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Selfie e il dire se stessi

Ormai in molti sanno che verso la fine del 2013 l’Oxford Dictionaries Online ha inserito il termine selfie tra i nuovi lemmi della lingua inglese con questa definizione: “fotografia scattata a se stessi, generalmente con uno smartphone o una webcam, e caricata su un social media”. Il termine è comparso per la prima volta nel 2002 in un forum australiano ma sono passati diversi anni prima che divenisse una definizione popolare, nonostante il fatto che pubblicare autoscatti fosse già una pratica diffusa.

Era possibile imbattersi in autoritratti amatoriali soprattutto su MySpace spesso caratterizzati dalla presenza di imbarazzanti sovraesposizioni dovute ai flash riflessi negli specchi dei bagni. Negli anni dal 2006 al 2009 questa tendenza che andava sotto il nome di MySpace pic era liquidata come indice di cattivo gusto e prevalentemente derisa. Con lo sviluppo della tecnologia degli smartphone e soprattutto dopo la nascita di Instagram e il suo acquisto da parte di Facebook, l’abitudine a scattarsi autoritratti e a pubblicarli online è diventata sempre più comune. Questo fenomeno ha suscitato diversi dibattiti tra sostenitori e oppositori.

Una delle analisi più diffuse della selfie è quella che la interpreta come il narcisismo di persone ossessionate dalla propria identità digitale. Tuttavia è impossibile non notare come nella selfie per definizione ci si debba confrontare con una componente di condivisione all’interno dei social network che sembra turbare il circuito chiuso di un soggetto che guarda se stesso. Per questo motivo in molti hanno invitato a spostare lo sguardo dalla figura allo sfondo. In effetti molte di queste immagini sono scattate sia per immortalare se stessi come se si volesse lasciare una traccia della propria esistenza (1), ma allo stesso tempo costituiscono una sorta di racconto o descrizione per i propri amici o follower. Se la cultura popolare ci aveva insegnato che un’immagine vale più di mille parole, probabilmente oggi dovremmo aggiornare questo adagio affermando che un’immagine non vale più di centoquaranta caratteri. È proprio continuando ad allargare lo sguardo in questa direzione che ci accorgiamo di un fattore interessante. Se si approfondisce il discorso in relazione alle caratteristiche delle piattaforme su cui circolano le selfie, ci si accorge che esse rispondo a determinate funzionalità e/o intenzioni. Queste immagini sono spesso utilizzate alla stregua dell’aggiornamento di status testuale.

Non si tratta di abbattere il muro tra il testo e l’immagine quanto piuttosto di prendere consapevolezza che le immagini tecniche si differenziano nettamente dalle immagini tradizionali secondo quello che afferma Vilém Flusser in Per una filosofia della fotografia. Esse sono immagini prodotte da apparecchi a loro volta prodotti sulla base di concetti. Il loro carattere, apparentemente non simbolico, dà l’impressione all’osservatore che esse siano una finestra sul mondo, ma questa oggettività è del tutto illusoria.

 

Le fotografie “informano” il mondo, cioè tendono a dargli una forma concettuale che va nella direzione delle caratteristiche proprie della macchina. Flusser definisce i fotografi, nel nostro caso gli utenti, funzionari che controllano un gioco sul quale non possono avere competenza. Questo però non ci dice ancora abbastanza sul perché fotografare se stessi. Facendo un passo indietro, si è detto di come la pratica della selfie fosse già presente su MySpace senza che avesse un successo così virale. Quel social network infatti era adatto a utenti di una determinata fascia di età, prevalentemente teenager. Seppur presenti, gli autoritratti si perdevano tra le diverse foto di feste, di gite e di concerti cioè di situazioni particolarmente importanti per la socialità in età adolescenziale. Oggi le selfie sono presenti su tutti i social network ma a farla da padrone è sempre Facebook.

