Dall'archivio D'ARS

Realtà manipolate.

Come le immagini ridefiniscono il mondo.

A Firenze, collegato alla mostra di Palazzo Strozzi, Inganni ad arte – Meraviglie del trompe-l’oeil dall’antichità al contemporaneo, l’attuale progetto espositivo del Centro per la Cultura Contemporanea Strozzina coinvolge 23 artisti contemporanei della scena internazionale nell’indagine sulla manipolazione e ricostruzione della realtà tramite l’immagine fotografica e video. Realtà manipolate – Come le immagini ridefiniscono il mondo (dal 25 settembre 2009 al 17 gennaio 2010) unisce infatti fotografia e video in nome della contraddittoria condizione di documentare la realtà ma di esserne allo stesso tempo una sua falsificazione, ancora più evidente oggi, con la diffusione in  massa delle tecnologie digitali. Fotografi e videoartisti creano visioni particolari del mondo sfruttando le potenzialità delle nuove tecniche e coinvolgendo l’osservatore nell’intricato gioco tra realtà e apparenza. Tra le pareti recentemente restaurate del piano sotterraneo di Palazzo Strozzi trovano spazio le opere di Olivo Barbieri, Sonja Braas, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, Gregory Crewdson, Thomas Demand, Elena Dorfman, Christiane Feser, Andreas Gefeller, Andreas Gursky, Beate Gütschow, Osang Gwon, Tatjana Hallbaum, Ilkka Halso, Robin Hewlett & Ben Kinsley, Rosemary Laing, Aernout Mik, Saskia Olde Wolbers, Sarah Pickering, Moira Ricci, Cindy Sherman, Cody Trepte, Paolo Ventura e Melanie Wiora. Scandagliando una superficie espositiva di 850 mq e concentrandoci su soggetti, tecniche e funzioni del medium, intraprendiamo un viaggio alla scoperta di numerose affinità tra le opere esposte.

Elena Dorfman , Rebecca 1, 2001 dalla serie "Still Lovers" 
C-Prints, Aluminium 
74,6 x 74,6 cm 
Courtesy l’artista 
© Elena Dorfman 
Elena Dorfman , Rebecca 1, 2001 dalla serie “Still Lovers” 
C-Prints, Aluminium 
74,6 x 74,6 cm 
Courtesy l’artista 
© Elena Dorfman

Dal punto di vista della rappresentazione della realtà come simulazione, emergono le ricostruzioni in studio, in quanto provocatori modelli idealizzati del reale, dei tedeschi Sonja Braas e Thomas Demand. La prima, con la serie The Quiet of Dissolution, affronta il tema delle catastrofi naturali, con immagini incontaminate, fissate in un tempo assoluto, che rinunciano alla narrativa e trasmettono un senso di serenità. Il secondo, interessato a scene in cui si sono succeduti misteriosi eventi politici o di cronaca, impressi nella memoria collettiva, intitola Presidency la serie di vedute dell’Oval Office della Casa Bianca a Washington D.C., ufficio privo di qualsiasi presenza umana che si rivela poi un plastico costruito artigianalmente; serie commissionata dal New York Times Magazine, che ha pubblicato in copertina l’immagine frontale della scrivania dello Studio Ovale appena dopo le elezioni presidenziali, in cui però non riusciamo a scoprire l’identità del presidente: le scene sono rappresentate in modo volutamente neutro perché devono trasmettere un valore simbolico.

Scenari di guerra sono affrontati con volontà di “antidocumentazione” dalla coppia Adam Broomberg&Oliver Chanarin Aernout, embedded journalists ovvero reporter di guerra al seguito dell’esercito britannico impegnato in Afghanistan nel giugno 2008. Nasce così la fotografia The Brother’s Suicide, composta di linee cromatiche che occupano una lunghezza di sei metri, che si accompagna al video The Day Nobody Died, realizzato durante una giornata in cui non vi furono vittime di guerra. Broomberg e Chanarin si sottrag tono alle norme imposte al giornalismo di guerra a favore di un genere di rappresentazione astratto, impressionando, per venti secondi ogni giorno, una pellicola lunga sei metri; il video mostra dei soldati che caricano e scaricano una cassa contenente il rotolo di pellicola che vuole trasmettere la ripetitività della vita militare. Aernout Mik, con Raw Footage ci mostra invece un montaggio di diverse riprese televisive realizzate durante la guerra civile nell’ex-Yugoslavia, ma scartate dalle agenzie giornalistiche perché non considerate particolarmente interessanti per i propri servizi; tutt’altro che banali, queste immagini non manipolate testimoniano la cruda realtà della guerra, in cui convivono soldati e civili.

