Dall'archivio D'ARS

Fluxus 50 anni (1962-2012)

George Maciunas, Fluxus, 1962
George Maciunas, Fluxus, 1962

Ci hanno provato in tanti a dare una definizione a Fluxus, anche di recente, in occasione dei numerosi appuntamenti che in tutto il mondo ne celebrano i cinquant’anni. Ma è impossibile circoscrivere ciò che per antonomasia nasce proprio con il desiderio di non avere confini, costrizioni e identità, persino nel nome. Il termine è stato preso a prestito dal latino (idioma super partes e sovranazionale) e racchiude in sé significati come fluire, scorrere, mescolare. Il teorico del gruppo, George Maciunas, l’aveva trovato inserendo a caso un coltello nel vocabolario. Non poteva capitare meglio, la definizione è perfetta perché contiene alcuni principi fondamentali per la poetica del gruppo: dinamismo, vitalità, energia e universalità. All’idea di un’arte che sia sinonimo di vita, anzi “costruzione della vita” (e non perché la evoca o la rappresenta, ma perché la vive e la sente abolendo qualsiasi distinzione tra le due) si affianca la convinzione di un’arte (e dunque di un’esistenza tutta) che deve accompagnarsi da aggettivi come rivoluzionaria, sovversiva, democratica, ironica, irriverente, sociale, collettiva. Non a caso, il primo manifesto del gruppo (datato febbraio 1963) si apre al grido di “purge the world” e “promote a revolutionary flood and tide in art”.

George Brecht, Valoche 1959-1975. Flux fravel aid, 1970Wooden box containing playing plastic and balls Collection Bonotto Archive
George Brecht, Valoche 1959-1975. Flux fravel aid, 1970
Wooden box containing playing plastic and balls
Collection Bonotto Archive

Comunque, a dispetto di tutti i dizionari, di tutte le teorie e nonostante i manifesti e le dichiarazioni eversive, ovvero nonostante tutte le strategie adottate solitamente dai movimenti, Fluxus non è mai stato un movimento, almeno non nei termini consueti.Per afferrarne meglio le implicazioni occorre forse inanellare una serie di notizie e di dati che in cinquant’anni ne hanno segnato il cammino. Vediamoli.

Alle radici di Fluxus ci sono la musica di John Cage, allievo di Schoenberg e pioniere della musica aleatoria, e la dissacratoria esperienza Dada. Maciunas è il primo a rivendicarla nei manifesti e nelle conferenze che tiene – ad esempio in quella del 1962 alla Galerie Parnass di Wuppertal e intitolata Neo-Dada negli Stati Uniti – e soprattutto nel suo lavoro. Georges Maciunas (1931-1978) architetto, grafico, musicologo e artista di origine lituana, si era trasferito a New York dopo la seconda guerra mondiale e lì era entrato in contatto con gli ambienti artistici americani, fortemente segnati dalle idee che Duchamp e proseliti avevano portato dall’Europa quando avevano trovato rifugio oltreoceano. Lì la pratica del ready made e l’idea di un’arte totalizzante e irriverente trovano terreno fertile e schiere di seguaci, soprattutto tra le giovani generazioni. Rauchemberg, Motherwell, Johns e Maciunas sono i primi a schierarsi a favore del nuovo credo, che per decenni continuerà ad annoverare proseliti. Nel 1961, dieci anni dopo l’uscita dell’antologia Dada Painters e Poets a firma di Motherwell, Maciunas apre a New York una nuova galleria (AG Gallery) dove organizza incontri e concerti che preparano il terreno a Fluxus. È proprio sugli inviti di tre conferenze musicali, intitolate Musica Antiqua et Nova, che compare per la prima volta il termine “Fluxus”. Ma sarà solo l’anno dopo, allo Stadtische Museum di Wiesbaden (Germania), quando Maciunas organizza il primo festival Fluxus a prendere ufficialmente il via il gruppo che già contava tra le sue fila personaggi come Higgins Dick, Nam June Paik, Vostell Wolf, Emmett Williams e Ben Patterson, a cui tanti altri se ne sarebbero aggiunti dai quattro angoli del mondo: da Joseph Beuys a Ken Friedman, da Benjamin Vautier a Giuseppe Chiari, da Sylvano Bussotti a Gianni Emilio Simonetti, Geoffrey Hendricks, Eric Andersen ePhilip Corner. Inoltre, non sono poche le figure femminili che hanno contribuito alla vita di Fluxus: da Yoko Ono a Charlotte Moorman, da Alison Knowles a Shigeko Kubota, da Takako Saito a Mieko (Chieko) Shiomi, a loro si aggiungono poi i nomi di coloro che incrociarono Fluxus nel corso di un cammino artistico e teorico individuale, come Kate Millet, femminista ed attivista, Simone Forti e Carolee Schneemann attive allo Judson Dance Theater di New York all’inizio degli anni Sessanta. Artisti dall’espressività molto differente e dalla provenienza più disparata si sono trovati uniti nella meravigliosa utopia di un’arte libera e inarrestabile, un’arte che doveva bastare a sé stessa, senza compromessi.

George Brecht, Ball Puzzle, 1964
Curated for Fluxus Edition, New York
Black plastic box containing printed card and two balls
Label design by George Maciunas

A tutti loro, ma in particolar modo alla figura di Maciunas, è dedicato il volume di Skira, uscito in occasione della mostra al m.a.x. Museo di Chiasso (mostra curata da Antonio D’Avossa e Nicoletta Ossanna Cavadini e che in questi mesi si è spostata al Museo Nacional de la Estampa di Città del Messico), mentre a Reggio Emilia, alla Fondazione Palazzo Magnani, fino a febbraio i riflettori sono puntati sulle donne di Fluxus (WOMEN IN FLUXUS & Other Experimental Tales) e su John Cage, del quale si festeggia il centenario.

Lorella Giudici

D’ARS year 52/nr 212/winter 2012

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