Dall'archivio D'ARS

Identita’ e liberta’ in rete

Questo articolo non ha pretesa di esaustività, ma si lega idealmente al finale del testo di Antonio Caronia che ci precede in queste pagine: L’arte come tavolozza del possibile oggi non può che essere ribellione e sovversione. Da sempre, come ci disse Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, là cresce anche la salvezza”. È giusto quindi cominciare con le parodie e con le beffe.

Wu Ming
Wu Ming

Iniziamo dunque infischiandocene delle solite domande passatiste nelle quali  molti ancora si rosolano senza fine e soprattutto senza risposta (questa è arte?) e mettiamoci a indagare qualche fenomeno a nostro avviso interessante che ci permetta di aprire, anche nei numeri a venire, dibattiti costruttivi in grado di intercettare i mutamenti in corso, le forme di ribellione, soprattutto quelle che si svolgono in rete, nei social network, nei forum e nelle piattaforme in cui l’anonimato può essere l’unico modo per non essere ”individuati” e di conseguenza fagocitati nelle trame dei dispositivi di potere che controllano e governano i nostri destini e le nostre vite. Il mondo dell’arte non può essere un luogo dove avvengono vicende avulse dalla contemporaneità più stretta, con i problemi, le crisi economiche e politiche, le occupazioni, le manifestazioni, le rivoluzioni… E chi sono gli artisti e gli ideatori di nuove etiche/estetiche? Cosa fanno?

Così come i vertici di potere economia, finanza e politica mistificano le intenzioni e celano l’identità dei reali responsabili delle scelte che determinano le nostre vite – online e offline – così i promotori di una cultura realmente alle prese (incarnata) con le emergenze dell’oggi, fanno cadere veli di Maya; sfruttando le stesse possibilità offerte dalle tecnologie informatiche, ne ricodificano le funzioni, condividono saperi e strumenti, costruiscono collettivamente etiche, estetiche e filosofie necessarie a comprendere la nostra storia, a scardinare i nuovi limiti alle nostre libertà e a ostacolare la riduzione a merci di identità/persone/idee. Il terreno su cui si rinnova oggi lo scontro tra poteri forti e garanti della libertà sembra essere, per tanti versi, quello dell’identità: violata, sofisticata, controllata, sfruttata, celata, rinnovata, espansa, condivisa.

Luther Blisset
Luther Blisset

Giocare con l’identità e l’autenticità, negate da una parte e riappropriate dall’altra. Questo quanto accade da anni e sfocia ora in una serie di movimenti che certa arte, certa cultura e una parte non ufficiale di “politica dal basso” hanno già anticipato: da Luther Blissett a San Precario e Anna Adamolo a Wu Ming e Ippolita, ai tanti artivisti che si sono appropriati delle identità altrui per svelare il reale attraverso il falso.

Come anche in molta net.art, della quale risentono ad esempio le operazioni più recenti di artisti come gli Yes Man (Andy Bilchbaum e Mike Bonanno, ovvero Igor Vamos e Jaques Servin) realizzatori di cloni di eminenti quotidiani americani come il New York Times o trasformisti in grado di portare le istanze delle proteste ecologiste e altromondiste all’interno dei dibattiti più importanti di organizzazioni come il WTO o di governi come il Canada e gli Stati Uniti – significativa a questo proposito la denuncia per “furto di identità” sporta contro di loro dalla Camera di Commercio americana. Con il recente lavoro Loophole4All.com, Paolo Cirio rende pubblica la lista delle società offshore presenti nelle Isole Cayman, mettendo in vendita nel sito, a un prezzo stracciato, le identità di queste compagnie.

A proposito di identità celate, sono moltissimi gli artivisti che hanno deciso di firmare collettivamente le proprie imprese dichiarando superati i concetti di autorialità e individualismo, restituendo valore alla pratica della collaborazione nella costruzione di forme di convivenza e ideali condivisi, affermando idee diverse sul concetto di copyright e arricchendo di nuovi valori la pratica creativa secondo la filosofia dell’open source. Molti coloro che hanno adottato pseudonimi per poter sfuggire alle conseguenze di azioni al limite tra ciò che è considerato legale e ciò che non lo è, in ambiti rischiosi e situazioni di diritti negati e libertà sottratte. Il tutto inscindibilmente collegato all’etica hacker e traghettato anche al di fuori dell’ambito informatico.

Dunque l’identità e il suo corrispondente digitale – non meno autentico – il profilo: se, come gli studi sulle logiche del web 2.0 dimostrano, sono questi a rischiare mercificazioni e violazioni, occorre partire da qui, dalla base, per cercare di capire come muoversi nel mondo della Super autostrada elettronica globale a due corsie, quella fisica e quella digitale.

