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deep orchestra. Incursioni virali di suono

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C’è un albero fatto di radici, nel fondo e nella chioma. Radici che scavano per deformare le più oscure profondità della terra e dell’aria. Questo albero è il simbolo del progetto go deep e della sua falange sonora deep orchestra: un’invasione organica aliena a un contesto di dominazione, diretta verso una germinazione di interventi artistici e di ricerca.

Il collettivo go deep si presenta questa estate al Santarcangelo Festival con un laboratorio a cura di Andreco e della compagnia teatrale Motus. deep orchestra è un gesto apparso molto prima, ma “una qualche sorta di kairos ha reso il progetto autocosciente in un contesto di fioritura infestante che animava il workshop”. L’aspetto che li unisce è l’idea d’invasione “vegetale, batterica, della materia stessa che emerge, che diventa pertinente alla struttura della città”. la deep orchestra lavora a questa poetica esclusivamente con il suono, attraverso interventi oscuri e sfuggenti, che nel caso del roBOt08 festival, hanno inasprito l’atmosfera leggera della dancehall con incursioni a sorpresa sonoricamente aggressive.

Come modello d’ispirazione, deep orchestra trova il “progetto della natura” molto stimolante, per il suo aspetto inumano e la sua inarrestabile “diffusione cieca”. “Un’adduzione vegetale” che si manifesta sonoricamente attraverso un gruppo di persone dall’aspetto alieno, tutti vestiti di nero, con uno zaino/diffusore alle spalle, il viso coperto da una visiera triangolare, il capo nascosto da un cappuccio. Terroristi sonori potremmo definirli, un terrorismo che dilaga tra i fasti di un festival di musica elettronica, per aprire una parentesi – o forse un’antitesi – atta a scatenare cosa?

Lo scopo del progetto è invadere, modificare dal profondo, rigenerare distaccandosi dal piano concettuale e operare in modo fisico polverizzando il suono. I loro interventi infatti sono un momento di deflagrazione, un cortocircuito creato con le persone coinvolte nelle loro incursioni a sorpresa. Descritto con le loro parole, ” […] la veicolazione, piuttosto clandestina, reticente alla comunicazione umana, di processi di invasione “non coloniale” porta le strutture ospiti a essere alterate in collaborazione con o in esaltazione della matrice naturale, della geografia, della stratigrafia”.

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Nei loro territori d’indagine “disumanizzazione” e “degrado” sono prospettive allettanti piuttosto che temibili; un’occasione per elaborare un principio di rielaborazione radicale. Da queste sistuazioni si può attivare l’alienazione ovvero uno sviluppo che non si relaziona ad un contesto che lo sostiene, ma rimane fine a se stesso: “un’autonomia inumana”. Da questa prospettiva deep orchestra chiude il dialogo con gli eventi, esaltando l’aspetto di muta e cieca invasione.

La filosofia del “sottrarsi” è applicata in ogni frangente. Parlando della realizzazione degli zaini e dei suoni emessi durante i loro interventi, spiegano che non c’è una costante metodologica e anzi aggiungono: “Manifestando gli zaini una certa neotenia, loro condizione e conseguentemente loro regime di lavoro, non potranno essere dati, anche in considerazione del fatto che il loro essere è definito a priori da una simile dedizione: quella del sottrarsi. Rivelare, cioè mostrare la fonte del proprio lavoro è l’uso a cui si sottraggono in sé come dispositivo. Gli zaini sono ciò che rimane dall’annullamento dell’ufficio frontale dell’apparato dell’ascolto musicale”.

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Il luogo in cui la deep orchestra interviene è strettamente collegato al suono. Lo spazio, ricordano, suona più dei diffusori stessi: il luogo concede il responso secondo una sua logica acustica e il suono emerge da un contesto ecoico. In questo senso attualmente deep orchestra è un’arma atmosferica piuttosto che balistica, coincide con l’atmosfera che la “vittima” vive come vitale. Lo spazio/aria, è quindi un elemento che evoca l’azione della deep orchestra più del contesto in cui opera. Il festival – per esempio – è la forma meno libera di propagazione per i loro interventi, perchè non permette alla performance di esaurire la funzione dello “spazio”, il quale, in contesti più isolati, offre la sua resilienza per lasciarsi invadere totalmente.

Le immagini fornite, volutamente lo-fi, manifestano la necessità della deep orchestra di trasmettere a livello visivo cosa accade in particolare nei loro incontri fuori dal contesto dei festival; lì dove tutto può accadere, interventi mirati in luoghi “x”, a contatto con spazi evocativi e da evocare, aperti a farsi scavare in profondità attraverso il suono.

 

Sara Cucchiarini

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