Dall'archivio D'ARS

MANGA! Japanese Images

SIAMO IN DANIMARCA, A HUMLEBÆK, una cittadina a 30 km da Copenhagen, nell’isola di Selandia, territorio che – secondo una leggenda scandinava – la dea Gefion raccolse dalla Svezia e scaraventò in mare: qui il Louisiana Museum of Modern Art si affaccia magnificamente sullo stretto dell’Øresund. Museo privato riconosciuto dallo Stato, fondato nel 1958 da Knud W. Jensen per ospitare l’arte moderna danese, il Louisiana ha intrapreso presto l’ambiziosa strada dell’arte internazionale, che rappresenta oggi il punto di forza di quello che non è solo un museo, ma un vivacissimo luogo di cultura dall’atmosfera quasi familiare, particolarmente attento al comfort dei suoi visitatori. La collezione del Louisiana oggi comprende più di 3000 opere, realizzate, a partire dal 1945, da artisti del calibro di Picasso, Giacometti, Dubuffet, Warhol e Bacon, solo per citarne alcuni. Fin dall’origine il museo è stato concepito come un’effervescente interazione tra arte, architettura e paesaggio: gli architetti Jørgen Bo e Wilhelm Wohlert, in mezzo secolo di vita creativa, hanno infatti progressivamente sviluppato, a partire da una villa ottocentesca in stile coloniale inglese, ali, padiglioni e corridoi che si integrano dinamicamente nella natura. A picco sul mare, il parco delle sculture, da Jean Arp a Henry Moore, da Richard Serra a Louise Bourgeois, rispetta il curioso andamento labirintico dell’interno.

 Osamu Tezuka, Tetsuwan Atomu (Astro Boy), disegno, Collection of Mike and Jeanne Glad
Osamu Tezuka, Tetsuwan Atomu (Astro Boy), disegno, Collection of Mike and Jeanne Glad

Del ricco programma di mostre che fanno del Louisiana Museum of Modern Art un incessante laboratorio sperimentale di arte contemporanea, vorrei evidenziare MANGA! Japanese Images, in corso dall’8 ottobre 2008 all’8 febbraio 2009, curata da Mette Marcus e realizzata in collaborazione con il Museum für Angewandte Kunst, il Deutsches Filminstitut-DIF e il Deutsches Filmmuseum di Francoforte.

Manga è il termine usato in tutto il mondo per distinguere i fumetti giapponesi dagli inglesi comics e dalle francesi bandes dessinées. Una cultura che nel corso del tempo ha guadagnato popolarità internazionale, che supera riviste e libri per ramificarsi in altri settori, dalle serie trasmesse in televisione ai film d’animazione proiettati al cinema, dai computer games al merchandising, fino all’arte visiva contemporanea, naturalmente.

Il manga è un fenomeno culturale fortemente radicato nella tradizione pittorica giapponese, le cui origini vanno ricercate tra i secoli XVII e XIX nelle cosiddette “immagini del mondo fluttuante” (quelle di teatri e bordelli) realizzate su tavole di legno, chiamate ukiko-e, nelle narrazioni dipinte su rotoli di carta, detti emakimono, e soprattutto nei disegni di Katsushika Hokusai (1760-1849), il primo a definire “manga” i suoi bozzetti di ritratti. Va inoltre sottolineato che in Giappone gli autori di manga sono trattati con la stessa devozione che in Occidente attribuiamo ai grandi maestri della pittura o della letteratura. La prima vera serie manga della nostra epoca è Astro Boy (Tetsuwan  Atomu), pubblicato nel 1952 da Osamu Tezuka, venerato in Giappone come se fosse un dio: scene di combattimento e di amicizia fanno da sfondo alla storia di un robot dal potere atomico, una sorta di “macchina umana”, soggetto peraltro al centro di molti manga giapponesi.

