Mostre

Georges Adéagbo a Ginevra

Attraverso una nuova serie di installazioni l’artista africano Georges Adéagbo continua la narrazione del sottile filo rosso che connette ogni singolo componente dell’umanità

Quattro anni fa Hiroshi Sugimoto proponeva al Palais de Tokyo di Parigi una riflessione su trenta possibili forme di autodistruzione dell’umanità: un caleidoscopio di installazioni poneva l’accento su alcuni eccessi della società contemporanea che potrebbero provocarne l’estinzione. In netto contrappasso è l’ode alla vita che da oltre trent’anni contraddistingue i lavori di Georges Adéagbo, la cui mostra Genève, Suisse d’hier et Genève, Suisse d’aujourd’hui (Ginevra, Svizzera di ieri e Ginevra, Svizzera di oggi) è stata aperta a Ginevra lo scorso 3 maggio al Palais des Nations (ONU) e alla Maison Tavel, museo di storia urbana e della vita quotidiana situato nella più antica dimora privata della città.

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Georges Adéagbo (Cotonou, 1942) Installation dans la tourelle, 1er étage Maison Tavel, 2018 © MAH, photographie Flora Bevilacqua

Sulla scia di quel ready made che è stato alla base della creazione artistica di Duchamp, raggruppare una serie di oggetti appartenenti a culture ed epoche differenti è diventata una forma espressiva che può assumere significati e veicolare messaggi decisamente antitetici. L’artista, che divide la sua attività tra il natio Benin e la Germania, ricorre a raccolte di oggetti quali dipinti, sculture, libri, dischi, ritagli di giornali e altro, per creare installazioni site specific inerenti la storia e l’evoluzione di un personaggio, di un luogo o di una nazione. Ma lungi dall’esaurirsi nell’analisi di un aspetto culturale circoscritto, la connotazione specifica di ogni suo lavoro assurge a pretesto per la trattazione di temi di respiro universale. Visitando le sue mostre l’osservatore ha l’impressione di entrare in una sorta di wunderkammer contemporanea nella quale l’aspetto esotico dei cabinet de curiosité – antesignani dei musei – è soppiantato da icone di un quotidiano a tratti carico di simbologia e talvolta volutamente banale in quanto destinato a stimolare la riflessione sulla realtà di un’umanità spesso distratta dal dispiegarsi degli eventi. Ogni singolo oggetto è scelto e posizionato da Adéagbo in modo da creare una serie di connessioni che permettono di coglierne il valore intrinseco in seno al fluire delle vicende umane.

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Georges Adéagbo (Cotonou, 1942) Installation dans les vestiges de la tour romane, costume d’Eugungun Maison Tavel, 2018 © MAH, photographie Flora Bevilacqua

Attingere in culture e tradizioni diverse costituisce la chiave per giungere a una visione globale rimessa alla libera interpretazione che ognuno può attribuire in funzione del proprio bagaglio esperienziale. Agli oggetti per così dire “trovati“ nel corso della ricerca che l’artista effettua in preparazione a ogni singola installazione, si aggiungono dipinti e sculture che lui stesso commissiona e testi scritti di suo pugno al fine di introdurre elementi didascalici volti a illustrare la sua implicazione nel ricercare un dialogo tra il background culturale africano e il contesto in cui interviene.

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Georges Adéagbo (Cotonou, 1942) Installation dans la tourelle, 2ème étage Maison Tavel, 2018 © MAH, photographie Flora Bevilacqua

Se il punto di partenza della mostra ginevrina è intimamente legato alle due sedi – la Maison Tavel che rappresenta il passato della città e il Palais des Nations che ne simboleggia il presente e la futura evoluzione – l’indagine di  Georges Adéagbo si allarga a ricomprendere le tematiche di respiro universale sottese alla sua poetica. Secondo un approccio contraddistinto da un’intensa dimensione spirituale, lungo il percorso emerge la ricerca di un incontro costruttivo tra icone di ieri e del presente che permette di identificare l’arte come il valore fondante e unificante per gli esseri umani di qualsiasi estrazione e provenienza. Non mancano note ironiche ad esempio nell’accostare la ricercatezza pretenziosa dell’eleganza della donna occidentale alla semplicità di una rappresentazione africana della fertilità (manichino versus statua lignea). E dopo un possibile divertimento iniziale, il sorriso si spegne ammirato nell’osservare come, a mo’ di messale a fianco di un camino fattosi per così dire altare, campeggi “Presque rien sur presque tout” (Quasi niente su quasi tutto) di Jean d’Ormesson che sembra sintetizzare e ribadire l’importanza del confronto e dello scambio tra culture differenti. Sotto l’egida di guardiani guerrieri o segnatamente trascendenti, oggetto delle connessioni che rimbalzano da un oggetto all’altro, ecco dispiegarsi le tradizioni, la pace, la conoscenza, il contatto con il proprio Sé interiore – poco importa che sia divino o meno – l’amore che permette di generare nuove esistenze, l’acqua che sostenta la vita, la protagonista ultima.

Tra gli scritti di Georges Adéagbo presenti nell’esposizione, colpisce una considerazione di impronta magrittiana nel suo cavalcare l’apparente dicotomia tra significato e significanza a proposito del momento e del tempo: […] poiché il momento non può dirci chi l’uno sia per l’altro, è venuto il tempo a dirci chi sia l’uno per l’altro”. Armonizzare le differenze tra le culture implica un diverso approccio al concetto del sé e dell’altro.

Danilo JON SCOTTA

Georges Adéagbo
Genève, Suisse d’hier et Genève, Suisse d’aujourd’hui
Maison Tavel e Palais des Nations, Ginevra
Fino all’8 luglio 2018

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