Cinema

Festival del Film di Roma: Lulu e Time out of mind

Accanto a I Milionari di Alessandro Piva, parliamo oggi di altre due pellicole della sezione Cinema d’oggi del Festival Internazionale del Film di Roma 2014, conclusosi di recente: Lulu e Time out of mind.

Diversi per spirito e ambizioni, distanti per riferimenti e citazioni cinematografiche, Lulu e Time out of mind non potevano che provenire da sguardi più lontani tra loro, come quello dell’argentino Luis Ortega e quello dell’israeliano Oren Moverman; nonostante le divergenze i due film sono accomunati dalla forte volontà di narrare vite ai margini, entrando nei pensieri e nei gesti di personaggi che lì sostano e vagabondano. Soggetti non nuovi e che, tra l’altro, non sono stati nemmeno trattati con originalità.

Lulu di Luis Ortega

Il film di Luis Ortega racconta la storia borderline di Ludmilla (detta Lulu) e Lucas, spingendo tutto all’estremo: i due ragazzi dormono in una baracca al bordo di una grossa strada di Buenos Aires, vivono la giornata attraverso mezzucci che valicano il confine della legalità, tollerano atteggiamenti impensabili in un normale rapporto di coppia. Due vite allo stato brado il cui scopo è sopravvivere. Seguendoli passo passo nelle loro stravaganze, il film ricorda la Nouvelle Vague francese con citazioni da Jules et Jim, Le mépris e, soprattutto, A bout de souffle; al di là del citazionismo, i richiami non aggiungono nulla ai personaggi che sono abbandonati a se stessi, incapaci di costruire qualcosa o cambiare così che la sola trasformazione possibile è l’implosione. C’è un’immagine che accompagna l’intero film e ne è l’emblema: i cumuli dei resti di carne da macello. Lucas lavoricchia per un ambulante che ha il compito di raccogliere gli scarti della carne per le strade della capitale; ogni giorno il camion ritira il mucchio dai macellai, li porta in discarica e lì li lascia. Scarti come Lucas e Ludmilla.

Lulu di Luis Ortega
Lulu di Luis Ortega

Time out of mind è un film altrettanto disperato, ma all’americana. Cinematograficamente made in USA anche se originario di Israele, Oren Moverman narra la storia di George, un barbone di New York che vaga senza scopo apparente. L’interpretazione finale di Richard Gere nella parte di George rende merito alla fatica fatta per studiare e costruire il personaggio: per immedesimarsi Gere si è trasformato in senza tetto per una notte. La sua bravura emerge come un’oasi nel deserto: accanto il vuoto della scenegegiatura, estremamente scarna, della musica e della scenografia e della regia. Stilisticamente c’è un refrain di inquadrature tra schermi, specchi e vetri che annoia; le luci al neon che punteggiano la New York notturna non rende lontanamente giustizia a quella di Taxi Driver di Scorsese.

Time out of mind di Oren Moverman

Il tentativo di ritrovare la figlia e costruire un nuovo rapporto non è che un elemento di sostegno che arriva però troppo tardi nell’economia del film e che forse era meglio non usare nemmeno. Senza avrebbe dato maggior peso e corpo alla disperazione dell’uomo.

Due film dimenticabili, così come spero di dimenticare la totale desolazione e disperazione che rappresentano.

Elena Cappelletti

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