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Nell’acquario di Facebook

Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo scritto da Ippolita per Ledizioni, 2012

Parlare di Facebook a quasi un decennio dalla sua invenzione, significa oggi cercare di fare il punto della situazione sulle implicazioni politiche, sociali, psicologiche e fisiche che questo tipo di media potenti e pervasivi hanno nella nostra esistenza. Il gruppo di ricerca e scrittura collettiva Ippolita con il testo Nell’acquario di Facebook (Ledizioni, 2012)[1] si inserisce in questo discorso con un’analisi teorica e interdisciplinare, caratterizzata da una lucidità e una critica politica esplicita non priva di rischi. Dichiarando la propria visione[2] e il proprio impegno in questo ambito[3], Ippolita prosegue il discorso del precedente Luci e ombre di Google (Feltrinelli, 2007) e offre contemporaneamente al proprio lettore uno strumento di conoscenza sul funzionamento dei grandi mediatori del web.

Ippolita, Nell'Acquario di Facebook - la resistibile ascesa dell'anarco-capitalismo
Copertina del libro Nell’Acquario di Facebook . La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo

Il libro va oltre la nota costatazione del profitto derivante dalla profilazione delle identità virtuali, ovvero lo studio incrociato di tutte le informazioni che accettiamo di regalare ai gestori di questi media. Va oltre il perché della gratuità dei servizi online come Facebook. Va oltre la semplice analisi economica. Illustra il fenomeno di quello che considera un immenso esperimento sociale e arriva a descrivere i sostrati ideologico-politici che muovono e delineano il carattere dei grandi attori del web: mette in luce il carattere illuminista di stampo liberale alla base di Google, la “Megamacchina” privata che aspira a raccogliere e mettere a disposizione di tutti tutto il sapere umano. Illustra l’ideologia anarco-capitalista californiana che ben si accorda con il progetto Facebook e che in America trova espressione politica nel Partito Libertario. Un’ideologia per la quale la libertà individuale si realizza solo in termini di scambi economici e monetari (p.89) e che nella rete trova il suo nuovo Far West. Attraverso l’analisi di altri mediatori della vita nel web come Pay Pal e delle connessioni tra ideologie, attori e principali investitori di queste imprese digitali, il discorso arriva a mettere in evidenza i punti di contatto e di rottura tra questi e altri fenomeni apparentemente distanti come Wikileaks, l’etica hacker, i Partiti Pirata europei e l’attivismo di Anonymous. Ippolita sottolinea come per tutti questi il mondo digitale sia il nuovo terreno di guerra per la ridefinizione degli equilibri di potere.

Nell’acquario di Facebook prende in considerazione, oltre agli aspetti appena illustrati, le conseguenze sociali e psicologiche, non immediatamente percepibili dagli utenti dei social network, che derivano dalla pratica di relazioni mediate da soggetti privati e algoritmi. In particolare si sofferma sulla questione dell’identità, un tema caro a Ippolita, gruppo che ha scelto la pratica dell’eteronimia per essere nel mondo, e per il quale l’identità è il luogo della differenza. Qui il testo muove una critica feroce all’idea di identità promossa da quello che è il social network più popolato del mondo (a oggi si contano oltre un miliardo di iscritti), dove si chiede agli utenti di essere autentici in osservanza del suo primo principio, la trasparenza.

Al di là di come ognuno di noi utilizza Facebook e dei vari motivi che ci spingono ad abitarlo – lavoro, amicizie, possibilità di promozione, autocelebrazione… –, il social network ha una sua logica che plasma e determina i nostri comportamenti al suo interno e l’immagine che di noi offriamo agli altri. Ci viene chiesto compilare continuamente le caselle che dichiarano una volta per tutte – nell’eterno presente determinato dall’ultimo post scritto – chi siamo, a cosa stiamo pensando, chi sono i nostri amici e le nostre preferenze. Il tutto seguendo delle categorie fisse e limitate preposte dalla macchina, senza remore o differenze di approcci per i diversi interlocutori, quando invece – ci fanno semplicemente notare gli autori del libro – nella realtà delle nostre relazioni quotidiane, la nostra identità è mutevole e, come anche i nostri racconti e atteggiamenti, relativa alle situazioni: non diciamo le stesse cose – e neanche con le stesse parole – ai nostri genitori e ai nostri colleghi o ai nostri amici. Compilare la propria immagine online raccontando emozioni ed esprimendo preferenze, partecipare a questo momento di celebrità diffusa e auto-promozione (non a caso Facebook funziona bene per gli eventi e i prodotti che si vogliono far conoscere), voler vedere cosa i tanti altri, cui siamo legati da relazioni non sempre profonde, stanno facendo o cosa hanno fatto e con chi lo fanno induce in casi estremi secondo Ippolita ad atteggiamenti controversi come la delazione dei comportamenti altrui, la pornografia emotiva e relazionale, o il bisogno compulsivo di essere presenti e visibili agli altri per essere sicuri di “esistere” spinti dalla paura di essere dimenticati, tagliati fuori.

