Urban art

Urban art map: USA (parte2)

L’american tour dell’arte urbana, dopo la tappa iniziale tra i distretti di New York (vedi USA- parte 1), prosegue a sud, lungo l’East Coast, e tocca Philadelphia, anch’essa città strettamente legata alle origini del writing visto che, proprio le sue strade, si contendono con quelle di New York il primato dell’apparizione delle prime tag, in particolare grazie alla figura leggendaria di Cornbread.

Anche a Philadelphia, attorno alla metà degli anni Ottanta, si presenta in tutta la sua criticità alle autorità locali il problema del graffitismo vandalico. Contrariamente, però, alla linea dura adottata nella vicina New York, nella città della Pennsylvania si cercano strade alternative e con l’aiuto di alcuni writer locali si incanalano le energie creative di centinaia di ragazzi, dando vita a uno straordinario progetto di arte pubblica per tutta la città, il Mural Arts Program. Attivo da più di trent’anni, con oltre 3000 muri dipinti, rappresenta un caso vincente per le istituzioni, che sono riuscite a tradurre la trasgressività propria dei graffiti in un’espressività controllata e socialmente utile. Di conseguenza, con il tempo, sono venute meno le qualità artistiche dei dipinti murali e la veicolazione del messaggio ha avuto la meglio su una forma, invece, a volte scolastica, impersonale e vagamente retorica. Ciononostante, nella vastità del programma proposto, rimangono riferimenti alla cultura più propria dell’arte urbana non pubblica, come nel caso di uno dei progetti di maggior risalto mediatico, Love Letter: cinquanta opere murali realizzate nel 2010 dall’ex-writer Stephen Powers (ESPO) – nativo di Philadelphia ma molto attivo anche a New York – con i suoi peculiari slogan dove è forte il retaggio dello studio dei caratteri, ormai pienamente trasferiti nella nuova idea di street art.

Stephen Powers, Love Letters, Philadelphia, 2010
Stephen Powers, Love Letters, Philadelphia, 2010

La rivitalizzazione urbana, il dialogo e il rafforzamento comunitario coincidono con la mission di numerosi altri eventi, progetti e manifestazioni che coinvolgono l’arte urbana, diffusisi intorno agli anni Dieci nel solco del grande successo assunto dalla piega muralista della street art e dei festival ad essa dedicati. Ad Atlanta, Living Walls, The City Speaks è uno dei network creativi di interazione urbana e comunitaria più conosciuti negli Stati Uniti. Fondata nel 2009, questa conferenza annuale, a metà tra festival ed esperimento di arte pubblica, mira a fare della Street art un agente di cambiamento dello spazio visuale della città, nonché uno stimolo all’esposizione e alla discussione di problemi e criticità che interessano la metropoli. Nelle sue quattro edizioni, dal 2010 al 2014, artisti locali e internazionali si sono alternati nei vari quartieri della città dipingendo più di 100 muri, creando integrazione, ispirazione e tuttavia, in pochi ma significativi casi, qualche inevitabile spaccatura tra le diverse ragioni dell’arte, delle istituzioni e delle comunità.

Neuzz e un abitante locale, Living Walls 2012, Atlanta, photo by Dustin Chambers
Neuzz e un abitante locale, Living Walls 2012, Atlanta, photo by Dustin Chambers

Medesimi sono gli obiettivi e simili le caratteristiche di altre rilevanti manifestazioni quali Wall Therapy a Rochester e Open Walls a Baltimora, entrambe nate nel 2012. La prima, nelle forme del festival, ha ospitato il lavoro di street artist e writer di fama mondiale, che hanno proiettato la piccola cittadina sulle sponde del lago Ontario nell’olimpo dei luoghi di riferimento dell’arte urbana a stelle e strisce. Nel caso di Baltimora, il progetto, voluto e curato da Gaia, muralista dai contenuti impegnati tra i più apprezzati e richiesti nell’ultimo periodo1, si rivolge, a differenza dei precedenti, a un solo quartiere della città: Station North. Tale modalità addensa una possibile ulteriore controversia a quella dell’effettivo valore di arte pubblica di questi interventi – cui si è accennato per Atlanta –, ovvero la gentrificazione di un area urbana poco attrattiva. Il problema della gentrification – un processo complesso di riqualificazione dagli impatti e dai benefici disomogenei – diventa un tema molto caldo spostandosi sull’estremità meridionale dell’East Coast, nella città più famosa della Florida.

