Moda

Moda e Politica: un impegno di stile

L’accostamento fra moda e politica attraverso alcuni momenti iconici ed essenziali: un excursus tra i più significativi esempi di stilisti che esprimono le proprie posizioni in questioni etiche o sociali

Sempre più spesso si tende ad affiancare moda e politica, tanto da attirare, per contro, critiche e ironia per un accostamento così ambizioso.  Non si tratta soltanto degli slogan tutto sommato innocui stampati sulle t-shirt della nuova Dior di Maria Grazia Chiuri (WE SHOULD BE ALL FEMINISTS) – comunque sintomatici – ma della questione se il lavoro creativo di uno stilista, come quello di un artista, possa avere la valenza di una rivendicazione politica, l’abbigliamento cioè come sintesi estetica di etica e istanze.

Se ne è parlato, recentemente, a proposito della mostra del Met dedicata a Reie Kawakubo alla sua body modification tramite abiti, ma le “convergenze parallele” hanno avuto inizio molto prima. Questo è un excursus sommario, necessariamente, ma indicativo di sintonie ripetute.

moda e politica
Hamnett mets Thatcher at Downing Street (1984)

Slogan, appunto, su t-shirt – item iperdemocratico – già dalla fine degli anni ’70 con l’accento oltranzista delle prime collezioni punk di Vivienne Westwood e poi l’attivismo militante di Katharine Hamnett: mentre il punk era assimilato e metabolizzato proprio dal suo contrario, la moda aspirazionale, le t-shirt oversize di Hamnett diventavano tazebao ambulanti per diversi gradi di impegno. “SAVE AFRICA”, “USE A CONDOM” o “58% DON’T WANT PERSHING” sono riferimenti alle emergenze sociali del periodo e alla politica di riarmo Reagan-Thatcher.

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Christopher Shannon AW2015 – Catwalk Photo

Troppo facile? Forse, ma funzionale ancora oggi: la scritta “SAVE ME” declamata sui maglioni di Christopher Shannon più che polemica è una presa d’atto priva di rabbia di un momento storico tutt’altro che positivo ed esprime un disincanto generazionale.

Sul piano più propriamente estetico, o meglio, simbolico, un altro statement politicamente rilevante fu la gonna per uomo di Jean Paul Gaultier del 1984. Forse anche al di là delle intenzioni del designer, provocatorio ma non troppo engagé, e ispirato da costumi tradizionali (kilt, hakama e i lunghi grembiuli dei camerieri parigini); l’effetto fu quello di una deflagrazione e l’appropriazione di un capo tipicamente femminile – almeno in Occidente- preconizzava una flessibilità di genere ancora lontana.

Con la fine degli anni ’90 la nuova generazione di designer inizia sistematicamente a prendere posizione. Hussein Chalayan (britannico di famiglia fuggita all’occupazione turca di Cipro) con Afterwords (FW00) mette in scena con un design “clinico” e minimale la necessità di raccogliere quante più cose personali possibili fuggendo dalla guerra. Mentre dal Kosovo arrivano notizie di un esodo continuo, Chalayan usa la sua capacità di creare abiti metamorfi con fodere delle sedie trasformate in vestiti e sedie in valigie.

Ma a livello globale lo scenario che inquieta tanti è l’inquinamento e il progressivo degrado delle risorse naturali del pianeta; il fascino/timore del disastro incombente irrompe nel lavoro dei designer, e paure vecchie e nuove fanno da sfondo al bisogno sempre più impellente di proteggersi, metaforicamente e realisticamente, anche con vestiti adeguati.

Imbottiture, dettagli e materiali tecnici – quasi per survivor kits – su abiti di uso quotidiano, e, a livello comunicativo, rappresentazioni della catastrofe, come nel caso  della passerella ricoperta di Mylar di Jun Takahashi per il marchio Undercover o nel girotondo di modelle eleganti al limite del grottesco immaginato da Alexander McQueen attorno a un cumulo di rifiuti durante la prima fashion week post Lehman Brothers.

È imperativo allora trovare un utilizzo, anche estetico, agli scarti di produzione e ai rifiuti. In natura nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma, abiti inclusi, e in Europa, il primo a sfuggire all’obbligo dell’abito usa e getta fu Martin Margiela: attraverso la tecnica del decostruttivismo, e rispettando i segni del tempo e dell’usura, vestiti dismessi e oggetti seriali vengono assemblati in concettuali ready made da indossare. Con vecchi caschi si realizzano borse, con collane comprate ai mercati delle pulci dei gilet di perle e con le tomaie delle scarpe giacche da sera. Con l’unico limite nella difficoltà della riproduzione degli stessi concetti in capi di produzione industriale rimane comunque inalterato il valore di un esperimento seminale e di un bacino iconografico che ha segnato gli anni ’00.

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Fashion-able? Photo Nick Knight per Dazed&Confused Issue 46

Alexander McQueen è stato invece una sorta di controparte europea dei creatori giapponesi, almeno per quanto concerne la ridefinizione del corpo, con una visione iconoclasta, storicista e sartoriale che includeva armature, protesi, ibridazioni animali. Un numero speciale – da lui concepito – di Dazed&Confused (1998) presentava modelli disabili con outfit su misura suoi e di Kawakubo, Chalayan o Philip Treacy. Forme alternative di stile – fotografate da Nick Knight – che dimostravano come la bellezza possa trovarsi nella diversità.

Fashion-AbleE ora? Lo statement politico si manifesta a vari livelli, anche concernenti i consumi di massa, come testimoniano le scelte della Pantone nella determinazione del colore che influenzerà l’abbigliamento, l’arredo casa e il packaging dell’anno successivo. Nel 2016 per la prima volta un mix di due colori: un rosa quarzo e un azzurro, la posizione di Pantone su “i movimenti della società verso la parità di genere e la fluidità, il maggiore comfort del consumatore con l’utilizzo del colore come forma di espressione, una generazione che ha meno preoccupazione di essere etichettata o giudicata”.  Può non sembrare rivoluzionario, ma tutto è relativo. Certo non decreterà la fine della dicotomia fra i sessi, ma Pantone ha una vasta platea da gestire, il che vale anche per il Greenery del 2017, verde: c’è bisogno di aggiungere altro?

Claudia Vanti

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