Mostre

La Grande Madre di Ragnar Kjartansson

Siamo andate a Palazzo Reale di Milano per vedere La Grande Madre, mostra ideata e prodotta da Fondazione Trussardi a cura di Massimiliano Gioni e realizzata per Expo in città 2015. In attesa dell’articolo in cui vi parleremo dell’intero progetto (in uscita su D’ARS n. 221), vi proponiamo un breve approfondimento su uno tra i 127 artisti in mostra: Ragnar Kjartansson, islandese classe 1976.

Kjartansson è un figlio d’arte, sua madre Guðrún Ásmundsdóttir è una nota attrice di teatro e ha sempre sostenuto la carriera artistica del figlio. Quando nel 2000 lui le telefona per chiederle una collaborazione lei è ben felice di accettare:
“Vorresti partecipare a una performance che sto preparando?”
“Si caro! Cosa dovrò fare?”
“Bene. Dovrai sputarmi addosso”
“Okay! Sono felice che non sia il contrario! È un bel sollievo¹”.

E così da allora ogni cinque anni registrano nel salotto di Guðrún a Reykjavik la performance Me and my mother, che a oggi conta 4 filmati, in cui lei sputa ripetutamente su suo figlio.

Il primo video della serie è particolarmente ironico, entrambi tentano di mantenere una certa serietà ma scoppiano a ridere in diverse occasioni trasformando un’espressione di disprezzo in una singolare manifestazione di affetto. Negli anni la performance si fa più solenne, con un’egregia interpretazione di Ásmundsdóttir: sembra rivangare l’ira inespressa di una madre nei confronti del figlio che invece resta sempre più impassibile.

Nei loro volti si riconosce un’ampia gamma di emozioni che vanno dall’ilarità alla tristezza, dalla rabbia alla frustrazione. I due continueranno a registrarsi finché ne saranno in grado e alla fine Me and my mother diventerà un ricordo malinconico e tragicomico del loro rapporto.

Kjartansson considera questa performance come la sua prima opera e da allora ci ha abituati a una poetica personale che sembra trarre le sue origini proprio dall’arte del palcoscenico. Come nella più pura e classica delle tradizioni teatrali Kjartansson, attraverso le sue performance e i suoi video, simula situazioni con l’intento di far scaturire nel pubblico emozioni intime e genuine. Ricordiamo a esempio The visitors di cui abbiamo parlato qui. La dimensione degli schermi e l’intensità con cui i musicisti eseguono il brano suscitano nello spettatore la sensazione di trovarsi “dentro” l’installazione stessa. Ci si sente presenze invisibili, quei visitatori che attraversano la casa e partecipano da spettatori allo svolgersi di un percorso quotidiano di condivisione di spazi e di vita familiare, sublimato e simbolizzato dall’esecuzione corale di una stessa canzone.

Claudia Caldara

¹ tratto da l’intervista di John Rogers su The Reykjavik Grapevine

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