Biennale e dintorni 2015

Slip of the Tongue: Danh Vo artista-curatore per Punta della Dogana

Per il quarto progetto espositivo presso Punta della Dogana, la Fondazione Pinault ha voluto sbaragliare un po’ le carte, invitando a lavorare e a riflettere sulla sua collezione non un curatore, bensì un artista (sebbene affiancato da Caroline Bourgeois, cui abitualmente Monsieur Pinault affida la curatela delle mostre). Si tratta di Danh Vo, artista dall’aggrovigliata biografia (origini vietnamite, trapiantato in Danimarca con la famiglia fin dalla tenera età, vive ora a Città del Messico) e dall’altrettanto contorta ricerca, affamata di reperti e lacerti di vita e di Storia.

Danh Vo, Beauty Queen, 2013. Pinault Collection. Photo Charlotte du Genestoux
Danh Vo, Beauty Queen, 2013. Pinault Collection. Photo Charlotte du Genestoux

In netta opposizione con l’altro progetto espositivo proposto dalla Fondazione Pinault in laguna, l’esuberante ed euforica personale di Martial Raysse a Palazzo Grassi, la mostra curata da Vo, dal titolo Slip of the Tongue, è una collettiva che si metabolizza lentamente, penetrandone la scorza austera e a tratti criptica alla scoperta della trama di indizi e motivi che la affolla e dell’altrettanto fitta rete di relazioni interpersonali che la pervade (tante opere esposte testimoniano di rapporti, scambi e amicizie tra i diversi artisti).

Mutuato da un’opera di Nairy Baghramian in mostra, il titolo della collettiva fa leva sul concetto di “lapsus”, quella svista involontaria, generata da un input incontrollato, che produce una rottura nell’abituale andamento delle cose, cui spesso fa seguito un’azione riparatrice. È a partire da questo complesso rapporto tra svista/rottura e conseguente alterazione/riparazione che è possibile leggere molte delle circa 175 opere in mostra, in buona parte provenienti dalla Collezione Pinault, ma con una rilevante presenza anche di prestiti, come l’inattesa selezione di pezzi storici provenienti dalle Gallerie dell’Accademia e dall’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini. Opere che mostrano le tracce di rimaneggiamenti, adattamenti, incidenti, ferite ed eventi traumatici o irrazionali.

Particolare della mostra, con Testa del Redentore di Giovanni Bellini e Corail Costa Brava di Hubert Duprat. Photo Carlo Beccalli
Particolare della mostra, con Testa del Redentore di Giovanni Bellini e Corail Costa Brava di Hubert Duprat. Photo Carlo Beccalli

Come è evidente in uno dei primi pezzi che si incontrano lungo il percorso, la cinquecentesca Testa del Redentore di Giovanni Bellini che altro non è che un frammento di un grande olio su tavola rappresentante la Trasfigurazione di Cristo, il cui “smembramento” è attestato da un documento rinvenuto a fine ‘800 dall’allora direttore delle Gallerie dell’Accademia. E frammenti sono anche quelli che compongono la serie di piccole, preziose miniature di maestri dei secoli XIII, XIV e XV, appartenenti alla vasta collezione della Fondazione Cini. Sono ritagli provenienti da codici e manoscritti che col tempo hanno acquistato nuovo valore e funzione rispetto all’origine.

Veduta della mostra Slip of the Tongue, Punta della Dogana, Venezia, 2015. Courtesy of Palazzo Grassi. Photo Matteo De Fina
Veduta della mostra Slip of the Tongue, Punta della Dogana, Venezia, 2015. Courtesy of Palazzo Grassi. Photo Matteo De Fina

Una connessione imprevista, uno stravolgimento di senso o uno spiazzamento sono tutte possibili e imprevedibili manifestazioni di un lapsus, che in Slip of the Tongue si palesano sia a livello estetico sia concettuale: dall’installazione Powerless Structures, della coppia Elmgreen & Dragset, improbabile trampolino da cui tuffarsi sulla laguna veneta, all’ambiguo volto-maschera Tamerlano di Luciano Fabro, dalle scatole non-sense del giapponese Tetsumi Kudo ai bricolage di Carol Rama, dalla surreale Bocca/Bosch di Bertrand Lavier, che suggella l’incontro tra un divano dalle labbra carnose e un congelatore, alle affascinanti e al contempo inquietanti sculture di Jean-Luc Moulène, nate dall’interazione-attrito tra alcune vecchie statue da giardino.

