Riflessioni

Paris Photo e il resto

Normalmente non dovrei scrivere in prima persona, poco si confà allo stile giornalistico. Dovrei limitarmi a fare un resoconto dal punto di vista professionale. Ma questi non sono giorni “normali” a Parigi. Non sono in grado di fare astrazione da quanto è successo la sera di venerdì 13 novembre. Niente piagnistei, solo qualche considerazione.

Mercoledì 11 sono stato alla preview/inaugurazione di quella che a giusto titolo è considerata la più importante fiera di fotografia del pianeta, Paris Photo. Per una volta ero soddisfatto, probabilmente si trattava di una delle migliori edizioni in assoluto: a una qualità mediamente alta delle proposte si accompagnava un fervore che negli ultimi tempi è sembrato languire in molte fiere e manifestazioni legate all’arte contemporanea e alla fotografia.

Unica, grande assente la ricerca di contatto con gli eventi sociali o bellici di cui siamo testimoni nella vita di ogni giorno: eccezion fatta per qualche immagine “impegnata” già risalente a qualche decennio fa, la scollatura con la piega drammatica degli avvenimenti più recenti rendeva il Grand Palais una sorta di scintillante gabbia dorata. Poi la violenza ha accecato dei giovani che in nome di un’ideologia delirante hanno deciso di arrestare la vita di oltre un centinaio di persone. E a partire da sabato 14 Paris Photo ha chiuso i battenti – tutte le istituzioni culturali dell’Île-de-France sono state chiuse su decisione del Ministero della Cultura e della Comunicazione.

E una realtà che appare irreale ha fatto irruzione nella vita di noi tutti, ma la reazione che conta non è l’ennesimo proposito bellico dei nostri governanti. L’ho scritto e ne ho parlato a parenti e amici che chiedevano notizie da ogni parte del globo: Parigi si è fermata a piangere i suoi morti, a soccorrere i feriti – fisici come psicologici – ma a dispetto delle intenzioni di chi non conosce altro che la violenza come strumento di dialogo, la gente qui ha espresso e sta esprimendo la volontà di vivere pienamente senza cedere alla paura che nasce dai condizionamenti che impediscono di vivere. Ho visto il dolore, ma ho visto soprattutto l’intenzione di andare avanti uniti a prescindere dalla razza o dalla religione. Non c’è fotografia o altro mezzo che possa esprimere questa presa di coscienza, ciò che conta in questo momento è soltanto la scelta di rifiutare di cadere nella trappola dell’occhio per occhio, dente per dente.

Danilo JON SCOTTA

“La paura non impedisce di morire, impedisce di vivere” Naguib Mahfouz

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