Dall'archivio D'ARS

Transmediale 2013

pic3

BWPWAP potrebbe essere l’esclamazione pronunciata da un alieno appena sbarcato sulla terra e, invece, pur avendo un riferimento spaziale, è l’acronimo/titolo della Transmediale di quest’anno (29/01-3/02/2013): Back When Pluto Was A Planet. Si tratta di un omaggio all’ex-pianeta Plutone che nel 2006, in seguito alla revisione di alcuni requisiti scientifici viene “dequalificato” a semplice stella. Un’identità precaria che richiama l’incertezza del presente all’incrocio tra società, cultura e tecnologia. Durante la cerimonia di apertura il pubblico, invitato a pronunciarsi nuovamente su questa decisione, ha espresso a maggioranza il suo consenso. La durata del festival, inoltre, ha corrisposto esattamente a una giornata su Plutone relativizzando una spazialità che, non solo si è smaterializzata nella sfera digitale, ma si trova continuamente dislocata rispetto a se stessa. L’hic et nunc dell’evento non è circoscrivibile, anzi, è già di per sé ridondante. I visitatori tracciano possibili percorsi di attraversamento e di senso mentre Kristoffer Gansing, direttore artistico di questa 26a edizione, indica quattro threads tematici orientativi: users, networks, paper e desire.

Dennis Adas - Malraux's Shoes (2012)  Video, 42 min
Dennis Adas – Malraux’s Shoes (2012)
Video, 42 min

Se in paper si ripercorrono le forme di appropriazione artistica legate al supporto cartaceo fino alla letteratura elettronica, in desire l’accento è posto sul rapporto tra sessualità e cultura digitale con gli interventi di alcuni pionieri della scena queer come Sandy Stone, Diane Tarr accanto all’attivista perfomer Warbear e allo studioso Tim Stüttgen che, incrociando le categorie di gender e race, si occupa della sessualizzazione del razzismo contro gli afroamericani. A proposito di letteratura critica sono presenti anche gli autori di due recenti pubblicazioni tra le più interessanti in ambito accademico. Geert Lovink[i] che ha messo in discussione la dimensione sociale dei grandi network del Web 2.0 sorti dopo l’11 settembre quando le esigenze di controllo e consolidamento hanno segnato un’inversione di tendenza rispetto allo sperimentalismo, a tratti utopistico, degli anni Novanta.

E ancor più merita attenzione la prospettiva di Matthew Fuller e Andrew Goffey, invitati a parlare della loro pubblicazione Evil Media (MIT Press, 2012) alla quale si è ispirata contestualmente la mostra Evil Media Distribution Centre del duo YoHa (Graham Harwood e Matsuko Yokokoji). A dispetto del titolo, la questione del potere (e della sua critica) non viene approcciata secondo le classiche categorie di proprietà, accesso, rappresentazione etc. Si tenta invece di sviluppare una metodologia che parta dalle pratiche informali e interstiziali per superare in maniera quasi “sofistica” i binomi dell’analisi moderna – come lavoro e piacere, materiale e mentale, accidentalità e necessità – già ricongiunti nel mondo digitale. L’accento viene posto sugli stratagemmi che pervadono i network contemporanei producendo una nuova soggettività; il male non è un giudizio morale bensì l’ubiquo potenziale manipolatorio connesso alle strategie paradossali di funzionamento dell’oggetto oltre la dialettica di forma e contenuto. Questa sorta di trasformismo orizzontale fatto di slittamenti e scarti è il motore pulsante delle dinamiche sociali e mediali dei nostri giorni. Così i due ricercatori compilano una lista di stratagemmi (alcuni molto acuti, altri forse un po’ oscuri) che ritroviamo in azione nella mostra. Alcuni esempi: non porre più i problemi in termini di rappresentazione (ossia verità e falsità), sfruttare gli anacronismi lavorando alla cosiddetta stregoneria del capitalismo, non fermarsi alla spettacolarizzazione che comunque presupporrebbe una realtà (più o meno tradita) dietro il velo dell’apparenza ma pensare piuttosto in termini di ipnosi in quanto nuova forma di produzione del reale, automatizzare i luoghi comuni fino a renderli unità prime di linguaggio, lasciar prevalere i simboli sul senso che, anzi, deve rimanere ermetico, essenzializzare l’accidentale e così via. L’installazione si compone di scrittura, video, oggetti, tracce che interagiscono concettualmente. La descrizione di processi logici, regole matematiche, leggi di vario tipo s’intreccia con strumenti e pratiche del potere: dal prozac al post-it, da oracle ai documenti di registrazione anagrafica o di archiviazione in database, dalla sim-card alle topologie linguistiche, ci troviamo immersi in un continuum dell’uso che va dal polo puramente semiotico al puramente materiale.

Tools of distorted creativity  Photo © Clara Carpanini
Tools of distorted creativity
Photo © Clara Carpanini

Dalla mostra si evince che uno degli ambiti più “creativi”, per non dire fondativi, del nostro sistema comunicativo globale sembra essere proprio quello militare. Il panel “Militarizzazione, Media e Spazio” pur sollevando alcune questioni molto interessanti, non è stato molto esaustivo in merito; forse sarebbe da rivedere la struttura di questi interventi, a mio avviso un po’ overloaded, che prevedono sempre un numero troppo elevato d’invitati costretti a comprimere discorsi complessi in 15 minuti e che non lasciano abbastanza tempo al confronto critico.

Il festival è stato percorso anche da un certo spirito retro: dalla mostra dedicata all’arte generativa di Sonia Landy Sheridan al recupero del Museo Immaginario di Malraux in quanto categoria file_under per fare il punto della situazione e confrontarsi con la pulsione archivistica, fino all’OCTO-P7C-1 del collettivo Telekommunisten e raumlaborberlin che ha concretizzato i principi del social network avvalendosi del PNEUMAtic circUS, un progetto artistico itinerante di posta pneumatica, coordinato da Vittore Baroni. In pratica tutti gli ambienti dell’Haus der Kulturen der Welt, sede della manifestazione, sono stati collegati da un sistema di tubi attraverso cui potevano viaggiare dei cilindri di cartone dal contenuto vario, spesso prodotto dai visitatori stessi: messaggi in 3D che promettevano con toni sensazionalistici “l’intimità palpabile delle cose”.

Analogamente un punto di partenza fisico, ossia il confronto tra social network e comics, sta alla base dell’ipotesi interpretativa illustrata dal giovane fumettista Gabriel S Moses, in dialogo con Oliver Lerone Schultz del Post Media Lab di Lüneburg. Considerando la morte dell’autore e la trasversalità dell’arte sequenziale basata sul tempo, piattaforme come Facebook possono essere considerate dei set di infinite potenziali narrazioni tracciate dagli users (sia privati che corporations) dove l’interattività è definita da un range limitato di templates permettendo soltanto alcuni tipi di azioni dando, però, l’impressione di coerenza e libertà assoluta.

Clara Carpanini

D’ARS year 53/nr 213/spring 2013


[i] Di lui si è parlato anche nel numero precendente di D’Ars (n. 211) con l’articolo di Simona Lodi, Geert Lovink “Ossessioni Collettive” (pagg. 17-19)

Related posts

Per offrirti il miglior servizio possibile questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy | Chiudi