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Quando la moda è “brutta”

Settembre è un mese dedicato alle sfilate e, in attesa di conoscere le proposte per la P/E 2019, viene da chiedersi se queste destino interesse anche al di fuori del ristretto ambiente degli addetti ai lavori, soprattutto da quando molte griffe hanno cominciato a dare spazio a rivisitazioni di capi comunemente ritenuti “brutti”

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Famiglia Amish, Wikimedia Commons – Abiti Batsheva Hay, © Batshevadress Instagram account

Birkenstock, Crocs, sneakers sovradimensionate, daddy jeans, infradito in gomma, borse a marsupio e abiti in stile Casa nella prateria: tutto ciò provoca a volte la sensazione di essere in qualche modo trollati da designer e case di moda, ma essendo il fine ultimo la vendita, è ovvio che le reazioni negative non incidano più di tanto, anzi, i fatturati dimostrano il contrario. Le ragioni di queste “digressioni” ineleganti sono principalmente economiche e sociologiche, sebbene, trattandosi di design, anche l’aspetto estetico-culturale non sia ininfluente.

In principio c’è stata la rilettura del sandalo Birkenstock da parte di Céline, il marchio allora diretto da Phoebe Philo. Il sandalo tedesco con il plantare anatomico da sempre associato ai turisti del Nord Europa, presentato alla sfilata per la P/E 2013 in una lussuosissima variante in visone, si è subito imposto come oggetto feticcio, e ha dato il via a un’infinita serie di interpretazioni di successo, comprese le ultime collaborazioni con lo stilista Rick Owens.  Malgrado i prezzi considerevolmente più alti rispetto alle versioni base, il marchio ha raggiunto ottimi risultati alla vendita

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Sfilata Rick Owens menswear SS 2019, © Birkenstock official Intragram account

I luxury brand sono alla costante ricerca di item rappresentativi, oggetti che, se non proprio iconici, possano creare una bolla di interesse e rappresentare per i consumatori una chiave di accesso diversa dai soliti profumi o occhiali. Le Crocs di Balenciaga o di Christopher Kane, hanno in più un fattore di richiamo irresistibile che supera tutte le resistenze: sono oggetti comodi e indossarle è molto più semplice che issarsi su un paio di tacchi vertiginosi. Lo stesso principio di comodità, che rende piuttosto semplice l’induzione all’acquisto, vale anche per il marsupio proposto in molte varianti da Gucci, per i jeans a vita alta e con la gamba larga di Vetements e per le chunky sneakers di Margiela. Una volta fatta l’abitudine all’immagine i consumatori compreranno, perché è comodo, pratico e familiare. E con “familiare” si entra in altro territorio, quello della nostalgia.

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Crocs by Balenciaga e by Christopher Kane, © Crocs official Intragram account

Silhouettes familiari, temporaneamente archiviate dal rifiuto estetico ma che appartengono al vissuto di molti, nel generale rivolgersi indietro di questi anni assumono una valenza confortante, anche a livello emotivo. Il revival degli anni ’90 riporta in primo piano oggetti e capi di uso domestico ai quali viene regalata una nuova temporanea identità che si adatta perfettamente a una comunicazione/fruizione via social network, in particolare Instagram. Gli anni ‘90 avevano visto l’affermazione della moda concettuale, l’anti-fashion di stampo intellettuale giapponese o fiammingo e le prime, cerebrali incursioni di Prada tra colori e stampe non propriamente donanti, ma ciò che ne sopravvive è il remake di scarpe o borse che rendano bene in una foto condivisa: chi avrebbe il tempo del resto, la voglia, di decodificare un look complesso nello scorrere di una timeline di Instagram? E’ sicuramente più fruibile – o spendibile come status – una semplice immagine di una ciabatta da doccia con il logo in vista, uno strumento di marketing o self promotion molto più efficace di qualsiasi campagna. E’ il successo della Comfort zone, quindi, sia dal punto di vista della praticità che della rassicurazione emotiva, conservatrice al di là dell’apparente provocazione. Ma si parla pur sempre di oggetti di design, nei quali la mediazione di un creativo interviene comunque, l’elemento estetico non è quindi secondario. In parte si tratta di una sfida: rendere interessante  un oggetto di uso comune ancorché sgradevole. Un designer di stampo più tradizionale come Dries Van Noten è solito inserire in ogni sua collezione un colore che non ama, una nota dissonante che nella combinazione con gli altri colori trova senso e apre a risultati inediti. L’estetica del “brutto” nella moda si sovrappone al fascino per l’insolito, entrato a far parte del glamour estremo con gli scarti lavorati da Martin Margiela e  il celebre “I find beauty in the grotesque, like most artists” di Alexander McQueen (“think there is beauty in everything. What ‘normal’ people would perceive as ugly, I can usually see something of beauty in it”.

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Maison Margiela, sneaker Retro-Fit, Copyright Maison Margiela © 2018

Sebbene l’attuale iniezione di “bruttezza della porta accanto” sia infine piuttosto reazionaria, il punto è proprio nel paragone “like artists”, come gli artisti che con il mutare degli ideali estetici si confrontano da sempre. Al di fuori di un sistema antinomico per il quale brutto è necessariamente il contrario di bello ogni epoca ha il suo ideale estetico dal quale discendono i più vari parametri, e questo ha ovvie ricadute sull’arte e sull’immaginario condiviso. Nel suo Storia della bruttezza (Bompiani, 2007) Umberto Eco analizzava una vasta serie di categorie, dalla disarmonia all’orrido, dal kitsch al perturbante, soffermandosi in particolare sulle arti visive e rilevando come sia proprio dalla rottura degli equilibri formali che sono scaturite correnti stilistiche interessanti. Le avanguardie storiche del ‘900 hanno segnato un vero e proprio punto di non ritorno con la disgregazione dei volumi e le alterazioni delle proporzioni, per giungere nel secondo dopoguerra all’ estetica dello scarto di Warhol. La moda non si sottrae a queste pratiche, e i canoni del gusto appaiono ora relativi come non mai. Anche l’estetica post sovietica che ha fatto le sue prime apparizioni sulle passerelle di Gosha Rubchinskij e Demna Gvasalia o il cupo brutalismo che è stato spesso associato a Rick Owens, hanno appena trovato una consacrazione nella mostra Toward a Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia, 1948-1980, visibile al MoMA di NY fino a gennaio 2019: la bellezza non ortodossa di oggi è figlia di un’ortodossia ideologica, in uno di quei tipici cortocircuiti, o momenti di crisi e di rottura, che la società delle immagini e soprattutto la moda non si lasciano mai sfuggire. 

La linea sottile che passa fra recupero e sdoganamento compulsivo è insidiosa, difficile capire se passi anche per un singolo paio di Crocs, ma nell’interdipendenza delle immagini e delle suggestioni ci viene mostrata la fotografia di ciò che siamo oggi.

Claudia Vanti

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