Architettura

La Biennale di Koolhaas. In principio erano i Fundamentals

Benvenuti nell’anno zero, quello della Biennale di Rem Koolhaas, curatore della 14. mostra di architettura di Venezia, quella di rottura, quella incentrata “sull’architettura e non sugli architetti”. Il tono da guru è tipico del personaggio, dai tempi di Delirious New York, ma Il richiamo all’ordine sembrerebbe preludere a un gesto di pacificazione, un atto quasi reazionario, seppure in parte dovuto, dopo anni di derive autocelebrative e divistiche. Invece stiamo aprendo il vaso di Pandora.  Parlare di mostre di architettura, in effetti, è un artificio retorico che maschera un’irrisolta impasse disciplinare: gli edifici, è ovvio, non si possono esporre. Bisogna armeggiare con codici di rappresentazione e trasfigurazione, riduzioni in scala, immagini, ricostruzioni scenografiche, per restituirne, in parte, la complessità. Koolhaas scioglie il paradosso facendo tabula rasa dei canoni espositivi codificati: niente progetti, plastici, piante, prospetti e render. Il problema dell’esporre architettura è risolto a colpi di machete, facendola a pezzi. Letteralmente. (…)

Wall, 14.Mostra Internazionale di Architettura, Fundamentals, La Biennale di Venezia, photo by Francesco Gally. Courtesy La Biennale di Venezia
Wall, 14.Mostra Internazionale di Architettura, Fundamentals, La Biennale di Venezia, photo by Francesco Gally. Courtesy La Biennale di Venezia

Luana Labriola
D’ARS year 54/nr 219/autumn-winter 2014 (abstract dell’articolo in italiano)


Welcome to year zero, the year of Rem Koolhaas’s Biennale, curator of the 14th International Architecture Exhibition in Venice, which focuses “on the architecture and not on the architects”. The guru-like tone (that can already be seen in earlier projects such as Delirious New York) is typical of his character, but his call for order seems to point to a possible gesture of peace, an almost reactionary act -albeit one that is long due if we take into account the long years filled with self-celebration fit for a diva. Instead, we are opening a Pandora’s Box. To speak of an architectural exhibition is, in effect, a rhetorical device that masks an unresolved disciplinary impasse: the buildings, of course, cannot be exhibited. You have to tinker with codes of representation and transfiguration, models on a reduced scale, images and scenic reconstructions in order to partly convey the building’s complexity. Koolhaas dissolves this paradox by completely discarding the established exhibitive canon:  no projects, no models, no plans, no elevations and no render. The problem of exhibiting architecture is solved by chopping it to pieces. Literally. (…)

Luana Labriola
D’ARS year 54/nr 219/autumn-winter 2014 (abstract dell’articolo in inglese)

 

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