Dall'archivio D'ARS

Ritratto/Autoritratto sociale

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Che rapporto intercorre tra l’osservazione fotografica del nostro corpo e la sempre maggiore facilità con cui condividiamo immagini in rete?

Iniziamo riflettendo su un dato macroscopico: l’apparente necessità di veicolare, sulle diverse piattaforme web di condivisione dati, la propria immagine attraverso ritratti o, sempre più spesso, autoritratti che diventano la chiave di lettura di un romanzo a puntate: una narrazione in cui ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. L’esigenza di autoritrarsi fornendo una serie di dati ad uso e consumo di una massa virtuale potenzialmente incontrollata e incontrollabile, non credo sia solo una risposta narcisistica ad una collettiva, e schizofrenica, volontà d’apparire, frutto di una cultura pop ormai forse un po’ datata. Credo piuttosto che sia sintomo di una necessità di ri-narrare la propria persona partendo dall’immagine del proprio corpo: un romanzo a puntate, un romanzo d’appendice in cui è possibile essere i protagonisti di una “felice” o “infelice” avventura (questo dipende dalla poetica che si vuole assecondare). Lo snodo narrativo essenziale di questa narrazione minima è l’apparente legame con la realtà. Infatti, non ci troviamo difronte a un sistema narrativo simile a Second Life; nel caso di facebook, ad esempio, l’apparente documentazione per immagini della cronaca della propria vita o del proprio corpo, risultano essere l’escamotage narrativo che permette di fidelizzare un pubblico più o meno ampio. Riflessione che permette di pesare la popolarità del disagio a cui, teoricamente, viene sottoposto chi sfoglia profili (d’amici, conoscenti, lontani conoscenti)d’immagini in rete. Un documento d’identità in cui la fotografia del soggetto ritratto si affranca dalla normalizzazione legale: un’avventura per fotogrammi apparentemente anarchica. Inserire come immagine identificativa una fotografia in cui il soggetto ritratto non ha reali corrispondenze con l’identità dichiarata,  risulta essere un’operazione non solo legittima, nessuno lo può impedire, ma addirittura filologicamente comprensibile. Infatti se un social network – continuiamo ad assumere come esempio facebook – si struttura come un diario pubblico (o quasi), la capacità omertosa delle pagine private di un quadernetto in cui appuntare le proprie considerazioni giornaliere, viene completamente annullata in favore di un’apertura quasi pornografica alla propria identità, una messa in scena dell’atto sessuale con truccatori ed elettricisti annessi.

Etienne Carjat - Charles Baudelaire (1863)
Etienne Carjat – Charles Baudelaire (1863)

Automatica conseguenza della scomparsa della chiave di sicurezza è l’inizio di una fantastica narrazione, un’avventura di carattere romanzesco che, in primis, passa attraverso l’uso ingannevole dell’immagine, della propria immagine. Quindi il disagio dell’osservatore/lettore, alla vista del ritratto/autoritratto postato sulle nostre “pagine sociali” è in realtà un sentimento che parte da un presupposto sbagliato, ossia dalla convinzione che si stia sfogliando, osservando, la pagine di un racconto diaristico (tradizionale). Spesso si cade in errore pensando che “spulciando” le fotografie di una pagina facebook si stia compiendo un atto voyeuristico. Il voyeurismo implica l’inconsapevolezza dell’osservato ad essere osservato e, conseguentemente, una libertà di movimento del soggetto “offeso”. Il diario per immagini postato su un social network è l’esatto contrario; l’estetica della propria messa in scena: come sarei voluto sempre essere rimasto oppure come mi sarei voluto divertire in vacanza. La tradizione novecentesca (anche ottocentesca) del ritratto in studio del fotografo della propria città, aveva alcune caratteristiche che definivano la scuola d’appartenenza dell’operatore. Oggi, escluso alcuni casi, l’identità dell’operatore è esplosa in un insieme di voci che, spesso, sono le stesse del soggetto ritratto: la funzione, ad esempio, dell’iPhone che permette di vedersi nel momento dello scatto, insegue l’esigenza di un continuo monitoraggio della propria persona rendendola appetibile, o apparentemente tale, ai propri amici/lettori. Il proprio autoritratto diventa una prefazione al nostro romanzo, la pagina d’apertura attraverso cui l’osservatore accede al “come sarebbe potuta andare”.

La concentrazione, anche visiva, sulla propria personalità si rispecchia nel sistema economico che sottostà al meccanismo sociale di rete. Siamo pacchetti d’informazioni che possono essere attaccati in una sorta di omertosa – in questo caso omertà reale – archiviazione dei nostri sogni. È come se ci pagassimo la pubblicazione del nostro romanzo, abitudine assai frequente di persone che si ostinano a farsi chiamare editori, è come se pagassimo una tassa sulla nostra libertà di camuffare noi stessi: una mediazione inconsapevole tra il nostro creare immagini (a noi apparentemente simili) e la definizione di sorvegliare. E credo sia proprio l’apparente mancanza di controllo a indurre in tentazione molti utenti ad autodefinire se stessi: il controllo che viene a mancare, innanzitutto, è quello del fotografo stesso, inteso come operatore professionista. Viene a cadere una lettura rettilinea della persona sottoposta allo scatto: dall’occhio del fotografo X, al volto (o quant’altro) dell’interessato Y. Nel processo di autoscatto, in funzione alla condivisione in rete, l’operatore ridefinisce ideologicamente se stesso nella consapevolezza, o presunta tale, che l’immagine ottenuta sfuggirà dal controllo del “proprietario” per innescare meccanismi in cui il diritto all’oblio è un lusso che nessuno si può permettere. Ecco un altro possibile disagio, la difficoltà di cambiare ideologia. È possibile togliere un’immagine dal proprio profilo, cancellare un atteggiamento che non ci appartiene più, ma possiamo cancellarlo dal nostro personale stato, e l’immagine dov’è finita? L’oblio viene negato a chiunque e alla facilità con cui postiamo un’immagine, che sia la nostra o di qualsiasi altra persona o altra cosa o gesto, non corrisponde la stessa possibilità di cancellare le tracce del reato.

Fotografia scattata con iPhone attraverso l'applicazione Instagram e utilizzata su diario Facebook, 2013
Fotografia scattata con iPhone attraverso l’applicazione Instagram e utilizzata su diario Facebook, 2013

Quanti romanzieri hanno dato alle stampe testi che adesso vorrebbero veder bruciati o ancor meglio mai scritti, quante pagine vorrebbero non fossero mai state lette, e invece rimangono aggrappate alle biblioteche private o pubbliche, rimangono aggrappate alla colla o alla corda che mette in fila foglio per foglio un possibile ripensamento. Nessuna immagine che viene immessa nella rete è immune all’eternità, sopravvive a noi rendendoci ridicoli, simpatici o desiderabili: sarà il nostro romanzo pubblicato (per sempre) al prezzo di qualche dato più o meno sensibile (più o meno reale).

Andrea Tinterri

D’ARS year 53/nr 213/spring 2013

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