Kumi Machida, Perch, dipinto, © Kumi Machida / Courtesy Nishimura Gallery, Tokyo. Foto Ikuhiro Watanabe
Kumi Machida, Perch, dipinto, © Kumi Machida, Courtesy Nishimura Gallery, Tokyo. Foto Ikuhiro Watanabe

Il manga si manifesta come un universo di colori, è una cultura estremamente fruibile, differenziata, a seconda del target a cui si rivolge, nei generi e nei temi: dagli intrecci di azione e avventura per ragazzi (Shõnen Manga), alle storie romantiche di supereroine, campionesse sportive o personaggi storici per ragazze (Shõjõ Manga); dalle guerre tra robot entro scenari di distruzione originati dall’uso indiscriminato delle risorse della natura (Science Fiction Manga), alle storie più complesse ed esplicite rivolte agli adulti (Seinen Manga), fino ai racconti educativi di storia o economia (Gakushõ Manga). Nella società giapponese, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, i fumetti prima e il cartone animato poi, hanno rappresentato il libero territorio in cui dare sfogo alla necessità di affrontare certi  argomenti, su tutti quello della paura della guerra e in particolare della bomba atomica, che la società invece preferiva reprimere.

Abbiamo detto che il manga trasmette tutta la sua potenza visiva anche all’arte contemporanea, e infatti in mostra sono rappresentati tre giovani artisti giapponesi, affermati anche sulla scena internazionale.

Di Kenji Yanobe è presentata l’installazione Cinema in the Woods (2004), una sorta di rifugio i n a t t a c c a b i l e mimetizzato da teatro cinematografico a misura di bambino, dove è proiettato un documentario che vuole istruire i più piccoli sul comportamento da osservare in caso di un eventuale attacco atomico. Si capisce come anche in lui sia fortemente radicato il problema del nucleare: già qualche anno fa l’artista impostò la propaganda di un progetto di parco di divertimenti sulle riprese effettuate in quel che restava della città fantasma di Pripyat in seguito alla terribile esplosione della centrale di Chernobyl, chiamandole “le rovine del futuro”.

Tabaimo, Public ConVENience, video-installazione, © Tabaimo / Courtesy Koyanagi Gallery, Tokyo & James Cohan Gallery, New York-Shanghai. Foto Hirotaka Yonekura
Tabaimo, Public ConVENience, video-installazione, © Tabaimo / Courtesy Koyanagi Gallery, Tokyo & James Cohan Gallery, New York-Shanghai. Foto Hirotaka Yonekura

Le video-installazioni di Tabaimo, tanto accattivanti quanto enigmatiche, vogliono invece mostrare ironicamente i lati oscuri della società giapponese: in Public ConVENience (2006) l’artista mostra “fatti e misfatti” delle toilette femminili di parchi e stazioni giapponesi, con uno stile di disegno e un uso del colore che scavano nella tradizione rappresentativa del suo paese, ma con un’animazione che fa leva invece sulla più moderna tecnologia.

Infine le pareti del Louisiana accolgono le opere di Kumi Machida: figure in bianco e nero, che colpiscono per le loro semplici ma chiaramente definite linee di contorno, dipinte con inchiostri ad acqua. L’artista richiama il contesto narrativo di manga e anime giapponesi, ispirate senza dubbio alla cultura popolare, integrata poi con elementi rubati alla contemporaneità. Ne traspare un’atmosfera sospesa, come se, dalle poche aree concesse al colore, qualche misteriosa metamorfosi fosse pronta a scatenarsi all’improvviso.

Il percorso tra i manga si conclude con un’esperienza interattiva: i visitatori hanno infatti a disposizione una stanza in cui sperimentare alcuni popolari computer games in animazione 3D, diventando essi stessi attori di un universo in cui prima, con il libro di fumetti o il cartone animato, potevano solo entrare mentalmente.

Manga allora come fenomeno multimediale e cultura per vivere avventure, condividere sogni ed esorcizzare paure, oltre che iconografia urbana e oggetto da collezione. Mondo parallelo o specchio della realtà?

Valentina Tovaglia

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