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Definizione zero. Il video è morto, viva il video

Definizione zero di Simonetta Fadda, testo di riferimento per lo studio dell’immagine video, ritorna alle stampe con una nuova edizione per Meltemi, ampliata nella parte storica e arricchita con la riflessione critica sull’esperienza del visuale ai giorni nostri.

Definizione zero di Simonetta Fadda, copertina del libro, 2017, Meltemi
Definizione zero di Simonetta Fadda, copertina del libro, 2017, Meltemi

C’era una volta il video. C’erano i nastri magnetici, le videocassette, le cineprese portatili, i videoregistratori, ma anche una tecnologia televisiva che oggi non esiste più, quella del tubo catodico. Strumenti di comunicazione analogici che l’arte e l’attivismo politico hanno scoperto e “impugnato” dando vita ad un periodo di fervide sperimentazioni linguistiche.

È il 1965 l’anno in cui Sony mette in commercio il suo primo modello di cinepresa portatile: da questo momento la registrazione e la riproduzione di immagini non è più la costosa esclusiva dell’ambito cinematografico. Ma dietro a questo strumento amatoriale si svela fin da subito ben altro che un modo per fare del cinema low cost: siamo di fronte a un medium differente il cui messaggio è un rapporto con la visione e la realtà, con la soggettività e il corpo, con l’arte e la politica ben diverso da quello del cinema.

Questo (riassunto qui in modo riduttivo) è quanto Simonetta Fadda è riuscita in maniera quasi esclusiva ad analizzare e a raccontare con Definizione zero. Quando il libro esce nella sua prima edizione nel 1999, infatti, ha il merito in quegli anni in Italia di colmare la mancanza di pubblicazioni dedicate alla storia e alla critica del video. Ed è un periodo in cui, come ribadisce la stessa autrice, molte delle esplorazioni capaci di mettere in evidenza le caratteristiche espressive ed esperienziali tipiche del medium, si erano ormai esaurite (non a caso proprio negli anni ’90 una nuova avanguardia accompagna l’emersione del medium digitale che con il web vede il proliferare di un immaginario – e di un visuale – “altro”, quello esplorato dalla net art e dalla cultura del remix…).

Simonetta Fadda, studiosa di linguaggi audiovisivi, artista, traduttrice e docente all'Accademia di Brera e alla Civica Scuola di Cinema di Milano.
Simonetta Fadda, studiosa di linguaggi audiovisivi, artista, traduttrice e docente all’Accademia di Brera e alla Civica Scuola di Cinema di Milano.

Dall’ambito artistico a quello politico e artivistico, il lavoro di Fadda affronta criticamente e storicamente una serie di esperienze imprescindibili della sperimentazione video concentrate soprattutto negli anni ’60 e ’70 del Novecento. Sono questi infatti gli anni della bassa risoluzione, qualità (o limite) del videotape che ne segna fortemente il carattere. Per questo oggi nell’alta definizione delle immagini contemporanee, il video è morto, decreta Simonetta Fadda, il video digitale è da tutti i punti di vista un’altra cosa.

Guardando al passato dunque, nel libro si ritrova la storia della videoarte e del video-attivismo, nazionale e internazionale. Ma le riflessioni contenute in Definizione zero, oltre a descrivere un percorso storiografico, sono molto più ampie: prendono in considerazione il medium visivo (fotografia, cinema, televisione e video) nel suo rapporto con la visione umana, il funzionamento fisiologico della visione, descrivendo in che modo percepiamo le diverse immagini tecnologiche. Il testo entra in dialogo con sociologi e studiosi dell’immagine come Vilém Flusser e Marshall McLuhan, e analizza la categoria del “visuale”, la visione mediata dalla tecnologia (dall’invenzione della fotografia in poi) con la quale si definiscono i rapporti con l’immagine che abbiamo del reale.

La nuova edizione di Definizione zero, ospita anche una riflessione sul visuale digitale e sulla sua circolazione nel web – ristretto però al contesto dei social network. Abbiamo assistito allo sviluppo di una nuova visualità espansa, che tuttavia, nota l’autrice, si nutre di immaginari pregressi e sequenze di senso generate altrove, rimandi all’universo visivo mainstream del cinematico che poco spazio lascia all’immaginazione, alla volontà di sperimentazione e men che meno alla possibilità di costruire relazioni e cambiamenti. Tuttavia uno spiraglio di fiducia nell’esistenza di nuove spinte generative di immaginari autentici e liberi, Fadda lo intravede in quelli che chiama “interstizi”, che si può immaginare indichino i luoghi che un tempo si sarebbero chiamati undergruond e che oggi si possono trovare nei circuiti (online) più insoliti e difficili da raggiungere, esclusivi e sfuggenti, fino alla prossima rivoluzione.

Martina Coletti

Definizione zero
Origini della videoarte fra politica e comunicazione
Simonetta Fadda
2017
Meltemi Editore

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