Dall'archivio D'ARS

Liberarsi dal debito

Il capitalismo è una religione di puro culto, senza dogma [Benjamin]

Nelle condizioni sociali di esistenza in cui viviamo tutto ciò che è comune è a rischio. Per sollevarsi – come Bifo sprona a fare – bisogna innanzitutto fare resistenza attiva e collettiva. L’attuale crisi economica, diretta conseguenza del processo di finanziarizzazione iniziato almeno tre decenni fa, richiede di essere descritta – almeno a grandi linee –  da chiunque voglia analizzare criticamente i rapporti tra sistema capitalistico e debito. Partiremo allora da ciò che ci riguarda più da vicino, l’Europa.

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Il contesto europeo ha due precise caratteristiche che lo contraddistinguono in negativo: l’assenza simultanea di una Costituzione Europea e di una vera e propria Banca Centrale. I paesi che hanno aderito alla creazione della moneta unica europea hanno di conseguenza perso la sovranità monetaria, ossia la possibilità di emettere moneta attraverso le rispettive banche centrali. Questo ruolo è ora riservato alla Banca Centrale Europea, che però funziona di fatto come una banca privata (diversamente dalla Federal Reserve americana, ad esempio), cioè crea moneta su domanda delle banche commerciali e delega ai mercati finanziari l’acquisto dei Titoli di Stato emessi dai paesi con un elevato debito e deficit pubblico. In questo modo sono i mercati ad avere in mano la situazione, decidendo delle sorti dei paesi attraverso il giudizio delle agenzie di rating (ed ecco una nuova trinità all’orizzionte: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings). Impossibile non vedere in questo meccanismo una divaricazione tra profitti e condizioni di vita delle persone; emblematico in questo senso è il caso della Grecia. Mentre il futuro (in un presente già rovinato) dei cittadini che manifestavano in piazza veniva distrutto dalle misure ultrarigide prese dal governo su ordine dell’UE, i media non facevano altro che ripetere: «bisogna recuperare la fiducia dei mercati».

Qualche differenza c’è al di fuori dell’Europa. Nonostante l’altrettanto elevato debito pubblico, paesi come gli Stati Uniti e il Giappone (il più alto debito al mondo) non sono considerati a rischio default perché, diversamente dai paesi dell’eurozona, non devono richiedere liquidità alle banche private per finanziare i servizi pubblici e coprire i debiti, poiché sono le rispettive banche centrali ad emettere moneta per questi scopi, acquistando i Titoli di Stato. Certo è che, se dal punto di vista del debito sovrano questi paesi hanno una solidità relativamente maggiore – proprio grazie a questo diverso ruolo della Banca Centrale e all’unità politica – dal lato del debito privato la voragine si è aperta proprio con il caso americano dei prestiti subprime, tra le prime cause della crisi iniziata due anni fa.

Dagli Stati Uniti all’Europa la crisi può in alcuni punti avere caratteristiche diverse, ma ciò che è evidente è il tremendo funzionamento del capitalismo finanziario generatore di debito, pubblico e privato. In Europa hanno avuto inizio politiche di austerity con l’obiettivo del pareggio di bilancio, tutte caratterizzate da un drastico aumento delle tasse, dalla privatizzazione dei servizi pubblici e dai licenziamenti sommari. Il danno è grave per la maggior parte della popolazione e soprattutto per i giovani, costretti a vivere situazioni drammatiche di precarietà e privazione, schiacciati dall’astrattezza della finanza. Per essere compresi, questi meccanismi – spesso molto complicati anche per i tecnici – richiedono ai comuni cittadini delle conoscenze di base e molta intraprendenza in fatto di politiche economiche, fattori dati spesso per scontati e che vanno a incidere pesantemente sulle possibilità di comprensione e di azione dei cittadini stessi. A tal proposito è evidente l’insufficienza (mascherata da «pluralismo»: mai parola fu più abusata) dei mezzi di informazione, anche per quanto riguarda lo scarso livello di autonomia dei media stessi rispetto ai poteri politici ed economici che ne garantiscono la sussistenza. In quest’ottica si assiste al disfacimento di tutto ciò che è pubblico, a partire dalla scuola, forse il terreno più importante sul quale si gioca la partita della riproduzione sociale del capitale.

Questa è una breve descrizione di una situazione in via di peggioramento. Quella che viviamo oggi non è una crisi causata dalla scarsità di beni materiali e immateriali, bensì da una marcata polarizzazione della ricchezza (garantita da un’enorme quantità di lavoro non pagato: precarizzazione prima di tutto), sempre più concentrata in ristrette fasce di popolazione, con conseguente impoverimento di ampi strati del corpo sociale. La questione del debito diventa allora fondamentale dal momento in cui sono questi ampi strati a pagare, sia a livello pubblico che privato.

Andando indietro nel tempo scopriamo che fu Nietzsche, nella sua Genealogia della morale (1887), ad analizzare per primo questo problema in modo radicale: «La coscienza di essere in debito nei confronti della divinità» metteva in luce una stretta relazione tra economia e religione in chiave morale. Al debito nei confronti di Dio si è oggi sostituito il debito nei confronti del Capitale, ed è proprio il rapporto creditore-debitore individuato da Nietzsche ad esprimere i rapporti tra dominanti e dominati. L’infinita riproduzione del debito equivale alla stessa possibilità di governare nell’epoca della finanziarizzazione. Se la logica neo-liberista ha portato all’attuale situazione, come possiamo credere (o pretendere) che lo stesso sistema ci libererà dal debito? È proprio questo il punto: l’indebitamento è la linfa del neo-liberismo, la possibilità stessa del suo funzionamento; la finanziarizzazione è ormai in grado di imbrigliare la vita, come ha scritto recentemente Elettra Stimilli nel suo Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo: «Nella sussunzione della vita alla finanza il debito trova nuove forme di investimento, che ne mettono radicalmente a nudo l’implicita inestinguibilità e la necessità che venga continuamente riprodotto. Le nuove modalità di accumulazione del valore scoprono nel debito, che non può e non deve essere estinto, il meccanismo privilegiato della sua stessa alimentazione. Un indebitamento planetario si rivela, così, alla base degli ingranaggi dell’economia mondiale e del potere che su di essa si fonda». Per liberarsi dal debito è necessaria la forza del comune. Questa forza sta in tutte le forme di creazione, collaborazione e condivisione collettiva che non indebitano gli uomini, che non mortificano la vita, che non separano il vivente da ciò che è in suo potere.

Bruno Mariani

D’ARS year 52/nr 209/spring 2012

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