Cinema

The social network

 Ho cercato a lungo sull’argomento Facebook come analisi del fenomeno e mi ha stupito la scarsità di trattati, la latitanza degli intellettuali, dei filosofi e dei sociologi.  Siamo tutti catturati da questo network ma è forse presto per vedere le cose in prospettiva.  In quale modo Facebook sta cambiando la nostra esistenza, il modo di comunicare, il senso della nostra identità? Aggiunge o sottrae valore alle nostre vite?

Locandina The Social Network  © 2010 Columbia TriStar Marketing Group, Inc. All Rights Reserved.
Locandina The Social Network
© 2010 Columbia TriStar Marketing Group, Inc. All Rights Reserved.

Ci sta trasformando in meglio oppure in peggio? Sono tutte domande che mi rivolgo e rivolgo ai lettori. Per ora solo il cinema e dunque l’arte ha affrontato il problema se pur sotto il profilo della storia e della nascita del più famoso social network del pianeta.

Il film “The social network” diretto da David  Finche è una storia appassionante, ma non intacca minimamente  i problemi relativi a Facebook ovvero la privacy, la dipendenza e tutti gli altri pericoli annessi. Per far scoppiare  davvero un caso Facebook non basta la controinformazione sul web. Per svegliare le coscienze ci vorrebbe forse un film alla Michael Moore oppure una docu-fiction con l’intento di far luce su alcuni aspetti dati per scontati. Nemmeno il documentario “Catfish” è all’altezza di tale arduo compito. Detto questo il film di Fincher è brillante e coinvolgente, girato benissimo e in odore di Oscar.

Il film narra le prime imprese di Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook il quale nel 2003 si intromette nella rete informatica di Harvard annunciando un concorso per eleggere la più bella dell’Università. Si renderà conto di aver inventato un sistema nuovo e davvero geniale, ovvero la forza di una comunità che si estenderà a macchia d’olio con milioni di adesioni al sito. Dal film si intuisce benissimo che alla fine Zuckerberg, seppur diventato ricchissimo, rimane solo e inacidito dalle battaglie ingaggiate per difendere il marchio. Molti di noi usano Facebook, compresa la sottoscritta, che però usa il network non inserendo dati personali e che confessa una certa ansia a spiattellare notizie a tutti.  Ma come siamo finiti nella rete di Zuckerberg ? Siamo tutti assetati di relazioni sociali, di “amicizie” da sbandierare. Il valore consiste nel numero di tali amicizie e quante sono 200, 300, 2000? Oppure si è  sfigati e non ne contiamo nemmeno una trentina? Vista così è un modo cinico di guardare alla vita. Sotto questo profilo le persone su Facebook sono cose, oggetti di conquista. Il numero degli “amici” e lo metto tra virgolette perché la parola amicizia ha ricevuto un duro colpo da un po’ a questa parte,  li chiamerei piuttosto contatti. Scomparirà forse la necessità di vedersi fisicamente, ma  come la mettiamo con la necessità biologica ( vedi la scoperta dei neuroni-specchio che dimostrano tale fatto ) di stare con gli altri?. Una cosa è certa: ci stiamo consegnando ad occhi chiusi senza avere la più pallida idea di cosa succederà, quali saranno le manipolazioni sui nostri dati e sulle nostre vite. Facebook sarà un sistema perfetto di controllo delle masse.  Non vorrei sembrare una nostalgica perché, come ho detto sopra, anch’io ho la mia pagina facebook, ho ritrovato persone, ma non ha funzionato perché ci sono alcune leggi universali che sono molto più potenti di Facebook e se una persona non la incontri più, un bel motivo ci sarà! Spostando lo sguardo su fatti meno personali, pensiamo all’elezione di Barack Obama, dove la comunicazione attraverso facebook ha avuto la sua importanza nel determinare il sostegno alla candidatura, ma poi intervengono altri fattori, che scavalcano le aggregazioni virtuali e decidono le sorti degli eletti. Pensiamo a cosa sta avvenendo ora, alla perdita di consenso di Obama e al triste scenario del possibile ritorno dei conservatori.  E’ il sistema di potere dei pochi che hanno altri sistemi di comunicazione per portare avanti le logiche del profitto e dell’omologazione del pensiero.

Con facebook c’è il rischio dell’omologazione del’intimità in una visione opportunistica e mercantile della relazione sociale. O come ha ben descritto Federico Rampini “Facebook si impone come l’intermediario universale, si piazza all’incrocio dei nostri flussi di conoscenze per prelevare il “pedaggio” sfruttare il traffico del dialogo umano come un business”. La macchina di facebook quando comincia a fare i soldi? Quando l’utenza dimostra la totale devozione, quando non si riesce a farne più a meno, quando si viene a creare una dipendenza dal mezzo. Ma a questo noi siamo già avvezzi dalla presenza sempre più incombente della TV. E si sa che il target più ambito e che ha più desiderio di connessione sociale è quello dei giovani. E i dati di utilizzo del mezzo  lo confermano

The Social Network  © 2010 Columbia TriStar Marketing Group, Inc. All Rights Reserved.
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Ci venderanno di tutto una volta che metteranno insieme i pezzi di un puzzle in cui noi saremo diventati ormai solo dei gadget.  Ma siamo finiti in una trappola perché lo abbiamo voluto. Forse perché la paura di essere diversi ha preso il sopravvento. Perché la solitudine è il vero problema del nostro tempo, la solitudine che è solo la conseguenza di un sistema sociale in cui i mezzi informatici e mediatici invece che mezzo sono diventati stile di vita, ed è sempre più difficile discernere in questo ambito il vero dal falso.  Un sistema come questo non se ne fa nulla della consapevolezza, anzi la ingloba nel sistema, la aborrisce in quanto, la premessa di tutto ciò è: non mi devo chiedere chi sono. Anche se la finestrella di face book invita sempre a chiedersi invece: a cosa stai pensando? A posto di chi sei e non è certo un profilo di facebook che mai potrà definirci, ma è quel che basta affinché noi possiamo essere omologati.  Il chi sono invece è ciò che i greci chiamavano eudemonia riferendosi a chi realizzava il proprio “demone”, ovvero la propria specifica virtù, il motivo per cui siamo venuti al mondo.

Stefania Carrozzini

D’ARS year 50/nr 204/winter 2010

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