Saskia Olde Wolbers, Placebo, 2002
C-type still da video, 6’ 00’’
Courtesy l’artista; Maureen Paley, London 
© Saskia Olde Wolbers
Saskia Olde Wolbers, Placebo, 2002
C-type still da video, 6’ 00’’
Courtesy l’artista; Maureen Paley, London 
© Saskia Olde Wolbers

Un uso della fotografia in funzione rappresentativa dei risultati di studi sociologici è rintracciabile nei lavori di Elena Dorfman, che nella serie Still Lovers ritrae le insolite relazioni d’amore, amicizia o convivenza tra uomini e Real Dolls, realistiche bambole sessuali commercializzate attraverso Internet e costruite a proprio piacimento. Sono immagini serene, prive di giudizi di carattere morale, che mostrano situazioni e desideri di cui le bambole sono diventate proiezioni, al di là della funzione di oggetti sessuali. Saskia Olde Wolbers, nel video Placebo, mostra un ambiente bianco, liquefatto e surreale, attribuibile a una dimensione onirica ma in cui poi riconosciamo elementi di un ambiente ospedaliero; una voce femminile fuori campo narra la personale e devastante storia d’amore con il proprio amante che per anni ha finto di essere un medico e di essere sposato, dunque insistendo sul tema dell’inganno, di cui la donna è consapevole quasi fin dall’inizio, ma non sufficiente per non cedere all’illusione in nome dell’amore. Allo stesso modo lo spettatore è coinvolto in un inganno emotivo e visivo, tramite immagini ambigue e quasi biomorfe, con oggetti costruiti in suo studio, a partire da materiali e oggetti da riciclo o di scarto. La serie fotografica 20.12.53 – 10.08.04 di Moira Ricci, nasce invece dal desiderio di rivisitare la propria storia e il proprio passato, attraverso fotografie risalenti ad epoche diverse e “rubate” all’album di famiglia. Sempre presente è una donna giovane e magra dai lunghi capelli neri: è l’artista, che si intrufola nelle fotografie del passato sulle tracce della propria madre rielaborandole digitalmente, nel tentativo di scavalcare la dimensione spazio-temporale.

Moira Ricci, Mamma con maestra - “20.12.53 - 10.08.04”, 2004-2009 
Lambda Print, Aluminium 
Courtesy l’artista; Galleria Alessandro De March, Milano 
© Moira Ricci
Moira Ricci, Mamma con maestra – “20.12.53 – 10.08.04”, 2004-2009 
Lambda Print, Aluminium 
Courtesy l’artista; Galleria Alessandro De March, Milano 
© Moira Ricci

La fotografia come parte di un processo di mappatura dello spazio rappresenta infine un modo nuovo di guardare la realtà. Andreas Gefeller, nella serie Supervision, sceglie come soggetto gli interni disabitati – ma in cui si scorgono tracce dell’arredamento e della presenza dei loro ex abitanti – delle case popolari costruite in serie, tipiche dei paesi dell’est. La particolarità di queste immagini sta nella prospettiva dall’alto, che ci mostra le stanze come se fossero prive di soffitto, grazie al posizionamento della macchina fotografica a due metri di altezza dal suolo, fissata al corpo dell’artista tramite un’asta, che scatta ogni singola posizione, per poi ricomporre il luogo al computer in un fotocollage digitale. A questa serie fa eco il progetto Street with a view di Ben Kinsley e Robin Hewlett, che, insieme agli abitanti della Sampsonia Way di Pittsburgh, hanno realizzato performance e azioni collettive (duelli, esibizioni di band, parate con banda e majorettes) in occasione del passaggio, attraverso il quartiere, della Google Car – una macchina panoramica fissata sul tetto di un veicolo che lentamente attraversa le strade cittadine e che è alla base del servizio on-line Street View di Google Maps, che consente sulla rete l’uso di mappe digitali tridimensionali. Kinsley e Hewlett creano una analogia tra le loro messe in scena artistiche e la rappresentazione, anch’essa fittizia, della realtà rappresentata da Google. Merita un’attenzione particolare infine il lavoro del coreano Osang Gwon: Fuse è una fotoscultura a dimensioni naturali che rappresenta un motociclista, con tuta e casco di protezione, disteso al suolo. La scultura appartiene a un ciclo di opere dal titolo Deodorant Type, in cui l’artista assembla centinaia di scatti fotografici per costruire la superficie dei suoi modelli in una specie di collage tridimensionale che include tutto il corpo, richiamando in questo caso un’altra applicazione del web, Google Earth, capace di creare un’illusione di realtà a partire da singole immagini di dettagli che, assemblate, ricreano la tridimensionalità del reale.

Valentina Tovaglia

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