul consumismo contemporaneo.

Vo è tra gli artisti del Palazzo enciclopedico, la mostra del curatore Massimiliano Gioni alla 55ª Biennale di Venezia.

Stefano Ferrari

D’ARS year 53/nr 214/summer 2013

 

[1] Si legga: |yan vo|.

[2] Go Mo Ni Ma Da, fino al 18 agosto.

[3] We the People (Detail), fino al 31 dicembre.

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