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GET REAL: come pensare la fine del capitalismo?

Mark Fisher © Edition TIAMAT, Berlin
Mark Fisher © Edition TIAMAT, Berlin

È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” scriveva Mark Fisher all’indomani della crisi del 2008 nel suo libro Capitalist Realism. Is there no alternative?[1]. Da tempo il critico musicale, blogger e professore di Visual Cultures al Goldsmiths College di Londra riflette sulle dinamiche della società contemporanea tra pop culture, vita quotidiana e politica. Lo scorso ottobre, ospite del teatro berlinese Volksbühne, ha presentato Ghosts of My Life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures [2], appena uscito in traduzione tedesca. Questa raccolta di scritti ruota attorno al termine derridiano di “hauntology” evocando il ritorno fantasmatico di tracce del passato che fluttuano in un presente vacuo, interamente votato all´imperativo del futuro ottimizzato e dunque perso in partenza: come impossibilità di creare il nuovo, come fallimento della modernità, come incapacità stessa di concepire un’alternativa.

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La depressione, di cui l´autore ha portato forti testimonianze personali, non può essere ridotta al privato: la sua diffusione capillare ne fa una condizione sociale, una vera e propria patologia del sistema dove tutto è asservito alla logica del business e della tecnologia digitale. Se la comunicazione procede soltanto attraverso stati permanenti di eccitazione, non c’è nemmeno il tempo di essere tristi. Lo stress, infatti, viene privatizzato e patologizzato. Tutto ruota attorno alla modalità binaria online/offline: interrompere il flusso significa essere automaticamente escluso, rigettato fuori, non reale.

Fisher racconta della sua esperienza d´insegnante pronunciandosi duramente contro la riforma dell’educazione voluta dal governo inglese. A suo parere le nuove generazioni sono mantenute in uno stato di edonismo depressivo e, al contempo, iperattivo, nel quale leggere e scrivere sono considerate attività fastidiose, non assimilabili alla struttura stimolo/reazione che si consuma in pochi minuti. Noioso è infatti l’aggettivo maggiormente utilizzato per esprimere una critica in classe. Un apparato pedagogico del genere può servirsi soltanto di burocrati, facilitatori ed intrattenitori. Per accedervi è necessario indebitarsi, visto gli aumenti esponenziali delle rette universitarie, che hanno reso la formazione accademica un bene di lusso. Se ancora esiste una disciplina, questa si basa sulla dipendenza di cui il debito è probabilmente la declinazione socio-economica più forte in quanto capace di colonizzare il tempo e, quindi, il futuro stesso.

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Sull’eco di questo intervento s’iscrivono – a distanza di poche settimane l’uno dall’altro – la conferenza The Pervert’s Guide to Europe di Slavoij Žižek, tenutasi sempre alla Volksbühne e la presentazione del nuovo libro dell´economista ceco Tomáš Sedláček dal titolo Lilith e i Demoni del Capitale. L’economia sul lettino di Freud[3] presso un altro teatro berlinese, la Schaubühne. Pur nelle differenze c´è un proposito condiviso dai tre autori: dal crollo del muro di Berlino passando per la crisi finanziaria fino ai problemi sorti all´interno dell´Unione Europea, il neoliberalismo si è consolidato come una sorta di ideologia naturalizzata e onnipresente che va sottoposta con urgenza a un’analisi critica storicizzata. Rinunciare alla possibilità di pensare il futuro (nel senso di un futuro diverso) significherebbe sottomettersi ciecamente al capitalismo come minore dei mali possibili e come ordine efficiente continuamente perfettibile.

Per Fisher e Žižek l’alternativa al capitalismo deve poter esistere al di fuori di esso e non limitarsi ad essere una reazione di aggiustamento. Servendosi di Lacan e della sua teoria de “l’objet petit a” lo psicoanalista sloveno spiega il meccanismo ingannevole del desiderio che porta a soffermarsi sulla rimozione dell’ostacolo interposto al raggiungimento della perfezione. Convinti che eliminando l’ostacolo si possa far emergere l’oggetto ideale nella sua pienezza (in questo caso una società equa) si dimentica quanto i due termini siano interrelati, tanto che non possono esistere l´uno senza l´altro. Un´illusione già operante in Marx che aveva concepito il comunismo come trionfo della produttività pura presente nel capitalismo ma liberata dai suoi elementi di ingiustizia sociale. Anche i movimenti di Occupy non sono riusciti ad andare oltre il momento estatico della trasgressione collettiva fallendo nel loro brusco risveglio del giorno dopo; nonostante ciò “chiedere l´impossibile” rimane l´unica spinta fondamentale per un presente che sia capace di darsi un futuro differente.

