Cinema

Still Life

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Bisogna incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita… La nostra memoria è la nostra coscienza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza di essa non siamo nulla… (Non mi resta che aspettare l’amnesia finale, quella che può cancellare una vita intera, come fu per mia madre…)

[Luis Buñuel, Dei miei sospiri estremi]

Still Life di Uberto Pasolini, 2013
Still Life di Uberto Pasolini, 2013

Il film Still life di Uberto Pasolini, vincitore del premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti al Festival del Cinema di Venezia, è un’educazione alla vita come riscatto dalla solitudine. Still life significa natura morta, ovvero composizioni di oggetti inanimati. Tutto il film procede attraverso inquadrature fisse, in cui la vita è raccontata attraverso la sua assenza, a partire da quello che non c’è o da quello che è rimasto.
John May (Eddie Marsan) è un funzionario del comune di Londra il cui lavoro consiste nel trovare i parenti più stretti di coloro che sono morti in solitudine. Della vita di queste persone non è rimasto nient’altro che qualche soprammobile, delle fotografie, dei dischi, una casa vuota. Non c’è nessuno a ricordarli. Da questi pochi elementi, il protagonista tenta di capire che tipo di persone fossero in vita e come avrebbero voluto essere ricordate. Sceglie così la lapide, l’epitaffio e la canzone per il funerale, scrive discorsi celebrativi che però nessuno ascolterà. John May ha sempre vissuto di riflesso, osservando le vite degli altri e tentando di ricostruirle, senza dei legami veri con nessuno.

Eddie Marsan in una scena di Still Life
Eddie Marsan in una scena di Still Life

La sua vita prosegue nella monotonia di gesti ripetuti e nel silenzio della solitudine, finché non viene licenziato a causa di un ridimensionamento del suo ufficio. Il suo lavoro, per il quale ha una dedizione encomiabile, è considerato inutile e troppo dispendioso. John May, tuttavia, esprime un’ultima volontà: quella di poter portare a termine l’ultimo caso. Entra così nella vita di Billy Stoke, un vecchio uomo alcolizzato della cui morte non si è interessato nessuno, ma che un tempo era stato molto felice e molto amato. Ed è sulle sue tracce che conoscerà le persone che hanno fatto parte della sua vita, e che quindi costituiscono la sua memoria, tra cui la figlia, una donna altrettanto sola. Con lei conosce l’importanza della condivisione e il coinvolgimento nella vita degli altri, con una finale promessa di felicità che tuttavia non si realizza, al di là della sua volontà. Anche i colori del film cambiano: i toni desaturati delle prime inquadrature lasciano il posto a colori più vivaci.

Nel brillante e speculare finale emerge il valore di una vita sacrificata ad un ideale di cui nessuno sembra curarsi. Intorno alla lapide di Billy Stoke il giorno del funerale si riuniscono le persone che l’hanno conosciuto e John May riceve un grazie simbolico da parte delle anime salvate dall’oblio totale.

Eleonora Roaro

 

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