Gaia, Open Walls 2012
Gaia, Open Walls 2012

Miami è diventata in pochi anni una delle capitali contemporanee dellaStreet art, grazie al corso di radicale trasformazione che continua a coinvolgere l’area di Wynwood, nella parte continentale della città. La griglia di strade che delimita i numerosi magazzini e depositi del quartiere, colonizzato in passato da immigrati portoricani, è divenuta oggi uno dei luoghi più cool di Miami, in particolare durante i giorni di Art Basel. Dal 2007 in poi, inizialmente grazie all’impulso dell’organizzazione no-profit Primary Flight, tutto il circo dell’arte urbana internazionale ha fatto di Wynwood una meta di riferimento, tale che il suo tessuto ospita oggi presumibilmente la più alta concentrazione di superfici dipinte al mondo. Uno degli artefici di questo miracolo è certamente Tony Goldman, immobiliarista e community revitalizor di successo, che ha fatto della Street art – sua è anche la proprietà del Bowery Mural di New York – un vettore importante di rigenerazione urbana. Nel 2009, con la creazione di Wynwood Walls, Goldman ha definitivamente attratto l’attenzione sull’area, e la street art è stata “musealizzata” all’interno di un recinto con uno spazio e un cartellino dedicato ad ogni artista. Wynwood Walls, con i suoi ristoranti annessi, si è rivelata un’iniziativa di grande richiamo per turisti e visitatori, ma rappresenta solo una piccola parte del peculiare panorama che ha completamente ridisegnato uno spazio prima del tutto anonimo, e che sta preoccupando sensibilmente gli abitanti locali. Il vortice incalzante della gentrificazione è, però, solo uno dei possibili elementi critici nell’analisi del fenomeno Wynwood. Pur rimanendo, infatti, un caso eccezionale di fermento e fioritura delle arti urbane, può rappresentare, per il valore complessivo di quest’ultime, allo stesso tempo un limite.

Wynwood Walls, photo by Martha Cooper, 2013
Wynwood Walls, photo by Martha Cooper, 2013

La provenienza di fatto totalmente esterna degli artisti rappresentati sui muri e quindi la debolezza dei legami con la realtà e la comunità locale – evidenziata dalla natura evenemenziale e promozionale degli interventi – ha reso Wynwood quasi un luogo metafisico, saturo di un’arte spesso dimostrativa e avulsa dal contesto, anche se va registrato come, in conseguenza all’acuirsi di tali implicazioni, l’atteggiamento di alcuni artisti inizi a cambiare.

Alexis Diaz, San Juan, 2013
Alexis Diaz, San Juan, 2013

Interessante è la scena di Puerto Rico, territorio statunitense non incorporato. Vitale è il linguaggio della Street art nell’area della capitale, San Juan, anche grazie all’attività del festival Los Muros Hablan. Giunto nel 2014 alla sua terza edizione, questo importante evento muralista ha raggiunto una grande risonanza internazionale, tanto che nel 2013 è stato esportato anche a New York, tra il South Bronx ed East Harlem (“El Barrio”). Diversi sono i talenti espressi negli ultimi anni da quest’ambiente effervescente: tra questi spiccano le figure di Alexis Diaz e Juan Fernandez (conosciuti in duo come La Pandilla); creatori di affascinanti chimere metamorfiche, accompagnate da tinte calde e caraibiche, sono divenuti familiari in molte città del mondo.

Egidio Emiliano Bianco

 

[1] Classifica Forbes (torna al testo)

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