Interviste

Resurrezione dell’antitesi arte/mercato: da Gianni Colosimo a Hans-Peter Feldmann

Gianni Colosimo, attualmente in mostra alla Galleria Giacomo Guidi di Roma con Resurrezione, cresciuto nell’ambiente effervescente del teatro e delle performance sperimentali degli anni Ottanta a Roma e raro caso di artista “non riconciliato” con la scena dell’arte italiana, sta portando avanti con coerenza una linea di outsider critico verso il sistema dell’arte.  Gli abbiamo rivolto alcune domande per focalizzare i suoi percorsi e i suoi obiettivi.

Come sei passato dal teatro all’oggetto d’arte visiva e come hai pensato le performance di questa mostra?

Gianni Colosimo: «Nasco come performer e partecipo all’area del teatro sperimentale, con il movimento della Postavanguardia a Roma, poi divento organizzatore di rassegne di Performing Arts a Torino. Negli anni Novanta mi dedico all’arte visiva sia come autore (intervengo anche alla Gam), sia come gallerista con InfinitoLimited Gallery».

Gianni Colosimo, Il piccolo giudice
Gianni Colosimo, Il piccolo giudice

La critica della mercificazione della scena artistica è una componente centrale nel tuo lavoro, con momenti clamorosi come la mostra alla Galleria Pack di Milano. E oggi?

G. C.: «Sì, la mostra alla Pack, Wallpaper. Il vortice del desiderio è privo d’orizzonte, consisteva nel tappezzare completamente di dollari la galleria stessa (centinaia di metri quadrati). Nella Galleria Giacomo Guidi riappare la performance perché, insieme ai numerosi oggetti sul tema denaro, una serie di azioni mettono in scena la morte della Lehman Brothers, cioè il tragico fallimento della banca che ha dato il via alla crisi odierna. Un carro funebre porta una cassa e viene svelato un monumento funebre in memoria della banca. Dalla cassa esce uno “sciamano” che distrugge centinaia di biglietti da un dollaro. La mercificazione dell’arte ha fatto un salto di qualità dagli anni Ottanta, con un degrado sempre più pronunciato diventando sempre più un fattore industriale, diventando una nuova industria del lusso. Pensiamo a Damien Hirst e Jeff Koons.
“Kunst = Kapital”  (Arte = Capitale) scriveva Joseph Beuys nel 1979 su una banconota. Io scrivo sulle banconote “Fuck You”».

Gianno Colosimo, Il Carro funebre
Gianno Colosimo, Il Carro funebre

Questo distacco dal sistema arte/mercato va naturalmente difeso – come quando nel 2011 il Guggenheim Museum di New York ha esposto un lavoro di Hans-Peter Feldmann che consisteva nell’utilizzare il denaro del premio Hugo Boss per tappezzare un ambiente del Museo – con conseguente polemica fra Gianni Colosimo e la direzione del museo stesso. Polemica giusta perché nell’arte contemporanea l’identificazione fra idea e opera rende l’idea stessa non utilizzabile come “seconda edizione”, diventando un unicum in cui la componente temporale ha un’importanza fondamentale. Il dollaro ricompare in tutti gli oggetti esposti nella mostra e in forme molteplici: come collage, come bassorilievo di marmo, in teche di vetro come ex-voto, come “Pietas” religiosa, come “passaporto per l’eternità” (il “Fuck you!” di cui sopra), come “portafortuna”.

Giovanni Colosimo, Una cosa finisce solo se un'altra muore, performance 2015
Giovanni Colosimo, Una cosa finisce solo se un’altra muore, performance 2015

E ritorna il tema della glorificazione-uccisione del dollaro nell’installazione di Eric Doeringer che cita i lavori di Colosimo e di Feldmann scelta e collocata da Maurizio Cattelan in modo significativo nella mostra Shit and Die a Torino.
Così il dissenso arte/valore – valore/economia che sembrava pacificato nell’identificazione arte/mercato ritorna in questione.

Lorenzo Taiuti

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