Dall'archivio D'ARS

Nicolas Bourriaud, il Radicante

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Postproduzione, relazionalità; postproduction, estetica relazionale. Sono concetti-chiave nonché titoli di due fra le opere più note del critico francese Nicolas Bourriaud. Proprio la questione terminologica, che potrebbe sembrare marginale se non irrilevante, è invece un sintomo eloquente dell’operazione che Bourriaud va compiendo da almeno un quindicennio nel “comparto” critico del mondo dell’arte. Operazione in realtà piuttosto semplice, e la storia delle idee insegna che la semplicità è spesso genitrice delle idee e delle pratiche meglio riuscite. Operazione che consiste nell’“importare”, con debiti aggiustamenti e contestualizzazioni teoriche, concetti operativi nati e soprattutto sviluppatisi in altri ambiti del pensiero e della sfera creativo-intellettuale.

Nicolas Bourriaud, Estetica Relazionale Postmedia books, Milano, 2011
Nicolas Bourriaud, Estetica Relazionale
Postmedia books, Milano, 2011

Basti pensare a quanto sia oramai fondamentale il concetto di postproduzione nella musica e nell’industria cinematografica (e da qui si può agilmente risalire alla centralità del montaggio nel cinema dell’avanguardia russa, e ancora al ruolo basilare svolto dal collage nelle arti visive a partire dagli anni ’10 del XX secolo). Ancor più immediata è l’attinenza della questione relazionale in qualsivoglia studio a carattere sociologico e politologico. Innestati tuttavia nel campo della critica d’arte, questi due concetti riescono – grazie ovviamente anche all’arguzia di Bourriaud – a fungere da sollecitatori, anzi addirittura da parassiti che, con il loro impatto disorganizzante e disorientante, permettono di riesaminare con un’ottica almeno parzialmente inedita quel mondo dell’arte che può apparire, sotto certi aspetti teorici fondamentali, piuttosto monolitico dopo l’ultima ondata profondamente rivoluzionaria, quella delle “avanguardie storiche”.

Tutto ciò che è stato detto a proposito della funzione innovatrice dell’innesto terminologico è valido per un’operazione similare compiuta da Bourriaud, che consiste nel far interagire, dialogare ed eventualmente confliggere con l’ambito artistico il pensiero di autori che con esso hanno avuto contatti nulli o sporadici, certo non sistematici; e ancora, autori la cui conoscenza è assai scarsa nell’ambito artistico. Esemplari in questo senso sono le numerose pagine che Bourriaud dedica al pensiero di Félix Guattari in Estetica relazionale.

Va da sé che queste due strategie operative tendono a saldarsi, non tanto nel senso che le terminologie adottate provengono dall’idioletto del pensatore protagonista dell’innesto; piuttosto, concetti e figure parassitarie sollecitano il corpo dell’arte, ma anche il loro incontro non è esente da conseguenze. Cosicché gli attori del rinnovamento teorico, sempre in evoluzione, sono almeno tre: i concetti “importati” da altre discipline; la “riscoperta” del pensiero di autori negletti; lo stesso mondo dell’arte per come si presenta nel suo lato teorico al momento dell’indagine (senza ovviamente dimenticare la considerazione delle pratiche artistiche emergenti, che spesso hanno “soltanto” bisogno di essere nominate per palesare la loro accomunabilità; e ciò non toglie nulla all’intelligenza teorica di Bourriaud e, più in generale, di coloro i quali hanno avuto tale merito “sintetico”: un unico esempio, quello di Achille Bonito Oliva e della “sua” Trasavanguardia, che si “limitò” a dare un nome a una pratica, quella del rinnovato interesse da parte degli artisti nei confronti del medium pittorico, che in quanto fenomeno era innominato ma già esistente).

Quanto detto finora vale in toto per l’ultimo libro di Bourriaud (in uscita per i tipi di Posmediabooks, editore che ha dato alle stampe anche i precedenti volumi citati), intitolato – nella versione inglese, la prima a esser distribuita – The Radicant (la traduzione italiana, condotta a partire dal testo francese, è curata dal sottoscritto, così come quella di Estetica relazionale).

‘Radicante’ è un termine prelevato dalla botanica, e indica una sostanza (ad esempio a carattere ormonale) che ha la funzione di facilitare la riproduzione e la crescita delle radici. Si tratta di un termine che, riposizionato in ambito artistico, assume un significato (valido peraltro in maniera assai più estesa) che potremmo definire “aereo”, restando in metafora. In altre parole, con questa costellazione terminologica si intende far segno verso la radice e la radicalità, ma cogliendone non il tradizionale riferimento al legame indissolubile e soprattutto inamovibile al terreno (alla “propria” patria, al trinomio razza-sangue-territorio), bensì la capacità di mantenere dei legami ma in maniera più mobile, come per l’appunto nel caso delle radici aeree. Un’apertura al mondo che, d’altro canto, non significa affatto rinnegare le proprie origini; al contrario: la capacità di innestarsi temporaneamente e ripetutamente è una capacità che presuppone una certa solidità di partenza. Insomma, qualcosa di ben diverso da tanto multiculturalismo e postcolonialismo (figli del postmodernismo, a sua volta erede assai spesso ingrato del modernismo, che Bourriaud ha il coraggio di riprendere, pur con tutte le precauzioni concettuali del caso, tentando di pensare una altermodernità), che proprio nel momento in cui tentano di negare (a se stessi) l’inestirpabilità dell’origine, la rendono per così dire latente, e per ciò tanto più imprevedibilmente assiomatica.

È proprio su questo complesso di questioni – che non è l’unico affrontato da Bourriaud, ma che ci pare il maggiormente degno di nota – che il critico francese inserisce un cuneo teorico e pratico di notevole interesse e – perché negarlo? -dal profondo fascino. Sia concessa una citazione: “Nel corso della storia, la morsa formata dal tradizionalismo e dalla standardizzazione non è mai stata così potente come oggi. Ora, i materiali concettuali che ci permetterebbero di allentare questa stretta vanno cercati nella modernità stessa, che ha problematizzato la colonizzazione al suo apogeo, l’industrializzazione nascente e lo sradicamento dal suolo della tradizione in nome del progresso. Un libro incompiuto, composto da varie versioni e da note preparatorie che si estendono lungo un periodo di quindici anni, dal 1904 al 1918, esplora queste questioni: è il Saggio sull’esotismo di Victor Segalen”. Un cuneo impersonificato dunque da Segalen e reso operativo da concetti come esota e creolizzazione; un cuneo  che permette di preparare il terreno alla parte centrale del libro (la meno intrigante da un punto di vista intellettuale, poiché è l’equivalente degli esperimenti che verificano la validità di un’ipotesi).

Ma il volume non si chiude così: dopo l’apertura iniziale e l’esercizio applicativo, si assistea un nuovo ampliamento dello prospettiva. E il volume rivela, o meglio conferma, la sua natura: quella di un libro profondamente politico, al pari e più dei suoi precedenti; quella di un libro che, al pari e più dei precedenti, soffre a esser riposto nello scaffale della libreria dedicato alla critica d’arte.

 

Nicolas Bourriaud, Il radicante (Postmediabooks, Milano 2011)

 

Marco Enrico Giacomelli

D’ARS year 51/nr 205/spring 2011

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