Nel percorso, le esigue dimensioni e la delicatezza di certe opere (alcune delle quali sono veri “monumenti di fragilità”, come ha osservato Martin Bethenod, direttore della Fondazione Pinault) cozzano talvolta con l’imponenza degli spazi, suggerendo una voluta non conformità alle comuni logiche espositive, espressa anche da lavori talvolta posati a terra, come abbandonati, o quasi nascosti, come il mutevole ritratto Untitled (Portrait of Julie Ault) di Felix Gonzalez-Torres, dipinto sulle capriate in legno di una delle sale.

Nancy Spero, All writing is pigshit, 1970. Photo Fabrice Gibert © The Nancy Spero and Leon Golub Foundation for the Arts. Licensed by SIAE 2015. Courtesy Galerie Lelon
Nancy Spero, All writing is pigshit, 1970. Photo Fabrice Gibert © The Nancy Spero and Leon Golub Foundation for the Arts. Licensed by SIAE 2015. Courtesy Galerie Lelon

Delicatezza e fragilità si scontrano anche con il significato recondito di molti lavori e con l’affiorare di tematiche forti, che smuovono e pungolano la coscienza: la morte, l’abbandono, la malattia, la guerra, la religione… Tormentate rivelazioni in bilico tra il personale e l’universale aleggiano in tutta la mostra, raggiungendo il culmine nella bellissima sala dedicata a Nancy Spero, cuore pulsante (e dolente) di Punta della Dogana, con le pareti percorse dal ritmo lento e funesto del lungo fregio di carta Cri du Cœur e dai numerosi collage e gouache che racchiudono la rabbia e il genio del teorico e letterato francese Antonin Artaud (Artaud Paintings e Codex Artaud).

David Hammons, Untitled, 2007. Photo Carlo Beccalli
David Hammons, Untitled, 2007. Photo Carlo Beccalli

La storia privata si intreccia a quella con la S maiuscola anche nella maggior parte delle opere firmate da Danh Vo in mostra, una fra tutte il ready-made 08:03, 28.05, uno sfarzoso lampadario proveniente dalla sala da ballo dell’ex Hotel Majestic di Parigi, muto testimone di tanti avvenimenti cruciali, come le trattative che misero fine alla guerra in Vietnam nel 1973.
Con sensibilità non comune Danh Vo ha messo in piedi una mostra tesa e riservata, come quelle persone con cui è faticoso entrare in confidenza, ma che, una volta conosciute, si rivelano ricche di virtù. Piuttosto che affannarsi a cercarvi un filo conduttore o un tema di fondo, il modo migliore per carpirne senso e valore è lasciare che a fare il loro effetto siano gli umori che il percorso espositivo a poco a poco rilascia.

Francesca Cogoni

Slip of the Tongue
a cura di Danh Vo in collaborazione con Caroline Bourgeois

Artisti in mostra:
Leonor Antunes, Julie Ault, Nairy Baghramian, Giovanni Bellini, Constantin Brancusi, Marcel Broodthaers, Giovanni Buonconsiglio, detto il Marescalco, Jos De Gruyter & Harald Thys, Hubert Duprat, Elmgreen & Dragset, Luciano Fabro, Fischli & Weiss, Felix Gonzalez-Torres, Petrit Halilaj, David Hammons, Roni Horn, Peter Hujar, Tetsumi Kudo, Bertrand Lavier, Zoe Leonard, Francesco Lo Savio, Lee Lozano, Robert Manson, Piero Manzoni, Sadamasa Motonaga, Jean-Luc Moulène, Henrik Olesen, Pablo Picasso, Sigmar Polke, Carol Rama, Charles Ray, Auguste Rodin, Cameron Rowland, Carlo Scarpa, Andres Serrano, Nancy Spero, Sturtevant, Alina Szapocznikow, Paul Thek, Danh Vo, David Wojnarowicz, Martin Wong.
Anonimo, Abruzzo, XIII secolo; Anonimo, Italia centrale, XIII secolo; Maestro delle Decretali di Lucca, XIII secolo; Anonimo, Perugia, XIV secolo; Maestro del Seneca, XIV secolo; Nerio, Bologna, XIV secolo; Anonimo, Firenze, XV secolo; Maestro Olivetano, XV secolo; Maestro del Lattanzio riccardiano, XV secolo; Scuola di Tiziano

Punta della Dogana
Dorsoduro 2, Venezia
12 aprile – 31 dicembre 2015

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