Teatro

Jacopo Jenna in scena con Come as you are

Il prestigioso festival La democrazia del corpo, diretto da Virgilio Sieni a Firenze, ospita la prima assoluta di Come as you are, il nuovo progetto coreografico di Jacopo Jenna.

Il lavoro è stato creato con la collaborazione dell’artista visivo Jacopo Miliani a partire dall’omonima canzone dei Nirvana e sarà presentato venerdì 2 dicembre negli spazi di Cango.

Jacopo Jenna, foto di Lucilla Bellini
Jacopo Jenna, foto di Lucilla Bellini

“La scelta del titolo doveva essere una sorta di statement del progetto e della ricerca sul movimento che sto portando avanti”, spiega il coreografo Jacopo Jenna. “Il titolo in questo caso lo definisco come uno “spazio semantico”, un elemento di riferimento che si vuole presentare sotto forma di invito. In primis dovrebbe essere un invito per la danza che vorrei mettere in atto e allo stesso tempo un invito per gli spettatori ad immergersi nella visione della performance, giocando sulla semplicità della frase “Come as you are” dove il coinvolgimento nella danza avviene senza mediazioni.

Presentando Come as you are, Jenna usa affermazioni come dilatazione dello sguardo e movimento puro. Ossia, una chiarezza cinetica, senza aggiungere nessuna intenzione o tensione emotiva. Questo è il movimento puro per il coreografo. “Quando questo accade lo sguardo si allarga e accede alla danza come una pura attività del corpo. Quando guardiamo un corpo che danza il nostro sguardo sprofonda nella dinamica inafferrabile del movimento, nella sua immediatezza e nella sua incomprensibilità dove ogni gesto cancella il precedente, generando un flusso atemporale. Mi interessa la capacità di dilatare o accorciare enormemente questo momento in cui si accede al movimento”.

Jacopo Jenna, Come as you are. Foto di Giulia Broggi, 2016
Jacopo Jenna, Come as you are. Foto di Giulia Broggi, 2016

L’artista visivo Jacopo Miliani, che cura la parte di set e di immagine della performance, ha pensato di de-costruire il testo della canzone attraverso la produzione di 20 grandi asciugamani rossi e bianchi sui quali le liriche della canzone dei Nirvana riappaiono frammentate e stampate in una forma prettamente grafica, innestando un sistema di relazione con la coreografia.

Il lavoro è diviso nettamente in due parti: “una prima dove la scena è vuota e i movimenti partono da una chiarezza formale, quasi lineare e si accumulano senza sosta, ricercando un flusso che crea e trasforma la gestualità, disperdendosi in un percorso nello spazio. La seconda fa emergere un immagine diversa, dove la visione del pubblico viene riempita dall’apparizione sulla scena degli asciugamani dove appare il testo della canzone”.

Jacopo Jenna, Come as you are - foto di Giulia Broggi
Jacopo Jenna, Come as you are – foto di Giulia Broggi

I movimenti di Come as you are hanno una genesi cinetica-filmica o sono l’asciugatura di altre immagini e immaginari tuoi?

In questo caso la costruzione del movimento nasce principalmente attraverso la pratica, non da un associazione di immaginari precisi, partendo dalla definizione di relazione tra determinate parti del copro e la loro posizione nello spazio. Sono partito da una ricerca di sviluppo bidimensionale del corpo nello spazio, per ridefinirlo tridimensionalmente attraverso la scansione del movimento nel tempo.

Qual è eventualmente la “componente” più filmica dei tuoi gesti? Il montaggio e smontaggio? la possibilità di inanellare inquadrature?  In questo progetto la parte coreografica potrebbe essere rapportata ad un idea di piano sequenza, che permette di seguire un percorso nello spazio senza cesure o salti improvvisi di inquadratura.

Jacopo Jenna, Come as you are - foto di Giulia Broggi
Jacopo Jenna, Come as you are – foto di Giulia Broggi

In I Wish ho voluto a tutti i costi intravvedere in filigrana una misurazione dello spazio alla “Neuman” (Square dance). C’è una esigenza di misurare lo spazio e il movimento del corpo dentro i limiti del luogo? Limiti che poi rompi uscendo o è il luogo a creare assi, appoggi, transizioni ecc. ?

Volevo svuotare il gesto iconico di M.J. da alcune componenti: la relazione con la musica, l’attitudine o l’intenzione del gesto legato allo “show business”, cioè la componente espressionista della pop-culture e l’utilizzo frontale dello spazio nella coreografia dove questi movimenti vengono sempre messi al centro per essere costantemente presenti nello sguardo del pubblico. Ho pensato di sviluppare la ricostruzione dei passi all’interno di una coreografia molto geometrica e chiara che portasse nella ripetizione un approccio sonoro e ritmico lontano dall’immaginario di partenza. Ho pensato anch’io alla stessa referenza di Nauman. Più che una misurazione forse una sorta di demarcazione del territorio quasi marziale, un forma rigorosa che ponesse sempre lo spazio e gli spettatori in una condizione di risonanza, anche quando il performer non era visibile.

In I Wish il lavoro sul ritmo è quello di inserire delle semicrome, delle accelerazioni delle dilatazioni dentro una partitura. Una visione che si accompagna all’ascolto, ad una sorta di partecipazione musicale.
“Sappiamo che il suono è più forte della visone, è tridimensionale invade subito il pubblico, rompe la cosiddetta quarta parete come si dice in teatro, riesce ad entrare molto più velocemente in una forma arcaica di relazione molto fisica con ciò che si guarda. Mi piacerebbe far contemplare il movimento allo stesso modo di come si ascoltano i suoni”.

Dai la definizione di compostezza in relazione alle memorie che il corpo porta con sè dalla vita quotidiana?

Ti rispondo con una frase di Merce Cunningham tratta da  The Function of a Technique for Dance: “Not to show off, but to show; not to exhibit, but to transmit the tenderness of the human spirit through the disciplined action of a human body”.

Simone Azzoni

 

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