Dalla cultura nata in seno all’etica hacker – e più in generale all’ambiente di quello che non ci stancheremo di etichettare come artivismo (arte e attivismo, etica ed estetica inscindibili ingredienti di ogni nuova Cultura) – una delle vie da percorrere per sopravvivere in territori inesplorati nei quali la guerra tra poteri e sopravvivenza di diritti e libertà è ancora aperta, sembra essere proprio quella che protegge la nostra identità/integrità corazzando il nostro profilo e rendendolo anonimo. Anonimo, come ci suggerisce di rimanere Ippolita – nome dietro al quale scrivono collettivamente un gruppo preparatissimo di autori – con il libro Nell’acquario di Facebook che ci permette di  comprendere sulla nostra “pelle” il valore dell’identità online (attraverso il meccanismo di acquisizione dei dati personali). Anonimo, come permette di agire e comunicare nelle città ipertecnologiche e supercontrollate il Sentient City Survival Kit dell’artista Mark Stephard. Anonimo, come nell’etica e nell’estetica messe in campo avanguardisticamente dall’artivismo e diffusa a livello globale e nelle sue varie sfaccettature da fermenti politici di movimento capaci di sfruttare e riprogrammare le tecnologie della rete. Anonimo, come lo spirito che anima gran parte delle operazioni dei writer e degli street artist che si riappropriano di spazi pubblici così come gli hacker si ri-appropriano di spazi virtuali. Anonimo, come il più pervasivo e potente fenomeno collettivo di rivendicazione di diritti attraverso il Web: Anonymous.

Anonymus
Anonymus

Ormai famosissimo, Anonymous è un insieme indefinibile di identità eterogenee che agiscono attaccando siti web di aziende e istituzioni al fine di denunciarne comportamenti e azioni ritenuti scorretti. Si tratta del “collettivo” hacker capace di violare i sistemi della CIA, di Scientology e di governi in tutto il mondo. Al 16 febbraio risale l’attacco rivendicato ai danni del sito del tribunale di Milano. Per qualche giorno il sito è stato oscurato: nella home si trovava la consueta immagine usata dagli da Anonymous raffigurante la maschera del protagonista di V per Vendetta e un comunicato riferito all’incombenza di una rivoluzione digitale il cui fine è il riscatto delle vittime dei soprusi reiterati dal potere. Ancor più recente è la notizia (13 marzo) dell’oscuramento del sito di Casa Pound, movimento accusato di apologia del nazifascismo contro il quale Anonymous Italia promuove inoltre una petizione sul proprio blog ufficiale a favore dello  scioglimento del gruppo di estrema destra.

Curioso: Anonymous non agisce con finalità artistiche, ma crea operazioni che hanno valenza estetica. Scava nel sistema e denuncia usando “armi non convenzionali” che non sono bombe, né manifestazioni in piazza. Sono attacchi ai sistemi informatici con tanto di rivendicazioni scritte in toni da manifesto, quasi “futuristi”. Si tratta di un fenomeno in continua crescita, che attrae molti studiosi provenienti da ambiti eterogenei. Parmy Olson, giornalista londinese ha scritto un libro interessante, We are Anonymus: inside the Hacker QWorld of LulzSec, Anonymys and the Global Cyber Insurgency, del quale esiste la traduzione italiana, Noi siamo Anonymus (Edizioni Piemme): cinquecento pagine di resoconto dettagliato sulle attività del gruppo. L’autrice descrive Anonymous come un’organizzazione complessa con motivazioni diverse, da quelle inerenti l’hacktivism alla semplice messa in mostra delle loro abilità. La Olson, caporedattrice di Forbes, ha trascorso un anno alla ricerca degli Anonymous e con spirito da detective ne ha colto le dinamiche più sfuggenti in un libro raccontato con lo stile di un romanzo d’azione.

Entra ancor più nella questione dell’estetica Gabriella Coleman nel suo libro Coding Freedom – the Ethics and Aesthetics of hacking. Interessante notare l’approccio antropologico della studiosa, che ha trascorso tre anni nella baia di San Francisco entrando in contatto con alcuni hacker, programmatori intenti a lavorare al nuovo sistema operativo Debian Linux. Con loro ha dialogato, inserendosi nel loro tessuto sociale. L’autrice non manca di evidenziare anche ambiguità e contraddizioni, sempre mantenendo un metodo rigoroso anche se leggermente e gradevolmente ironico, talvolta intriso del tipico dello humour “geek”. Coleman non parla direttamente in questo libro di Anonymous, ma approfondisce questioni di etica, di legalità, di quell’abitare degli hacker/programmatori in un territorio al confine tra legale e illegale, confine ancora labile nel quale impegnarsi per mantenere e garantire diritti futuri che appartengono alla collettività. Chiusi nelle loro stanze e nello stesso tempo connessi all’infosfera, attraverso scritture collettive di righe di codice creano nuovi “linguaggi” e codificano inedite forme di pensare le libertà, in rete e persino offline.

Martina Coletti, Cristina Trivellin 

D’ARS year 53/nr 213/spring 2013

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