Design

Andrea Peduzzi a Game Design Week: i videogiochi (non) sono arte?

La riflessione su I videogiochi tra mito, rito e folklore di Andrea Peduzzi, relatore al Game Design Week, la prima kermesse che porta il design digitale di app e videogiochi all’interno della settimana milanese del design, del Salone del Mobile e del Fuorisalone.
Game Design Week analizza il videogioco, medium considerato “giovane” ma con più di cinquanta anni di vita, non solo come passatempo o oggetto tecnologico, ma nella prospettiva del design, focalizzandosi sulle sue caratteristiche proprie, come l’interattività, ovvero una delle più attuali espressioni del design contemporaneo. Questa prospettiva non è nuova, basti considerare come il videogioco sia già entrato nella collezione del museo newyorkese MoMA proprio all’interno della sezione Architettura e Design.

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Game Design Week 2016

Dopo gli eventi sold-out dedicati all’art direction nei videogiochi, con Paolo Bertoni di Milestone Srl, la più grande azienda italiana del settore, e Chris Solarski, autore e game designer di fama internazionale, il cui incontro si è focalizzato sullo storytelling dinamico, nel quale entra in gioco l’interazione con il fruitore, Game Design Week propone tanti altri approfondimenti, consultabili dalla pagina Facebook dell’iniziativa.

Da non perdere la giornata conclusiva di sabato 16 aprile in IED (Via Amatore Sciesa 4, Milano), nella quale sarà possibile provare ventisei giochi non ancora sul mercato, proposti da altrettante aziende del settore, oltre che partecipare a momenti ludici e laboratoriali per grandi e bambini con Elena Prette, Diego Paparelle e Spartaco Albertarelli, uno dei più illustri ed apprezzati game designer italiani con oltre 130 giochi pubblicati, già al lavoro su titoli come Dungeons & Dragons, Monopoli e RisiKo!, boardgame del quale ha progettato tutte le evoluzioni pubblicate in Italia dal 1987 fino ad oggi.

Quella che segue è una riflessione sul videogioco ad opera di Andrea Peduzzi, che a Game Design Week ha tenuto la conferenza dal titolo I videogiochi tra mito, rito e folklore. Buona lettura.

Da qualche anno a questa parte il dibattito sul rapporto tra arte e videogame è letteralmente esploso, e la domanda che galleggia nell’aria è sempre la stessa: “I videogiochi sono arte?”. Ad accendere la miccia è stato, nel 2010, il compianto critico cinematografico Roger Ebert, autore di un articolo intitolato Video games can never be art che ha contribuito a dividere appassionati e addetti ai lavori in due categorie: quelli che difendono ciecamente il valore artistico dei videogame, sempre e comunque, e quelli che per pudore o snobismo preferiscono considerare la questione oziosa e tutto sommato inutile. Si badi che nella seconda fazione rientrano alcuni tra i giornalisti e game designer più bravi sulla piazza, il che vorrà pure dir qualcosa.

Un paio d’anni dopo, nel 2012, la posizione di Ebert – la si indovina in fretta dal titolo del pezzo – è stata indirettamente appoggiata anche da Jonathan Jones, critico d’arte del Guardian, attraverso l’articolo Sorry MoMA, video games are not art. Leggendo gli scritti in questione appare subito evidente la scarsa familiarità dei due critici con i videogame, nonostante tutti i caratteri spesi a sostenerne l’inadeguatezza artistica. Quello che emerge, insomma, è un rifiuto preconcetto di sporcarsi davvero le mani con qualcosa che non si conosce e che non si capisce, ma con cui ci si sente in dovere di fare i conti.

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Per approfondire meglio la faccenda è necessario sgranocchiare un poco le tesi di Jones e Ebert, che riassumo qui con un poco di licenza: un’opera d’arte è sostanzialmente la reazione di un singolo artista alla vita, un’intima necessità, e i videogame non possono essere considerati oggetti artistici in quanto creati da uno staff di professionisti. Ora, a prescindere dal fatto che un artefatto può benissimo nascere da un processo creativo collettivo (basti pensare al cinema, al teatro o alle arti performative), questa premessa rischia di spostare pericolosamente l’indagine dall’opera verso l’agente che la produce, mentre trovo più interessante concentrarmi sull’esito di un processo creativo, piuttosto che sul processo in sé. D’altronde, come ha scritto una volta un grande esperto di cultura popolare, “è la storia, non colui che la racconta”.