In Žižek come in Fisher c’è diffidenza nei confronti di un certo umanitarismo reazionario espresso, per esempio, dalla filantropia delle corporation globalizzate (si pensi alle donazioni eclatanti di Mark Zuckerberg) o dai grandi eventi di beneficenza che fanno leva esclusivamente sulla la mobilitazione del singolo, evitando una risposta sistemica. Qui l´altro che sta ai margini occupa una funzione libidinale, come se questi confini d´esclusione fossero universali e indiscutibili, oscurando i meccanismi storico-economici all´opera. Allo stesso modo viene criticato l´approccio alle politiche ambientali. Se la sensibilizzazione al risparmio energetico e allo sviluppo sostenibile sono temi che circolano ampiamente nel flusso comunicativo globale, tutto ciò non sembra intaccare la convinzione neoliberale di fondo secondo cui le risorse del pianeta sono inesauribili e al servizio dei bisogni dell´umanità. Il rimosso torna pericolosamente a galla di fronte alle sempre più frequenti catastrofi ambientali dove il Reale (in quanto vuoto traumatico) si affaccia su questa Realtà costruita ideologicamente: non a caso si tratta di un ambito decisivo per la pensabilità del nostro futuro.

Le posizioni di Sedláček, sebbene più moderate, affrontano delle urgenze comuni agli altri due studiosi nella prospettiva di un giovane economista già consulente per il governo ceco e per alcune banche, poi per la stessa commissione europea, conosciuto soprattutto per il bestseller L´economia del bene e del male. Morale e denaro da Gilgamesh a Wall Street uscito nel 2011. Il suo nuovo libro si avventura in un percorso a cavallo tra teorie economiche, psicologia e mitologia classica: enciclopedico, talvolta ridondante, tenta di dimostrare come ci siano pulsioni oscure dietro gli sviluppi più recenti del capitalismo. Il valore metodologico sta nel rifiuto di una scienza economica basata solo su dati numerici e algoritmi statistici, chiusa nella torre d´avorio del profitto, assioma imperante presso tutte le scuole di pensiero. Il feticcio della crescita e la cura sedativa dell´immissione di moneta sul mercato appartengono, secondo Sedláček, a un modello ancora basato sul rapporto domanda/offerta che non mette in discussione il ruolo stesso del denaro di cui invece si potrebbe pensare di fare a meno. In base alla sua esperienza d´insider conferma che le qualità richieste dalle aziende e dalle banche sono esattamente le stesse applicate in guerra: aggressività e violenza continuano ad essere aspetti costituitivi del capitalismo mentre la paura diventa indispensabile per generare ricchezza. Le pandemie cicliche, l´esasperazione dell´igiene e del controllo del corpo, le assicurazioni, la questione della sicurezza sono motori d´affari a livello globale.

Tuttavia sui temi specifici dell’Europa e del multiculturalismo il confronto rispetto a Žižek diventa più acuto. Entrambi si sono ritrovati a parlare all’indomani degli attentati di Parigi davanti a un pubblico coinvolto in prima persona nell’accoglienza degli immigrati. Circa 80.000 rifugiati sono arrivati nel 2015 nella sola Berlino, diventata uno dei centri più sensibili e attivi del paese. L’economista ceco ha fatto appello ai valori comuni che non devono essere sacrificati di fronte alla paura, ricordando che una certa fragilità sociale è il prezzo da pagare per mantenere l’Unione Europea. Di quest´ultima ha elogiato la capacità di reagire a una crisi tuttora in corso grazie a un´identità che non si fonda su un vacumm morale ma attinge ad una storia culturale che comincia con Socrate nell´antica Grecia.

Žižek, invece, è parso insoddisfatto di un mero discorso umanistico basato su presunti valori universali che rischiano di coprire la complessità dei conflitti in corso. In primo luogo ha sottolineato che il capitalismo nella sua forma attuale funziona molto meglio con i regimi autoritari come la Cina o la Russia. Sembra dunque nell´interesse delle strutture economiche globali smantellare l´Europa in quanto ultimo baluardo di democrazia: basta pensare alle controverse trattative, tuttora aperte, per la stipulazione di un partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti con gli Stati Uniti.  In secondo luogo, pur condividendo la scelta del governo tedesco di aprire le frontiere a un grande numero di rifugiati respinti da altri paesi, lo studioso sloveno ha criticato l’ingenuità di un’accoglienza su base volontaria, affidata al senso di solidarietà della popolazione che, nel complesso, si sta dimostrando straordinariamente disponibile. A suo parere questo movimento di apertura sociale deve essere accompagnato da adeguate risposte istituzionali e organizzative dall´alto, non abbandonato a se stesso e strumentalizzato a livello europeo. Infine ha sottolineato l´importanza di riconoscere l´altro nella sua differenza senza assoggettarlo alla retorica vittimista della simpatia reazionaria per il povero prospettando un processo articolato d´incontro e reciproco riconoscimento.

Clara Carpanini

D’ARS anno 56/n. 222/primavera 2016

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[1] Mark Fisher, Capitalist Realism. Is there no alternative?, Zero Books, London, 2009
[2] Mark Fisher, Ghosts of My Life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures, Zero Books, 2014
[3] Traduzione mia del titolo in quanto il libro è per ora disponibile soltanto in lingua tedesca: Tomáš Sedláček, Oliver Tanzer, Lilith und die Dämonen des Kapitals: Die Ökonomie auf Freuds Couch, Hanser, München 2015

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