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Nanni Menetti. L’artista non ha mai avuto mani

Pochi mesi or sono, l’estetologo Luciano Nanni con lo pseudonimo Nanni Menetti ha licenziato un libretto dal provocatorio titolo L’artista non ha mai avuto mani. Il libricino è costituito centralmente da un breve saggio di estetica  – proposto oltre che in italiano anche in versione inglese, spagnola e francese –  e da una raccolta di sei trafiletti polemici (pp. 40-45) denominati asterischi che vi ruotano intorno.  L’opuscolo è stato pensato per un pubblico vasto che va, tanto per intenderci, dall’eminente filosofo dell’arte, all’artista, al critico militante, e last but not least al fruitore dell’arte in senso largo; pertanto e convenevolmente è stato scritto con un linguaggio rigoroso ma mai tecnicistico, risoluto ma sempre colloquiale. Inoltre direi che il “lettore modello” del testo può ravvisarsi nel cosiddetto Mittel Mensch ossia in  quell’ “uomo medio” (p.18) che si annida in ognuno di noi, il quale, sovente in balia di taluni saperi, cristallizzatosi in doxa non riesce a pensare e/o ad ammettere determinate verità – in generale e nel caso specifico riguardo l’esperienza dell’arte – che pur restano tali fino a prova contraria.

Copertina libro – Nanni Menetti (a cura di Carla Casu), L’artista non ha mai avuto mani, Udine, Campanotto Editore, pp., 46. € 10.00. Udine, Campanotto Editore, ISBN 978-88-456-1308-1
Copertina libro – Nanni Menetti (a cura di Carla Casu), L’artista non ha mai avuto mani, Udine, Campanotto Editore, pp., 46. € 10.00. Udine, Campanotto Editore, ISBN 978-88-456-1308-1

Nanni Menetti invita il pubblico dell’arte a prendere coscienza della bontà di quella che egli ritiene essere una verità teoretica che sta alle radici della costituzione di tutte le opere d’arte. L’assunto è il seguente: “nella storia dell’arte non esistono che ready-made” (Asterisco 4, pp. 42-43). La massima non è dichiarata per essere valutata criticamente in senso militante bensì al contrario – sulla scia del falsificazionismo popperiano –  è proposta alla comunità affinché essa in maniera disinteressata la sottoponga a controlli intersoggettivi, la confuti insomma. Nel dichiarare che tutta l’arte ha una fondazione concettuale, Menetti, non intende per nulla – come potrebbe apparire a prima vista – sostenere che tutte le poetiche che si sono avvicendate e che si alternano tuttora “lungo” la storia dell’arte, siano in sostanza un’unica ed essenziale Poetica; l’autore intende invece suggerire che se si è in cerca dei principi che sono alla base della genesi di qualsiasi opera d’arte, il paradigma capace di darcene analiticamente ragione è del tutto omologo alla poetica dei ready-made. Infatti è dalla logica che sta al fondo della costituzione dei ready-made che si può rinvenire il principio formale tramite il quale ogni opera d’arte viene alla luce. Sappiamo che l’artista concettuale non produce materialmente la sua opera, ma si limita, una volta che essa è stata costruita da altro agente, a proporne l’uso artistico. La poetica concettuale ci rivela che artista è solo ed esclusivamente colui il quale attiva la delega d’artisticità. Per Nanni Menetti questa concezione dell’arte seppur propria di uno specifico orizzonte artistico del Novecento, se estesa e applicata ipoteticamente all’intero domino dell’arte, sia presente che passato, ci dimostra che tutte le poetiche hanno sempre avuto solo due funzioni: una funzione costruttrice e una funziona specificatrice d’artisticità (Luciano Nanni, Della poetica, 1999);  e che solo la seconda è ed è stata sempre indispensabile per avere l’arte. In effetti, l’esperienza dell’arte ci conferma che è unicamente attraverso l’attivazione di asserti performativi che qualsiasi poetica può determinare l’artisticità di qualsiasi artefatto creato o meno da essa stessa. È chiaro allora che qualunque uomo in carne ed ossa che viene denominato artista, artista lo è solo a livello performativo, enunciativo; perciò, in ultima istanza: l’artista non ha mai avuto mani: “rigorosamente parlando Leonardo che produce (dipinge) materialmente la sua opera non può essere correttamente chiamato artista, semmai artigiano o qualcosa di simile, ma non proprio artista nel senso che a tale termine diamo noi oggi. Leonardo può essere definito artista quando attiva un’altra funzione, quando una volta prodotta l’opera la riconosce (la nomina) come arte e la licenzia come tale. Nominazione che può benissimo non essere esplicita, ma implicita in qualche pratica: o nella firma o nella semplice collocazione dell’opera in un luogo d’arte o tramite altro gesto, interno o esterno all’opera, che rinvii all’arte, quale che esso sia. E chiaramente in questa pratica non c’è bisogno di mani. Che differenza allora con Duchamp? Nessuna. La difficoltà a cogliere questa identità è dovuta al fatto che nell’operazione dello scolabottiglie [Marcel Duchamp, Scolabottiglie, 1914/1964] le due pratiche, quella della produzione materiale dell’oggetto e quella del suo battesimo d’arte sono rette da due soggetti funzionali diversi: la fabbrica per la sua produzione materiale e Duchamp, l’artista, per la sua collocazione nell’arte, mentre nel caso di Leonardo (dell’artista tradizionale insomma) le due funzioni sono gestite dallo stesso corpo e questo confonde e crea una differenza, ma è una differenza apparente (…) che per una sana conoscenza delle cose va smantellata e rifiutata. Anche Leonardo come Duchamp entra in gioco, in quanto artista, quando l’opera è materialmente già fatta, quando l’artigiano Leonardo l’ha già fatta. Che poi sia un corpo a farla o una fabbrica che cosa cambia? Nulla dal punto di vista logico” (pp. 16-17). L’intralcio che impedisce al pubblico la possibilità di scorgere e/o di accettare agevolmente questa verità è causato da: “due forme di ipostatizzazione, [da] due indebite estensioni di verità parziali a verità totali. La prima, l’idea di provenienza biblica appunto che il nome non nomini le relazioni, ma l’anima, l’essenza delle cose; la seconda, quella della indebita trasformazione di una verità valida in linea di principio (dove c’è già un’anima, un’essenza, non ci può essere posto per un’altra) in una verità valida in linea di fatto” (p. 16).

Se è vero che tra i compiti primi dell’estetica – intesa evidentemente come scienza dell’arte –  c’è quello di tentare tenacemente di invalidare talune fallaci convinzioni circa la nascita e la vita dell’arte;  L’artista non ha mai avuto mani di Nanni Menetti (alias Luciano Nanni) offrendocene un saggio in poche, chiare e sempre stimolanti paginette è per “tutti coloro che, bene o male, si occupano di arte” un pamphlet che merita tutta la dovuta attenzione.

Domenico Esposito

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