Architettura

Le persone si incontrano nell’architettura

Per la 12.ma Biennale di architettura, People meet in architecture, il curatore, Kazuyo Sejima, ha scelto un titolo molto denso, a dispetto della sua apparente semplicità. Denso e importante perché sposta l’asse dell’architettura verso chi la abita: le persone. La mostra è pensata come se fosse un edificio progettato dalla Sejima con lo studio SANAA: spazi modulabili, senza gerarchie e senza nette distinzioni tra interno ed esterno, tra intimo e sociale. Spazi di mediazione, più che di divisione, la cui sintesi finale passa per il corpo e la mente di chi questi spazi li attraversa. E se la mediazione trasforma l’architettura in interfaccia, questa consapevolezza la avvicina agli spazi rizomatici della rete.

Andrés Jaque Arquitectos, World as a House with Rooms (Fray Foam Home), 2010
Andrés Jaque Arquitectos, World as a House with Rooms (Fray Foam Home), 2010

La realtà in cui viviamo ha già, di fatto, cambiato radicalmente il senso di quello che un tempo era il terreno d’elezione dell’architettura: lo spazio. Perché un conto è lo spazio fisico-geometrico con cui l’architettura si è sempre confrontata, un altro è lo spazio amplificato dalla dimensione della rete, in cui tutti ormai, quotidianamente, siamo abituati a muoverci. E’ uno spazio anche mentale, virtuale nel senso etimologico del termine. Uno spazio che di fatto è collassato su uno schermo che non è più bidimensionale, ma, semmai, a-dimensionale

Se lo spazio si modifica, per la proprietà transitiva, cambiano anche le modalità di esperirlo. E si trasformano anche le modalità di relazione: la dimensione parcellizzata  e diffusa dai social network, dalla condivisione, da YouTube è una dimensione in cui tutti possono partecipare e innescare dei percorsi, delle visioni, dei micro-mondi personali che si espandono verso nuove derive. Di questo l’architettura, almeno nella traccia suggerita dalla Sejima, sembra volerne tener conto, raccontandosi in forma di interventi parziali, rarefatti, aperti.

Senza rinunciare al suo ruolo, però. In questo senso si è sviluppato il concept della biennale: innescare dispositivi esperenziali mutevoli, proporre un’architettura fluida, che riesca a prendere la forma che di volta in volta le viene data dalle situazioni.

Un’architettura fatta di aria, come Cloudscapes di Transsolar + Tetsuo Kondo, che diventa esperienza di attraversamento di una nuvola, o al contrario, un’architettura fatta di oggetti privati dell’aria e impacchettati sottovuoto, come il Vacuum pack-ing dello studio Selgascano (José Selgas y Lucía Cano). La Sejima è riuscita a costruire una mostra che pur essendo esplicitamente a sua immagine e somiglianza (rasentando anche l’autoreferenzialità), non è appesantita da una visione ideologica e monolitica. La direzione è una, ma i percorsi sono molteplici. Modi diversi non solo di intendere l’architettura, ma anche di osservarla, adottando lo sguardo di fotografi, artisti, registi, oltre che di architetti.

L’architettura si guarda da fuori: si trasfigura nelle fotografie di Luisa Lambri, diventa icona mitica da destrutturare nelle installazioni di Tom Sachs.

L’artista danese Olafur Eliasson, invece, occupa la sala a lui dedicata alle corderie visualizzando “lo spazio vuoto tra due secondi” servendosi di tubi flessibili che ritmicamente “frustano” lo spazio  con  spruzzi d’acqua e luci stroboscopiche. Percorso inverso per Janet Cardiff, che declina lo spazio in senso di articolazione dei pieni. La sua installazione, The Forty Part Motet spazializza nell’ambiente la musica più scultorea e architettonica che ci sia: la musica corale rinascimentale.

Tutto è plurale e tutto ha diverse declinazioni possibili: il senso dell’architettura, le modalità d’incontro e le stesse persone.

C’è l’incontro conviviale del Padiglione dei Paesi Nordici; c’è l’incontro provvisorio all’interno della bolla gonfiabile di raumlaborberlin (Kitchen Monument); c’è il vestibolo di OMA al Palazzo delle Esposizioni e c’è il parco di altalene del padiglione serbo. C’è poi l’incontro inteso come uso e usura: è l’interpretazione del padiglione belga, con i suoi pezzi di ambienti che presentano i segni, le cicatrici di chi ha vissuto quei luoghi; e c’è l’incontro inteso come processo metabolico del padiglione greco, con la sua arca di semi che diventano piante e quindi cibo.

Le persone compaiono sotto forma di paesaggio di scelte e polemiche quotidiane nell’istallazione di Andrés Jaque e sotto forma di “unità individuale” nella pietra-rifugio di Smiljan Radic + Marcela Correa. Il padiglione di Israele ci racconta le persone riunite nelle comunità utopiche delle Kibbutz e le loro quotidiane attività.

Questa pluralità però ha il grande merito di non diventare mai parossismo bulimico. Sia nella mostra principale che nelle partecipazioni nazionali, si suggerisce, più che imporre. Si è liberi di scegliere se completare il quadro oppure no, lasciando tutto nella vaghezza. Nella rarefazione.

Olafur Eliasson, Your split second house, 2010
Olafur Eliasson, Your split second house, 2010

E proprio la rarefazione tanto amata dalla Sejima raggiunge il suo apice nel lavoro di  Junya Ishigami, alle Corderie, vero simbolo, nel bene e nel male, di questa Biennale. Una rarefazione che porta alla scomparsa dell’edificio. Talmente delicato, invisibile, discreto, che l’installazione che avrebbe dovuto rappresentarlo, di fatto, non c’è: al suo posto un laconico “sorry, it’s broken” (la leggenda metropolitana che girava nei giorni della vernice parla di un gatto che nottetempo avrebbe interpretato i sottilissimi fili che componevano la struttura come un grosso gomitolo con cui giocare…).

Anche questa è una variabile di cui tenere conto, se si accetta l’idea che l’architettura sia un processo che debba essere completato dai fruitori.

Certo, verrebbe anche da dire che, per quanto gli architetti dicano, facciano, o progettino, la gente ha sempre declinato le architetture sulle proprie visioni e sui propri desideri, alla fine. E molto spesso le più proficue colonizzazioni di spazi avvengono in luoghi che erano stati pensati e progettati per tutt’altro scopo.

Le persone si incontrano. Nonostante l’architettura.

Luana Labriola

D’ARS year 50/nr 203/autumn 2010

Related posts