Dall'archivio D'ARS

Davanti alla soglia: il robot prossimo venturo

Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano,

logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta,

anche loro, dopo dei tanti di prima,

e prima di quelli di dopo… leggermente

Rainer Maria Rilke

Che siamo fatti di carbonio o di silicio non ha importanza:

ciascuno di noi dev’essere trattato col giusto rispetto

Arthur C. Clarke

DOPO I PRIMI SUCCESSI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE FUNZIONALISTICA (IAF), anche i suoi sostenitori più ferventi dovettero riconoscerne i limiti, che derivano dalla sua natura disincarnata, cioè dall’assenza di un corpo che comunichi con l’ambiente. Se l’intento era quello di simulare l’intelligenza umana, il riduzionismo mentalista dell’IAF ne trascurava un elemento essenziale. L’intelligenza nasce, si sviluppa e si manifesta attraverso la comunicazione. La nostra “interfaccia” con il resto del mondo è costituita dal corpo ed è il corpo che consente la comunicazione. Riconosciuto il limite essenziale dell’IAF e proseguendo sulla strada dell’imitazione della natura, si trattò di dotare il cervello artificiale di un corpo artificiale fornito di sensi e di organi attuatori, con la speranza di ottenere così un’intelligenza flessibile e ad ampio spettro com’è quella biologica.

Questa strada ha portato ai robot e ha aperto una serie di interrogativi che vanno dagli aspetti tecnici della loro costruzione fino a sottili questioni di natura etica. Infatti il robot è un artefatto capace di apprendere e dotato di una certa autonomia di comportamento e queste caratteristiche, in una prospettiva di stretta convivenza uomo-robot, non possono non sollevare certe domande:

Fino a che punto siamo disposti a convivere coi robot, ad affidarci a loro nella vita quotidiana, nell’accudimento e nelle cure?

Se i robot dovessero un giorno diventare intelligenti e sensibili (quasi) quanto gli umani, potremmo continuare a considerarli  macchine, come le lavatrici o le automobili? O dovremmo adottare atteggiamenti empatici e comprensivi come nei confronti degli animali domestici? Dovremmo arrivare a conferire loro dignità etica?

E viceversa: quali comportamenti dei robot dovremmo tollerare, incoraggiare o vietare? E di chi sarebbero le responsabilità di un loro eventuale comportamento dannoso?

Maschera di Marquard sovrapposta all’immagine del volto di Claudia Katz, tratta dal film di Steven Spielberg, A.I. Artificial Intelligence, USA 2001
Maschera di Marquard sovrapposta all’immagine del volto di Claudia Katz, tratta dal film di Steven Spielberg, A.I. Artificial Intelligence, USA 2001

L’ultima domanda è importante perché rivela il conflitto tra la natura artificiale dei robot, che dovrebbe renderli obbedienti alla nostra programmazione, e la loro (parziale) autonomia che, in linea di principio, potrebbe indurli a decisioni nocive nei nostri confronti. Erano problemi di questo genere che aveva in mente Asimov quando nel 1942 postulò le “Leggi della robotica”, che vietano ai robot di compiere azioni dannose per gli esseri umani e che costituiscono il primo embrione di un’etica dei robot o, con un espressivo neologismo, di una “roboetica”. I problemi etici sono acuiti dalla somiglianza crescente che i robot presentano con gli umani, oggi sul piano cognitivo e attivo e, domani, forse, anche sul piano emotivo e della coscienza.

Già oggi nei confronti dei robot antropomorfi (umanoidi) siamo portati ad operare una proiezione non solo cognitiva, in parte giustificata, ma anche affettiva. Questa proiezione suscita problemi psicologici e, ancora una volta, etici. La marcia sempre più rapida della robotica non può non avere effetti profondi sull’immagine che abbiamo di noi stessi e sul nostro stesso essere “umani”: specchiandoci in quello straniante alter ego che sta diventando il robot, quale immagine ce ne ritorna? Riusciremo, per differenza o per similarità, a capire qualcosa di più di noi stessi?

I robot lavorano in collaborazione con noi, una collaborazione che per il momento si configura come dipendenza, ma che in futuro potrebbe assumere carattere paritario per i continui progressi tecnici. La distinzione, oggi chiarissima, tra uomo e robot tende ad attenuarsi e l’antropologia tende a confondersi con la “robotologia”, tanto più che i robot tendono a sostituirsi agli umani in molte funzioni.

La sostituibilità del robot all’uomo presenta aspetti tecnici (valutazione del rapporto mezzi-fini in un contesto specifico); aspetti economici (rapporto costi-benefici, che nel caso dei robot di servizio, badanti, camerieri e così via, potrebbe comprendere una valutazione più soggettiva, legata alla cortesia, alla gradevolezza, all’estetica); aspetti legali (attribuzione della responsabilità dei danni provocati dai robot). E infine: esistono settori in cui l’integrazione o la sostituzione sia da escludere?

 MIT Artificial Intelligence Laboratory, Sociable Machines Project, Kismet, robot autonomo per l’interazione sociale con le persone.
MIT Artificial Intelligence Laboratory, Sociable Machines Project, Kismet, robot autonomo per l’interazione sociale con le persone.

Gli sforzi che facciamo per dotare i robot di intelligenza, autonomia, capacità  di apprendere e tendenzialmente anche di sensibilità e coscienza, avranno come corollario una loro equiparazione a qualcosa di nobile e vicino a noi? Ma c’è una domanda più inquietante: che diritto abbiamo di costruire macchine tanto intelligenti e sensibili da capire che non lo sono abbastanza? Perché suscitare dal nulla creature tanto simili a noi da essere capaci di soffrire? Il loro dolore, scaturito dalla coscienza di non essere del tutto assimilabili agli uomini, sarebbe un triste corollario della nostra abilità demiurgica: creando una schiatta di “macchine dolenti”, ci assumeremmo una pesante responsabilità.

Ma lo struggente desiderio che i robot avrebbero di diventare del tutto umani sulla base di un consapevole “senso di inferiorità” è ancora una volta frutto di una nostra proiezione. Che motivo avrebbero creature tanto diverse da noi (e forse tanto migliori di noi) per voler diventare proprio come noi, se non quello di compiacere i loro vanitosi creatori?

Alcuni ritengono che un giorno si potranno costruire robot più buoni degli esseri umani in virtù di un processo evolutivo che, innescato da noi, procederebbe poi in modo svincolato dai nostri condizionamenti. Se noi siamo, in molte circostanze, aggressivi e malvagi ciò è dovuto al valore di sopravvivenza che queste caratteristiche hanno avuto nel corso dell’evoluzione. Ma i robot si evolveranno in un ambiente molto diverso dal nostro: l’ambiente dei robot, in gran parte, siamo noi. Ecco perché, se vogliamo che questa nuova stirpe sia migliore di noi e magari ci aiuti a migliorare noi stessi dovremmo stare attenti all’“indole artificiale” che imprimiamo in queste creature, pur nei limiti delle derive imprevedibili dovute alla loro autonomia. In questa prospettiva, instillare nei robot il desiderio di uguagliarci potrebbe segnare un regresso o almeno un ostacolo alla loro evoluzione etica verso la bontà. Insomma varcare la soglia che porta ai robot umanoidi in senso lato è un passo arcano e pieno di incognite.

Giuseppe O. Longo

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