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Rifondazione Prada: un tour scelto alla sede di Milano

Abbiamo fatto un giro alla nuova sede di Fondazione Prada a Milano. Ecco le dieci chicche – tra molti pregi e pochi difetti – da non perdere.

1) Il Bronzo di Riace a colori. Quando pensiamo alle statue classiche, tutti le pensiamo di un elegante marmo bianco o magari di un bel bronzo verdastro. Invece gli scultori greci e romani le coloravano da capo a piedi con tinte sgargianti. E facevano pure, gli antichi, copie e versioni portatili delle statue più popolari. Parola di Salvatore Settis, che ci spiega tutto con un linguaggio alla Piero Angela in una mostra eccezionale, Serial Classic, con prestiti importanti da musei di mezzo mondo (la seconda parte, Portable Classic, è nella sede veneziana a Ca’ Foscari). E per l’occasione, ecco pronta una copia del Bronzo di Riace A con la barba bruna e una dell’Apollo Kassel coi riccioli biondi legati da una bella fascetta verde. E che dire del Podium, la sala che li ospita, con un pavimento a gradoni che ti fa girare attorno alle statue e pareti di vetro? Una meraviglia.

L’Apollo di Kassel. Veduta della mostra Serial Classic, co-curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada
L’Apollo di Kassel. Veduta della mostra Serial Classic, co-curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada

2) La torretta dorata. Abbiamo appena finito di dir bene del Podium, ed ecco lo shock della Haunted House (“La casa stregata”): una torretta di quattro piani interamente ricoperta di foglia d’oro. Terribilmente kitsch, ma è già il simbolo del museo. Dentro ci hanno sistemato, permanenti, alcune opere di Robert Gober e di Louise Bourgeois. Il nome, però, è azzeccatissimo: scale ripide, spazi angusti, una gamba che sbuca dal muro con un’àncora appesa alla caviglia (Gober), una culla con un parallelepipedo di cera e delle mele verdi al posto del neonato (Gober), un corpo di donna con due teste che si baciano (Bourgeois).

Louise Bourgeois, Single III, 1996
Louise Bourgeois, Single III, 1996

3) Il Barnett Newman trascurato. Povero Newman. La sua tela Onement VI (1953) è uno dei pezzi più importanti della collezione Prada, acquistata nel 2013 a un’asta di Sotheby’s per 34 milioni di euro. E dove l’hanno messa? Appesa lungo una ripida scaletta che porta non si sa bene dove. Una delle “zip” più famose di Newman – un monocromo blu cobalto di due metri per tre, tagliato (cucito?) a metà da una striscia bianca (la zip, per l’appunto) – la tela è di una potenza straordinaria e basterebbe da sola a riempire un hangar. E qui ce ne sono tanti. Invece l’hanno messa lì. Peccato.

Barnett Newmann, Onement VI, 1953. Veduta della mostra An Introduction, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada
Barnett Newmann, Onement VI, 1953. Veduta della mostra An Introduction, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada

4) La grotta di Nathalie Djurberg… Già esposta a Milano nel 2008 nella vecchia sede di via Fogazzaro in una personale indimenticabile, è una caverna a forma di patata gigante, nel cui antro sono proiettati tre video in stop motion con protagoniste le solite sguaiate donnine di plastilina (The Potato, 2008). Unica e inquietante.

5) … e il Grotto di Thomas Demand. È la ricostruzione in miniatura, a partire da una cartolina, di una spelonca dell’isola di Maiorca, fatta con 30 tonnellate di cartone e rifotografata facendone di nuovo un’immagine bidimensionale (Grotto, 2006). Tutte le fasi del “processo grottesco” (proprio così) sono esposte in permanenza nei sotterranei del cinema. Bizzarro e strabiliante.

Veduta dell’installazione permanente Processo grottesco di Thomas Demand. Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada
Veduta dell’installazione permanente Processo grottesco di Thomas Demand. Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada

6) La Battaglia di Lucio Fontana. Questo grande fregio in ceramica policroma e vernice fluorescente (1948), un tempo stava nel foyer del vecchio cinema Arlecchino, chiuso come molti altri in città; ora sta in quello della Fondazione, che fino al 25 luglio ospita una rassegna di film curata da Roman Polanski, con un documentario autobiografico inedito.

7) Il parco macchine. Un colossale deposito con automobili bruciate, ricoperte di pece e piume, tappezzate di sigarette, attraversate da travi di ferro; di Elmgreen & Dragset (ricordate la loro roulotte che sbucava dal pavimento della Galleria Vittorio Emanuele?), Carsten Höller, Rosemarie Trockel, Tobias Rehberger, Gianni Piacentino e Sarah Lucas. Spettacolare, sì, ma freddo.

Veduta della mostra An Introduction, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada
Veduta della mostra An Introduction, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada

8) Il cubo di Pino Pascali. Dopo i readymade concettualoidi del parcheggio, il Metro cubo di terra (1967) di Pino Pascali lascia di stucco per la sua semplicità. L’impatto visivo ed emotivo, però, è fortissimo. Vale la stessa cosa che si diceva per la tela di Newman: da solo basta a riempire una sala, non importa quanto grande sia (siamo in uno dei tre ambienti della Cisterna, con un soffitto alto dieci metri). Prima era l’ambiente che faceva la misura delle opere; qui è il cubo che fa la misura dell’ambiente. C’è una bella differenza.

Pino Pascali, 1 metro cubo di terra, 1967
Pino Pascali, 1 metro cubo di terra, 1967

9) La fase Rem (Koolhaas). Terminerà solo nel 2016, quando sarà pronta la torre di nove piani che ospiterà il ristorante e altri spazi espositivi. Sulla scia di Hangar Bicocca, Assab One, Museo Pecci, Frigoriferi Milanesi e (ex) Fondazione Pomodoro – solo per restare a Milano – Koolhaas ha trasformato un vecchio spazio industriale (la distilleria Società Italiana Spiriti), in un quartiere museale variegato, imponente ma sobrio. È un insieme di ambienti diversissimi, di recupero e nuovi, claustrofobici e monumentali, bui e ariosi, di cemento, ferro e vetro, con una guida sull’asfalto per non perdersi. All’ingresso solo un neon bianco con scritto “Fondazione Prada”.

Bar Luce, Designed by Wes Anderson, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada
Bar Luce, Designed by Wes Anderson, Fondazione Prada Milano, 2015. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada

10) Il flipper di Steve Zissou. Dulcis in fundo, l’allestimento del Bar Luce ad opera del regista Wes Anderson (The Grand Budapest Hotel), con soffitto che rifà in miniatura quello della Galleria Vittorio Emanuele, mobilio anni Sessanta e il flipper delle Avventure acquatiche di Steve Zissou, film parodistico del 2004 sull’esploratore francese Jacques Cousteau. C’è chi dice che qui vorrebbe viverci.

Stefano Ferrari

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