Dall'archivio D'ARS

La liberta’ in movimento

Far ruotare una narrazione attorno alla libertà – che sia essa un’idea, un concetto, uno stato vissuto, un percorso – può sembrare una scelta banale, soprattutto se si è americani. Ma dopo Le correzioni, e dopo esser rientrato in una recente puntata dei Simpson – dove in un convegno letterario presieduto da un Tom Wolfe esilarante, ridicolizza Michael Chabon a suon di ciniche derisioni – Franzen poteva permettersi (quasi) qualsiasi cosa.

Jonathan Franzen, Libertà
Jonathan Franzen, Libertà

Non parleremo di classico, mica classico, semi-classico, forse-classico, post-moderno, insomma non utilizzeremo tutte quelle categorie sempre più estenuate ed estenuanti che ci ammorbano. Da un romanzo, che è un prodotto strano, ci si aspetta che riesca almeno a distoglierci dalle nostre faticate nozioncine letterarie, incastrate in enormi categorie astratte che ci sentiamo troppo spesso obbligati – chissà perché – ad usare.

Franzen ha scelto di non imporre alcuna definizione, alcuna idea prima che potesse emanare il senso, mostrando come, ogni volta, la libertà sia sempre diversa da ciò che pensavamo fosse fino a quel momento. È riuscito, attraverso un lavoro per nulla immediato, a scrivere un romanzo in senso extra-morale: non si ha mai l’impressione di scoprire che cos’è, per Franzen, questa libertà, né quali possano essere i condivisibili modi per raggiungerla. Nei movimenti dei personaggi troviamo una miriade di giudizi, di modi dʼessere, di politiche dell’esistenza più o meno performanti, senza che nessuno di questi punti mobili possa imporsi sull’altro in modo costante. Tutti vogliono imporre la propria libertà, ma tutti scoprono, nei modi più diversi, come questa libertà continui in realtà a modificarsi. E soprattutto, a modificarli.

Ma cosa ci mette di fronte Franzen quando, stringendo e ampliando contemporaneamente il suo raggio, fa dire in un dialogo cose come «La gente parla della pace della natura, però a me non sembra affatto pacifica. Tutti si ammazzano fra loro. Addirittura peggio degli esseri umani. – Per me, – disse Walter, – la differenza è che gli uccelli uccidono solo perché devono mangiare. Non lo fanno con rabbia, non lo fanno senza motivo. Non è una cosa nevrotica. Per me è questo che rende la natura un luogo pacifico. Le cose vivono o non vivono, ma non esiste il veleno del risentimento, della nevrosi e dell’ideologia. È un sollievo dalla mia rabbia nevrotica»?

Quando si avvicina al patetismo Franzen è bravo a scappare, corre velocemente verso una narrazione beffarda (ma in modo neanche troppo radicale). Invita, spinge a prendere dei punti di riferimento per poi smettere di colpo, proponendo una certa impersonalità. È un romanzo in cui le sensazioni e i sentimenti, incatenati per anni, finiscono per non stare più – finalmente o fatalmente – al loro posto, liberando tutti dalla rappresentazione della vita. Ma questa liberazione non ha nulla a che vedere con i lieto fine, né illumina una via, «quella giusta». Tutti si ritrovano liberati da una o più condotte che avevano adottato, consciamente o meno, per raggiungere sé stessi appunto liberamente: è l’idea ossessiva della libertà a risultare, forse, soppiantata; è la nevrosi di cui parla Walter, di cui egli stesso è vittima. È quest’idea che porta ad un imposto dover scegliere tra noi e il resto, idea che si riflette nelle idee malthusiane di Walter (e ancor più, di Lalitha) sul controllo demografico.

Il primo dispositivo a scoppiare è quello della famiglia, ma non è solo questione di separazioni, di allontanamenti, di litigi, di intromissioni dall’esterno e di fughe dall’interno. È qualcosa di diverso, è un’interruzione del buon senso, quel fattore in realtà in grado di sommergere ogni vitalità. In questa interruzione rientra la missione di Walter per la dendroica cerulea (uccello canoro in pericolo di estinzione che rimanda alla passione di Franzen per il birdwatching), missione che lo vedrà alla fine sbottare in un discorso pubblico tanto amaro e critico verso gli altri quanto auto-accusatorio e auto-commiserativo. È un’interruzione del buon senso anche la relazione di Patty con l’amico di sempre del marito Walter, Richard, il musicista. Lo stesso si può dire della spinta che il tradimento dà alla vita di Joey: «Jenna lo eccitava come lo eccitavano le grosse somme di denaro, la deliziosa abdicazione dalle responsabilità sociali o il consumo eccessivo di risorse. Sapeva benissimo che Jenna portava guai. Anzi, la cosa più eccitante era chiedersi se lui stesso sarebbe riuscito a portarne a sufficienza da conquistarla».

Ciò che attraversa il romanzo, ciò che si manifesta nei rapporti e nelle relative ombre, è la potenza a-morale del desiderio che tutto travolge. Distinguersi dal proprio migliore amico, tradire la devota fidanzata, voler essere semplicemente sé stessi in variazione, senza portare la camicia di forza della colpevolezza: il desiderio che necessariamente si scontra con la morale americana (e occidentale, con le dovute differenze; ma sarebbe meglio dire con ogni morale) del buon cittadino, del buon padre, della buona madre, del buon figlio, del buon lavoratore, del buon compagno eccetera eccetera.

Forse la libertà sta in quest’oscillazione costante tra l’influenza altrui, l’incapacità di controllarne gli effetti, e la nostra isola di passioni e forze che vuole continuare a essere come desidera di essere, ogni giorno di nuovo. Forse la libertà sta nel desiderio, nella sua potenza di cambiamento, ingiudicabile con le nostre categorie. Si potrebbe dire, come ha fatto Tim Parks sul Sole24Ore, che i personaggi di questo romanzo arrivano sempre troppo tardi a capire i loro desideri e ciò che potevano comportare in negativo, decidendo in ultimo di mantenere una distanza dalla vita pubblica per poter vivere serenamente («misantropica quiete»). Tutto ciò ci sembra riduttivo, un po’ come voler rinchiudere Libertà nel Walden. Parks sembra prendere in considerazione solo il risultato, che oltretutto non viene mostrato al lettore come una chiave per aprire la porta della serenità. È solo lʼevoluzione delle storie a imporre certe scelte, certe novità, certi ritorni. Quando Patty dice a Walter «sono io», non dice «io sono libera», né tantomeno «sono sempre la stessa». Fortunatamente Libertà è un romanzo che non ha insegnamenti da dare, se non quegli insegnamenti portati dagli eventi, che ci trafiggono e oltrepassano in quanto uomini e donne. Uomini e donne che appaiono nel loro movimento, al di là del bene e nel male.

Bruno Mariani

D’ARS year 51/nr 208/winter 2011

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