Urban art

Urban Art Map: USA – Los Angeles I

Si prosegue sulla rotta Ovest, sempre nel segno dell’arte urbana statunitense: mappati i diversificati centri dell’East Coast (Urban art map: USA-parte 2) rimangono le grandi città della California, Los Angeles e San Francisco, terreni altrettanto fertili per la cultura delle arti metropolitane. Sebbene la letteratura di genere individui – a ragione – New York e la vicina Philadelphia quali luoghi incubatori della moderna definizione dei graffiti artistici, non tutto si esaurisce a quelle latitudini: anche i roventi barrios di Los Angeles preservano una vicenda, meno conosciuta ma altrettanto preziosa e funzionale ad allargare i confini di quelle origini.

Revok, Los Angeles, 2011
Revok, Los Angeles, 2011

In realtà, nei quartieri di East Los Angeles, abitati da americani di origine messicana (Chicanos), i graffiti hanno quasi sempre incarnato un messaggio preciso, lungi da contenuti personali o velleità artistiche. Risalenti addirittura agli anni Trenta del secolo scorso, questi segni, inizialmente a pennello sui muri, assolvono alla necessità di affermazione culturale e territoriale delle gang dei cholos[1]. Le “tag” locali, chiamate placas, si diffondono a macchia d’olio nel Secondo dopoguerra assumendo uno stile ben definito e che, influenzato dal prestigio dei caratteri gotici “old english” – quello dei documenti ufficiali e della testata del Los Angeles Times – insieme ad altri tipi calligrafici dell’area, tradisce in alcuni casi orgogliosamente un debito verso la squadratura degli antichi ideogrammi Maya.

graffiti, Venice Beach, primi anni ’70, photo by Howard Gribble
graffiti, Venice Beach, primi anni ’70, photo by Howard Gribble

Questo stile, contrariamente agli slanci del writing newyorkese, è rimasto immutato sino ad oggi e rivendica il mantenimento di una tipicità connessa a un patrimonio culturale da preservare intatto. Al di là del continuo richiamo al gruppo e al quartiere di appartenenza dei cholo graffiti, si distacca l’individualità di Chaz Bojórquez, non un gangster ma uno studente d’arte, che inizia a far graffiti in forma disinteressata, perché attratto dallo stile più che dalla funzione. Nel 1969 elabora la celebre icona del “Señor Suerte”, un teschio con un cappello e due dita incrociate, che viene presto incorporato negli ambienti malavitosi di East Los Angeles quale simbolo apotropaico.

Chaz Bojorquez, Señor Suerte, Arroyo Seco River Los Angeles, 1975 photo by Blades Bojorquez
Chaz Bojorquez, Señor Suerte, Arroyo Seco River Los Angeles, 1975 photo by Blades Bojorquez

Lo stencil del teschio – uno dei primi stencil artistici mai creati – rimane sino a tutto il decennio successivo un caso isolato di innovazione creativa, insieme forse alle particolari tag di Craig R. Stecyk III nell’area di Venice Beach, nei primi anni Settanta, che avvicinano il mondo dei graffiti a quello degli skater. Anche in questi episodi, tuttavia, l’azione dei writer rimane fortemente ancorata ai luoghi di appartenenza e di frequentazione, senza quel desiderio di notorietà e diffusione di massa che caratterizza la “corsa ai treni” e alla fama del writing newyorkese; proprio quest’ultimo, attorno alla metà degli anni Ottanta, raggiungerà la West Coast e influenzerà le nuove generazioni.

Egidio Emiliano Bianco

(continua…) 

[1] Termine dal significato originariamente dispregiativo (“cane”) col quale venivano indicati i messicani nell’America del Nord; diviene in seguito da questi rivendicato, soprattutto in ambito malavitoso, come simbolo di orgoglio culturale e di appartenenza.

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