Il videogioco per la sua natura multimediale è inevitabilmente il prodotto di uno staff; nel videogioco si incontrano musica, arti visive, cinema, architettura e letteratura (Wagner parlerebbe volentieri di Gesamtkunstwerk). Poi, naturalmente c’è il game design. Così, se da un lato è lecito identificare nel game designer la figura autoriale che governa l’intero processo creativo, dall’altro non possiamo dimenticare l’apporto di artisti, musicisti o scrittori, i cui lavori (bozzetti, musiche o illustrazioni) possono eventualmente rivelarsi oggetti d’arte a sé stanti.

Se invece decidessimo di assecondare la tesi di Ebert e Jones, anche in questo caso ci sarebbe di che criticare. La Game Art (quella con le iniziali maiuscole, illustrata da Matteo Bittanti nel provocatorio articolo La Game Art di Eddo Stern) prevede un utilizzo consapevole del videogioco come strumento critico, traghettato (ancora meglio, rimediato) dalla sua iniziale condizione industriale verso una dimensione puramente artistica e d’autore. In questo caso le esigenze epistemologiche dei due critici sono soddisfatte, e automaticamente spogliate di significato.

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L’altra grossa obiezione mossa al videogioco starebbe nella sua natura ludica, vista contestualmente (paradossalmente) come un limite: se gli scacchi non sono un’opera d’arte, osserva Jones, perché dovrebbero esserlo i videogiochi? La faccenda in questo caso si fa più spinosa e accende un dibattito ancora irrisolto. Il mio punto di vista al riguardo è più o meno questo: se da un lato la natura composta e multimediale del videogioco lo eleva dallo status di semplice oggetto ludico, trovo comunque più interessante e sensato identificarne il quid artistico nel suo distinguo, l’interattività, e nella disciplina che la regola, il game design.

Un gioco come Super Mario Bros è eccellente sotto il profilo grafico e stilistico, ma quello che lo rende speciale, quello che ne fa una vera e propria opera d’arte, sono le scelte di design proposte al giocatore. Queste scelte si manifestano tanto nel sistema di controllo quanto nel level design, oltre che in mille piccoli colpi di genio frutto dell’intuizione superiore del suo autore Shigeru Miyamoto, che supera il semplice mestiere e sfonda di prepotenza le porte dell’arte.

Per cogliere appieno certe squisitezze occorre naturalmente una forte alfabetizzazione videoludica: bisogna aver giocato, e molto; solo in questo caso è possibile ascoltare tutte le note suonate dai game designer, persino quelle più basse. A conti fatti la natura artistica più intima di un videogioco andrebbe ricercata nel suo Rito, piuttosto che nel suo Mito; un rito in cui i sacerdoti del digitale servono ai giocatori regole e contesti, chiamandoli a partecipare alla creazione artistica in maniera solo apparente, perché una figura autoriale (ma non autoritaria) sussiste eccome. In questi termini finisce per sciogliersi da sé anche l’annoso nodo gordiano del giocatore/autore.

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Ossocubo Bluevolta, screen dal gioco

Ciò detto, non intendo certo sostenere che il videogioco sia sempre e comunque un fenomeno artistico, anzi. Semmai è un linguaggio, un’eccezionale cassetta degli attrezzi con cui fabbricare ciò che si vuole: intrattenimento, gioco, sport. E anche arte, naturalmente. Se si nega a priori quest’ultima possibilità aggrappandosi a sterili demarcazioni intellettuali, si rischia di sottovalutare uno dei media più rilevanti degli ultimi anni, forse quello che aderisce meglio ai tempi che stiamo attraversando.

In questo senso, la decisione del MoMA di acquisire quattordici videogiochi storici nella propria collezione è solo uno dei tanti segnali da cogliere, perché osservando la realtà con attenzione ci si accorge che ormai i videogame sono dappertutto. I ragazzini degli anni Settanta e Ottanta sono cresciuti, molti di loro oggi sono sceneggiatori, scrittori o artisti e hanno lasciato filtrare la propria passione in dozzine di opere: dai film ai libri (penso al cult letterario di Ernest Cline, Ready Player One) fino alle serie tv, che sono un autentico ricettacolo di citazioni videoludiche. I videogiochi non hanno più bisogno di essere legittimati, ormai si difendono benissimo da soli, e chi sceglie di chiamarsi fuori per paura o snobismo rischia di giocarsi uno dei dibattiti culturali più avvincenti e necessari degli ultimi anni.

Andrea Peduzzi

Game Design Week si configura come un’occasione unica per entrare in contatto con il settore dell’intrattenimento digitale, attraverso momenti di riflessione ad opera di personalità di primissimo piano, ricche di competenze e saperi da trasmettere. Inoltre Game Design Week offre ai professionisti italiani opportunità di networking e di promozione dei propri prodotti tramite un’area showcase dedicata.

Game Design Week
Evento Facebook
Fino al 16 aprile 2016

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