Nel corso degli anni questo social network ha modificato spesso la sua interfaccia e dopo il passaggio alla formula del diario ha incominciato ad aumentare la dimensione in pixel delle immagini di preview di ciò che gli utenti pubblicano. Un cambiamento che negli ultimi mesi sta adottando anche Twitter. Lo spostamento di attenzione sui contenuti in formato immagine è una cosa che si può notare anche dal successo di condivisione che hanno immagini in cui c’è solo una semplice frase. Ma come diversi autori hanno fatto notare, Facebook è anche un social network che insiste prepotentemente sulle “identità reali” degli utenti per permettergli di rimanere in contatto con le persone della loro “vita reale”.

Andrea Ravo Mattoni, Selfie, olio su tela, 20x20 cm
Andrea Ravo Mattoni, Selfie, olio su tela, 20×20 cm

Quindi se da un lato l’aspetto ludico, unito alla grande quantità di possibilità che l’interfaccia offre, spinge gli utilizzatori a un uso spasmodico e a una produzione costante di informazioni, dall’altro la grande categoria del sé – sotto cui queste informazioni vengono catalogate – domina le scelte degli utenti circa i contenuti. Detto in termini foucaultiani la selfie, come tutti i fenomeni che coinvolgono il self sulla rete ad esempio self-branding, micro-celebrity e life-streaming, sembrano essere strumenti che mettono in evidenza una nuova tecnologia del sé cioè un processo di elaborazione della soggettività legata all’immaginario di un determinato ordine del discorso. Questo aspetto biopolitico, strettamente connesso con le funzionalità informatiche e simboliche delle interfacce, pone diversi dubbi circa la possibilità di considerare le pratiche di Edited Self (2) come uno strumento per il governo del sé. Inoltre il discorso si complica se si considera che molti osservatori hanno evidenziato come il fenomeno della selfie sia prevalentemente femminile e costituisca uno degli strumenti di maggiore diffusione degli stereotipi di genere.

Sarah Gram, nell’articolo The Young-Girl and the Selfie, in cui critica la tendenza a concentrarsi su un sospetto narcisismo femminile, sposta l’attenzione sull’emergere di una figura, la giovane donna, creata per essere funzionale allo sviluppo capitalistico. Tale approccio però esclude dall’analisi gli aspetti performativi e linguistici del codice schiacciando il sé in una visione esclusivamente economica. Inoltre, questo tipo di analisi risente delle contraddizioni proprie di un certa riflessione politica che, servendosi dell’immagine del corpo per rappresentare le proprie concezioni dell’ordine, sembra contrastare ed eliminare dal proprio orizzonte il problema della corporeità. Una corporeità che spesso non riesce a trovare un posto anche nelle analisi legate ai media. Probabilmente, nel caso delle selfie, potrebbe essere utile per una critica politica indagare più in profondità il narcisismo o più in particolare la figura di Narciso. Nell’analisi dei media è inevitabile il riferimento a Marshall McLuhan per cui Narciso non è un soggetto innamorato di se stesso ma è colui che “si è conformato all’estensione di se stesso divenendo così un circuito chiuso”. Il torpore che Narciso prova di fronte all’immagine di se stesso è un meccanismo di auto-amputazione, una chiusura dei sensi, dovuta alla stimolazione eccessiva della vista.

Il sociologo canadese propone nella sua teoria dell’estensione una intricata correlazione/divisione tra sensi e sistema nervoso centrale. Ne risulta un corpo spezzettato e un sé chiuso portato alla relazione solo dall’imperativo dei media. Una prova che la teoria di McLuhan appartenga a una tradizione filosofica che ha l’attitudine per una universalità astratta e senza corpo che deve la sua origine alla sfera dell’occhio, sta nel fatto che egli liquidi frettolosamente e con molta imprecisione l’altra, la ninfa Eco posta in relazione a Narciso dal poeta Ovidio. Eco, la ninfa vocalica per eccellenza, è condannata da Giunone a ripetere le ultime parole dell’altro; nel suo dialogo con Narciso non ha alcuna intenzionalità, non c’è alcuna componente semantica portata dalle parole che ripete. Il senso di quello che dice come forma di dialogo lo costruisce chi ascolta, in quel caso Narciso. Adriana Cavarero, in A più voci, con una puntuale critica alla tradizione filosofica di cui McLuhan fa parte, porta questa figura al centro della scena politica. La filosofa italiana afferma che Eco è la figura del godimento nella ripetizione vocalica che sottraendosi al registro semantico segue spontaneamente il ritmo relazionale della ripetizione. Tale ritmo conferma che ogni voce, essendo per l’orecchio, comporta al tempo stesso un orecchio che è per la voce.

