Dall'archivio D'ARS

Il fuori Biennale Venezia 2011

Mentre c’è chi si arrabatta (cacofonicamente citando il Presidente della manifestazione) nel raccontare la cinquantaquattresima edizione della Biennale come un laboratorio dove convivono  il potpourri L’arte non è cosa nostra di Sgarbi nel Padiglione Italia -dal nome azzeccatissimo- e la noiosa “antologica” ILLUMInazioni ai Giardini di Bice Curiger, che giustappone ipotetiche promesse e vecchie glorie –di cui molte già defunte- il polso dell’arte batte in città.

Manal Al Dowayan, Suspended together, 2011
Manal Al Dowayan, Suspended together, 2011

Nei giorni di inaugurazione della Biennale, Venezia pullula di curatori, direttori di museo, artisti, collezionisti e giornalisti che dopo una rapida capatina di dovere ai Giardini, si dedicano con dovizia agli eventi collaterali (e non) della laguna. E a ragione. Negli ultimi anni Venezia ha sviluppato un sistema dell’arte contemporanea alternativo alla Biennale di una qualità incomparabile, sfruttandone le stesse date di apertura e in grado di attirare il pubblico competente e specializzato ufficialmente in visita alla Biennale. Mi riferisco alla presenza di strutture museali fondamentali, come il museo Correr che giustamente, in quanto istituzione, ospita per l’occasione la personale del mostro sacro Julian Schnabel. Oppure il museo Fortuny meno conosciuto, un vero gioiello nelle viscere della città, capace di allestire mostre raffinate, come TRA-Edge of becoming dove Massimo Bartolini, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Hiroshi Sugimoto, Kim Soo-Ja, Gunther Uecker e molti altri hanno realizzato opere site-specific in dialogo con l’eclettica collezione e lo spazio particolarissimo del museo ospitante.

Certo, nei tramonti veneziani, non può mancare, per chi appartiene al Jet set dell’arte, un aperitivo sulla terrazza della Fondazione Peggy Guggenheim, ma la mondanità non è fine a se stessa a Venezia; se accade che la Fondazione Prada, trait-d’union tra il mondo dell’arte e del lusso, apra un nuovo spazio espositivo in città, adottando Cà Corner della Regina sul Canal Grande. Si tratta per ora di un restauro conservativo del palazzo che propone una selezione di opere della collezione Prada, da Alberto Burri, Lucio Fontana a Louise Borgeois, Maurizio Cattelan, Tom Friedman, Carsten Höller, Damien Hirst, Donald Judd, Anish Kapoor, Jeff Koons, Bruce Nauman, Charles Ray, Andreas Slominsky, Francesco Vezzoli ecc. e dove il piano nobile è principalmente dedicato al progetto autoreferenziale del futuro headquarter della Fondazione di Milano, per mano di Rem Koolhaas e OMA.

In ogni caso, appuntamento immancabile del “Fuori Biennale” di Venezia è la collezione di François Pinault che con Palazzo Grassi sul Canal Grande (idealmente dirimpettaio di Prada…) e Punta della Dogana a far da contrappunto a San Marco, è la vera cartina di tornasole dell’arte contemporanea mondiale. Palazzo Grassi che conserva le sue fattezze nobiliari dai vezzi Rococò (avete mai fatto caso al groviglio dorato di putti e delfini che fungono da maniglia alle finestre?) ospita nella propria pancia la mostra Il mondo vi appartiene  (nel senso di appropriazione dello spazio come metodo conoscitivo), dove installazioni create su misura da Thomas Houseago, Friedrich Kunath, Matthew Day Jackson, Adrian Ghenie, Yang Jiechang, Zeng Fanzhi, Giuseppe Penone e Rudolf Stingel segnano l’aggiornamento della collezione del mecenate francese al 2011. Sono per lo più opere prolisse, totalizzanti, “barocche” se vogliamo, in linea nello spirito con il proprio contenitore d’eccezione che di volta in volta viene valorizzato, castrato, deformato, tra cui spicca, a mio parere, l’esperienza sensoriale di Respirare l’ombra di Penone; una stanza completamente ricoperta di foglie di thè con al centro una scultura dello stesso materiale parzialmente dipinta in oro. L’intera mostra è concepita dalla curatrice Caroline Bourgeois in complementarietà con L’elogio del dubbio (inteso come una riflessione sull’esistenza umana), allestita a Punta della Dogana, un luogo totalmente diverso dal primo, una sorta di infinito open space minimalista  suddiviso in piani e stanze visivamente comunicanti tra loro e abitati dalle “personali” di singoli artisti, molti dei quali presenti anche sul Canal Grande. La sede di Punta della Dogana inaugurata nel 2009 ha messo sotto i riflettori, per osmosi, gli ex magazzini del sale sull’altro lato del sestriere Dorsoduro, oggi convertiti in affascinanti mete espositive, tra cui la Fondazione Vedova che ospita il progetto The salt of the earth di un “giocatore libero” come Anselm Kiefer e dove è possibile visitare una delle mostre più coraggiose degli eventi collaterali alla Biennale: Future of a promise-contemporary art from the arab world. I protagonisti sono una ventina di artisti originari del bacino pan-arabico che rispondono con i loro lavori all’aspettativa di futuro suggerita nel titolo, in un momento emblematico per la condizione geopolitica di questa zona. Un esempio concreto per tutti, ricordiamo il caso di Jack Persekian, (ormai ex) direttore della Sharja Art Foundation, che durante la conferenza stampa della nuova edizione della Biennale medio-orientale ha pagato con il licenziamento la sua dedica alla gioventù araba in rivolta.

Tornando al Dorsosuro, tra gli artisti di questa mostra, oltre alla fuoriclasse Mona Hatoum, la maggior parte di loro ha meno di quarant’anni e tracciano l’identità corale di una condizione umana fatta di precarietà, di pregiudizio, di discriminazione, dove però non manca l’ironia, come in The lost springs di Mounir Fatmi. L’installazione con le ventidue bandiere dei Paesi appartenenti alla Lega araba a mezz’asta porta, in corrispondenza di quelle della Tunisia e dell’Egitto, due scope appoggiate al muro, a simboleggiare i regimi appena spazzati via dai recenti eventi storici.

Anish Kapoor, Void Field, 1989
Anish Kapoor, Void Field, 1989

Perché se si ha la pretesa di parlare al mondo dai lidi veneziani di arte contemporanea, non si può giustamente prescindere da considerare il fattore “contemporaneità” nel mondo, che è in continuo divenire. Il termometro dell’arte è segnato inevitabilmente dalla politica, dalla metamorfosi della società, dalla contingenza delle diverse voci, di cui forse i Giardini e l’Arsenale in questa Biennale erano piuttosto sguarniti. Per fortuna c’è Venezia…quest’anno la temperatura dell’arte si può misurare nelle sue calli.

Morena Ghilardi

D’ARS year 51/nr 206/summer 2011

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