Cinema

Viva la liberta’. Quale democrazia?

Distribuito nelle sale pochi giorni prima delle ultime elezioni, Viva la libertà di Roberto Andò (regista palermitano formatosi al fianco di Francesco Rosi, Federico Fellini, Michael Cimino e Francis Ford Coppola) è una sorta di instant movie. Tratto da Il trono vuoto – romanzo dello stesso Andò edito da Bompiani nel 2012 – il lungometraggio è quasi interamente intarsiato dalla presenza di Toni Servillo, il quale si presta a essere ambiente, scenografia di un film nel film in cui i muscoli facciali e i gesti misurati dell’attore di Afragola, a tratti, assurgono al ruolo di veri protagonisti. Un Servillo catalizzatore e bifronte, esaltato dalla regia lineare, pulita, che lo incalza mettendosi al servizio del doppio-protagonista e delle figure che gli orbitano attorno.

Servillo è Enrico Olivieri, segretario del principale partito d’opposizione – il PD non viene nominato ma i riferimenti sono piuttosto espliciti. Piena campagna elettorale e sondaggi sfavorevoli ma l’ingessato leader, svuotato come il Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore o l’Andreotti de Il divo, si trascina secondo la grammatica e le abitudini di una logorante carriera politica, non focalizzando le prossime mosse strategiche. Personificazione dell’afasia di un certo ceto dirigenziale, sicuramente; ma anche crisi d’identità del personaggio, oltre che del partito. Questo smarrimento porta all’improvvisa fuga dell’Olivieri: senza preavviso e lasciando impreparato il partito, il segretario abbandona tutto e piomba segretamente a Parigi da una sua vecchia fiamma, Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), la quale lavora sul set di una produzione cinematografica. Mentre a Roma la moglie (Michela Cescon) e il fedele collaboratore, Andrea Bottini (Valerio Mastandrea), si scervellano per non far giungere la notizia a media, militanti e avversari politici, Olivieri si rigenera nella casa di Danielle, cangiando in pensionato, adolescente innamorato e turista.

Roberto Andò, Viva la libertà © BiBi Film
Roberto Andò, Viva la libertà
© BiBi Film

Servillo è anche il gemello dell’irrintracciabile segretario, Giovanni Ernani, studioso di filosofia appena rilasciato da una clinica psichiatrica in cui era ricoverato a causa di un supposto disturbo bipolare. L’Ernani entra in scena chiamato da Bottini per sostituire il fratello scomparso e, data la quasi-uguaglianza fisionomica, per salvare almeno fisicamente la credibilità del partito: è il ritorno del rimosso dalla società, dell’internato che ha imparato a costruirsi speranze e che, quindi, sa portarle ovunque. L’uomo entra nei panni del gemello sbrindellando il busto ortopedico dei costumi mediatici, infischiandosene dei modi preconfezionati e, da pezzo unico qual è, alza tutti gli indici di gradimento: duella con la stampa servendosi della propria lucida follia, dandole le parole che cerca ma senza camuffare la verità; incontra gli elettori recitando Pascal, Shakespeare, Brecht, intercettandone stati d’animo e situazioni; chiude la riunione di partito con un haiku giapponese; risolve i rapporti internazionali improvvisando un valzer con la cancelliera tedesca e, ricevuto dal Presidente della Repubblica, lo sfida giocando a nascondino nella Sala del Mappamondo.

Roberto Andò, attraverso il due ruoli di Servillo, ritrae un universo politico affetto da psicosi maniaco-depressiva: da un lato l’arresto ideativo di Olivieri, la sua incapacità di ordinare le impressioni e di decidere; dall’altro l’alterazione maniacale dell’Ernani, la sua coerente e positiva fuga di idee-parole. L’intreccio di doppi, però, non si limita ai due gemelli ma riguarda anche politica e cinema, realtà e finzione, Roma e Parigi, registro ironico ed esistenzialista. Doppi articolati in posizione chiastica: lo spento Olivieri è a Parigi, su un set cinematografico, nel mondo della finzione; il matto Ernani è a Roma, nelle istituzioni politiche, a contatto con una realtà depressa. La politica e il cinema non sono così lontani, il genio e il bluff coesistono, sentenzia un personaggio. Politica e cinema, quindi, politica e spettacolo; non a caso viene mostrata un’intervista d’archivio di Fellini il quale, lamentandosi dell’avanzare delle interruzioni pubblicitarie, esprime contenuti di protesta affini a quelli dei suoi ultimi film: l’irresponsabilità culturale e sociale di chi fa un uso demenziale della TV ma anche il patetismo di coloro che rimpiangono un mondo che non c’è più (Ginger e Fred), la visione dell’industria cinematografica come di una fabbrica di cialtronate (Intervista), la vana richiesta di silenzio per poter ascoltare ciò che altrimenti sfuggirebbe (La voce della luna).

Roberto Andò, Viva la libertà © BiBi Film
Roberto Andò, Viva la libertà
© BiBi Film

All’interno di questo quadro, Andò traccia due linee: la prima è il recupero dell’identità del partito attraverso la tradizione, un linguaggio ancorato ad alcune menti del passato, i rapporti con l’eminenza grigia (Gianrico Tedeschi); la seconda, invece, consiste nei discorsi e nella fisicità espressiva dell’Ernani, nell’affinamento dell’arte retorica, nella persuasione dell’uditorio, nella comunicazione senza snaturamento delle proprie radici. Ritorno al passato e padronanza della parola pubblica, nulla di rivoluzionario si direbbe; anzi, il secondo punto ricorda una ricetta simile alla maniera del Prevalente. Eppure qualcosa di insolito potrebbe affiorare proprio da un comizio di Giovanni Ernani, il discorso fatto in piazza San Giovanni, dove recita A chi esita di Bertolt Brecht, più precisamente l’ultima frase, non aspettarti nessuna risposta oltre la tua. Non confidare nelle risposte dei delegati, non solo a causa dell’insipienza mostrata nell’ultimo ventennio ma proprio perché, come sostenevano Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels, la democrazia funziona e sopravvive solo nelle forme di un’oligarchia de facto di politici e burocrati: la partecipazione popolare c’è solo in occasione delle elezioni – è la teoria elitista di democrazia. Per tali politologi, sociologi ed economisti – apprezzati da Benito Mussolini – l’apatia politica del popolo è segno di buona salute, in quanto permette alla cerchia di esperti di lavorare in tranquillità. Al contrario, qui si ritiene che l’unica democrazia sia la democrazia diretta, dell’Atene del V e IV sec. a.C. – a maggior ragione dal momento che l’élite dirigente non è in grado di svolgere il proprio incarico. In società più vaste e complesse di quella ateniese, però, la democrazia diretta spesso è sembrata inattuabile. Oggi, però, nuovi elementi empirici – chiamiamoli così, per non fare l’ennesima apologia del web – consentono di inseguire l’utopia, di instaurare un dialogo tra le risposte offerte dai singoli cittadini; inoltre, mentre ad Atene gli schiavi non potevano prendere parte all’Assemblea, nel terzo millennio ogni individuo avrebbe la possibilità (non l’obbligo), partecipando con consapevolezza alla cosa pubblica, di non essere schiavo.

Giordano Bernacchini

D’ARS year 53/nr 214/summer 2013

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