Al di là della constatazione esclusiva degli aspetti negativi dei social network come Facebook, funzionale a un discorso più ampio che non si limita solo a criticare, il testo considera anche le implicazioni fisiche messe in gioco, come la mutilazione del corpo fisico e la sua estensione globale e virtuale.

Il sostrato culturale che anima il discorso di Ippolita è chiaramente debitore all’universo teorico femminista (Rosi Braidotti, Donna Haraway ma anche Hanna Harendt) e al corrispondente metodo di interazione con l’altro che approda, nella parte finale del libro alla valorizzazione della pratica libertaria della convivialità, concetto che passando per Ivan Illich si declina nella possibilità e proposta concreta di creazione di tecnologie conviviali.

In ultima analisi tutto il libro non è (o non è solo) una crociata contro i social network o i mediatori delle nostre reti sociali e vite digitali; non auspica come soluzione alcun contro-Facebook né la sua cancellazione. Promuove piuttosto una presa di coscienza di quelle che potrebbero essere delle esperienze alternative di compartecipazione alla creazione di tecnologie nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità di ognuno; sistemi in cui progettisti e utenti coincidano in un rapporto più educato di interazione con la tecnica e la tecnologia, pensati a partire dalla riscoperta dei desideri – questi sì autentici e non indotti – uno scambio che modella non solo noi stessi ma anche e prima di tutto la tecnologia stessa.

L’esclusione dal processo ideativo e creativo di un media relazionale, in poche parole, rende la nostra interazione con questo monodirezionale: saremo sempre e solo noi ad esserne colonizzati e plasmati culturalmente, psicologicamente e fisicamente, e non viceversa. E questo non necessariamente per l’esistenza di qualche oscuro disegno di chi con il potere tecnologico vuole ad ogni costo assoggettare gli altri, quanto e più semplicemente per la realtà espressa dall’arcinota formula mclhuaniana per cui il mezzo è il messaggio. In un’ottica fortemente contro tutto quanto metta al centro e al potere la tecnologia o interessi specifici di pochi, Ippolita ci suggerisce che il messaggio dobbiamo essere noi.4

Martina Coletti
D’ARS year 53/nr 215/autumn 2013


[1] Nell’acquario di Facebook è reperibile in formato digitale pdf e ePub anche dal sito www.ippolita.net

[2] Questa non è un’indagine oggettiva, al contrario è soggettiva, situata e partigiana, basata su un assunto molto chiaro: il web 2.0, con Facebook in testa, sono fenomeni di delega tecnocratica e in quanto tali pericolosi. (p.16)

[3] Immaginare possibili strumenti di autogestione e autonomia, non calati dall’alto di una teoria liscia e perfetta, ma a partire dalle pratiche quotidiane di uso, abuso e sovversione delle tecnologie che costruiscono i nostri mondi (p.15)

[4] Rimando alla lettura del libro la specificazione dei concetti fondamentali come identità, libertà, noi, individuo che hanno un peso e una strutturazione teorica ben precisa nel pensiero di Ippolita e che qui non mi è possibile rispettare fino in fondo né esplicitare ulteriormente

To speak of Facebook a decade after its invention requires an analysis on the political, social and psychological influences that such powerful media have on our existence. Ippolita, a research and writing group, explores this theme through In the Facebook Aquarium: The resistible rise of anarchic-capitalism1, an interdisciplinary text, written with great clarity, that offers an explicit (and audacious) political critique. By declaring its vision2 and manifesting its interest in this realm3, Ippolita sheds light on how the great web mediators function, continuing where its previous book, The Dark side of Google, left off.     The book doesn’t just dwell on the well-known issue of the profit gained by the online profiling of our virtual identities and the cross analysis study of all the information which we voluntarily gift to these social media. It goes beyond explaining the reasons why web services such as Facebook are free. It goes beyond a simple economic analysis. (…)

Martina Coletti
D’ARS year 53/nr 215/autumn 2013 

 

Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo
Ippolita
Ledizioni, 2012

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