L’emissione vocale è prodotta da un corpo, da un apparato fonatorio, da un respiro che ne attesta la sua unicità incarnata nel gioco relazionale della risonanza. A questo proposito è interessante analizzare l’opera A Life in AdWords di Erica Scourti. L’artista greca interessata al fenomeno della selfie e della costruzione del sé attraverso sistemi informatici e politico-economici, tenta una operazione di ripetizione simile a quella di Eco. Per circa trecento giorni decide di filmarsi mentre ripete senza alcuna intenzionalità semantica le parole di Adwords, uno dei sistema informatici che definisce i contenuti pubblicitari da inserire negli account Gmail.

Google, in cambio della gratuità del servizio email, scansiona i contenuti delle corrispondenze degli utenti per vendere spazi pubblicitari alle aziende ad un target di utenti profilato nei minimi dettagli. Le parole prodotte da questo algoritmo dovrebbero corrispondere ai desideri e agli interessi dell’utente, dare un immagine di sé stesso. Le teorie a cui fa riferimento l’artista greca si focalizzano sul controllo biopolitico del capitalismo (3) ma nel creare questo inusuale diario video sospende il giudizio morale sul medium che sceglie e si avventura in una espressione vocale che, più che portare il senso della lingua tramite il senso delle parole, porta il senso della sua esistenza singolare attraverso la sua voce. Nella ripetizione, oltre a mettere in luce i meccanismi informatici che riducono gli utenti a prodotti, l’artista diventa la figura di una relazionalità acustica in cui l’unicità si fa sentire come voce prodotta da un corpo. Questo ci può suggerire che ci sia qualcosa che sfugge ai processi di soggettivazione del sistema economico come all’automatismo degli algoritmi, un’unicità incarnata che nel vocalico esprime il suo essere relazionale.

Senza la pretesa di dare una spiegazione psico-sociologica universale del fenomeno della selfie, senza l’intenzione di dare un risposta politica unificante al dominio capitalistico, si può rivolgere lo sguardo a quelle pratiche che creano il politico lì dove gli esseri umani comunicano la loro unicità e la mostrano come dato materiale nella relazione. Un approccio che sposta l’attenzione dal ciò che viene detto al dire. In questo modo, più che concertarsi sul senso del linguaggio economico e informatico, l’atto del parlare o del parlarsi con cui degli esseri unici più che significare qualcosa, comunicano chi sono, può rivendicare un ruolo politicamente sovversivo.

Loretta Borrelli
D’ARS year 54/nr 217/spring 2014 (articolo completo in italiano)

[1] A tale proposito si consiglia l’articolo di Tiziano Bonini, Dall’autoritratto al Selfie, Breve storia del guardarsi allo specchio.
[2] Alice Marwick, Status Update. Celebrity, Publicity, and Branding in the Social Media Age, Yale, Yale University press.
[3] A tal proposito è interessante l’intervista di Mark Garrett, A Life in AdWords, Algorithms & Data Exhaust. An interview with Erica Scourti.


Selfie: telling yourself

It is now a well-known fact that the term selfie was added in the Oxford Dictionaries Online at the end of 2013; it is now officially part of the English vocabulary with the following definition: a photograph that one has taken of oneself,typically one taken with a smartphone or webcam and uploaded to a social media website. The word first appeared in 2002 in an Australian forum but it took several years before it became a popular definition, despite being a widespread phenomenon. (…)

(abstract dell’articolo in inglese)

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