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XI Biennale di Lione: volonta’ e pulsione sociale in Laura Lima

Marco Caccavo

Il ritornello poetico di Yeats, Une terrible beauté est née una terribile bellezza è nata[1], é il motto dell’undicesima biennale di Lione, verso che, parole del direttore artistico Thierry Raspail, non potrebbe meglio descrivere lo stato dell’arte al giorno d’oggi. L’assioma di Raspail risulta assai condivisibile. L’arte contemporanea, giocando sull’unione di questi termini apparentemente contradditori, provoca uno shock, la concentrazione di un’energia potenziale nello spettatore: la bellezza nell’arte é terribile, difficilmente ci lascia indifferenti.

Concentrata in quattro luoghi d’esposizione, per più di 13000 metri quadri, la biennale lionese, curata dall’argentina Victoria Noorthoorn, propone un panorama abbastanza vasto e variegato delle tecniche e degli stili che fanno l’arte contemporanea. E’ stato impegnativo dover scegliere una o più opere sulle quali focalizzarsi. Ho infine deciso di analizzare due opere di Laura Lima, artista che vive e lavora a Rio de Janeiro.

Laura Lima, Puxador, installazione, Biennale di Lione 2011

La prima, un’installazione dal titolo Puxador, alla quale viene consacrata un’ampia sala della Sucrière -vecchio deposito sulle rive del Rodano-é  una sorta di rilettura in ambienti post-industriali del sempiterno conflitto tra il dinamismo della volontà e la staticità della materia. Il figurante, nudo e imbrigliato da legacci, sfida l’inerte tentando di abbattere le ciclopiche colonne che sorreggono il Complesso, in un’alternanza di spinte umane e controspinte materiche che vanificano ogni sforzo. La terribile bellezza che qui nasceè la terribile volontà che cerca, titanicamente, di mettere in pratica il suo volersi. Volersi in quanto tale, in una sorta di tensione mai appagata e mai da appagare, pena la cristallizzazione in una forma e la conseguente riduzione a pura cosa.

Laura Lima pare estremamente sensibile al vivente in sé, in quanto corpo, ma anche alle alchimie-tensioni emozionali che ne sono legislatrici. Interessandosi al sentire, sembra confutare il dogma dell’antropocentrismo, rovesciando la piramide della gerarchia del vivente. Sono di fondamentale importanza, in tal senso, le pulsioni sotto osservazione dell’opera Gala Chicken and Gala Coop, pollaio/società sorto, non a caso, nello spazio Usine – Fabbrica – T.S.A.E. Qui propone una polis di galline e galli, fondata da lei stessa nel 2004. Nel corso degli anni, ha notato alterazioni della struttura sociale, piccoli e grandi soprusi, atti di generosità, cambiamenti di gusti sessuali.

Laura Lima, Gala Chicken and Gala Coop, installazione, Biennale di Lione 2011

Dinamiche che potremmo antropocentristicamente definire umane, ma che piuttosto sono normali, naturali. Nel micromondo di un pollaio si riflette la nostra società superiore e, ne siamo sicuri, meno tollerante di questa animale. Uomini-polli o polli-umani? La risposta ci suggerirebbe un’equivalenza tra le due specie, ritrovando esattamente gli stessi meccanismi sociali: l’antropocentrismo sarebbe, allora, solo un dogma assunto in mancanza d’una osservazione dall’esterno realmente obiettiva.


[1] Easter 1916 (Pasqua 1916), W.B. Yeats

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