Dall'archivio D'ARS

Yoko Ono: Anton’s Memory

Se  nel mondo un miliardo di persone pensassero alla pace avremmo la pace.
Potresti obiettare: “come riusciamo a far sì che un miliardo di persone pensino alla Pace?”
Ricorda: ciascuno di noi ha il potere di cambiare il mondo.
Il potere agisce misteriosamente.
Visualizza l’effetto domino e comincia semplicemente a pensare alla pace.
I pensieri sono come un virus. Falli uscire.
Il messaggio circolerà più velocemente di quanto tu possa pensare. E’ tempo d’agire.
L’azione è Pace.
Diffondi la Parola. Diffondi la Pace.
Yoko Ono, 2003

Yoko Ono, Blue room Event, 1966
Yoko Ono, Blue room Event, 1966

John Lennon sostenne fin da subito la Yoko Ono artista, affermando che presto il mondo si sarebbe accorto delle sue doti creative. La futura moglie del famoso “scarafaggio” tuttavia era già nota nell’ambiente artistico anche prima del 1996, data del fatidico incontro presso la Indica Gallery di Londra.

Nata a Tokyo il 18 febbraio 1933, Yoko Ono è la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi e Eisuke Ono, pianista classica che abbandona la carriera per dedicarsi a quella economica. L’educazione dell’artista giapponese è subito delegata dai suoi genitori a tutori, che lasciano nella giovane Yoko segni indelebili di inevitabile sofferenza, per la lontananza dagli affetti familiari.

Dopo la guerra la famiglia Ono si trasferisce a New York, dove Yoko continua i suoi studi e ha la possibilità di entrare in contatto con il mondo dell’arte, con le gallerie e quindi con la vita bohemienne della grande mela, per poi divenire una delle ideatrici e protagoniste del famoso movimento artistico Fluxus.

Una donna certamente controversa, oscura, molto spesso odiata dai fans dei Beatles, perché considerata causa dello scioglimento del gruppo, ma indubbiamente anche una figura femminile dal grande carisma, fascino, che si è sempre battuta per i diritti umani, a favore della parità dei sessi, sostenendo l’unicità dell’universo femminile e “battendosi” a favore di un possibile e meno utopico trionfo della pace sulla guerra.

L’artista giapponese è un caso certamente anomalo nel panorama artistico contemporaneo, avendo voluto rimanere sempre svincolata e slegata da rapporti di esclusive con galleristi e mercanti d’arte, che certamente le avrebbero procurato ben altra visibilità.

 Uno spirito libero, indipendente, che ha dedicato tutta la sua vita all’arte, intesa come massima estrinsecazione dell’espressività e delle potenzialità dell’animo umano, doti riconosciute anche dalla giuria della 53. Edizione della Biennale di Venezia, che le ha conferito il Leone d’oro alla carriera con la seguente motivazione: “Una figura chiave nell’arte del dopoguerra; pioniera della performance art e dell’arte concettuale, è oggi una delle artiste più influenti; molto prima di diventare un’icona nella cultura popolare, ha sviluppato strategie artistiche che hanno lasciato una traccia duratura sia nel suo nativo Giappone, sia in Occidente”.

L’omaggio che la Serenissima le riconosce non si esaurisce con la prestigiosa statuetta alata, ma anche con un’importante mostra presso il Palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua la Masa, dove Yoko Ono corrisponde all’interesse per il suo lavoro con una mostra retrospettiva intitolata Anton’s Memory . Un significativo percorso attraverso la vita artistica della Ono, che nel caso specifico rimanda “alla vita di una donna vista attraverso gli occhi del figlio, con la sua debole memoria”.

Chi è Anton? Come ci ricorda la stessa artista è quel figlio immaginario, che come prima immagine della sua vita, vede il seno materno, che raffigura un senso di ricordo, di desiderio, di primo sostentamento, nutrimento e quindi fonte dal quale trarre linfa vitale, ma anche prima sensazione di abbandono, privazione, perdita che con il tempo rimane solo un ricordo inconscio.

Un’occasione per riflettere anche sulla propria vita, sull’intima ricerca, che attraverso il ricordo offre opportunità di ripercorrere sia l’esistenza di madre, di donna impegnata nel sociale, che quella di artista, ponendo in relazione e contrapposizione lavori di ieri con la ricerca attuale.

Yoko Ono, My mommy is beautiful, 2004
Yoko Ono, My mommy is beautiful, 2004

La scelta di Palazzetto Tito come sede espositiva, è stata fatta espressamente da Yoko Ono, perché esso riveste lo spazio strutturale e quindi fisico di una vera e propria casa, dove al suo interno si svolgono le più ovvie, ma anche le più importanti funzioni vitali dal mangiare, al dormire, scaldarsi, parlare e quindi relazionarsi.

Ecco il Grapefruit, libro di ricette per azioni artistiche, diviso per capitoli, nei quali vengono affrontate: musica, pittura, poesia ed eventi. Il volume nella mostra veneziana viene posto su un essenziale letto, per un profondo riposo, in modo che sia possibile catturare cento notti di sogni e passioni ed infine appenderlo nell’eternità.

L’uomo tuttavia vive e sogna il cielo, l’infinito, come accade nei monitor dell’opera Sky TV del 1966, che riprendono dal vivo il cielo di Venezia o come nell’istallazione, che vede appesi a dei fili di nailon elmetti militari al cui interno sono contenuti pezzi di cielo; tutti noi siamo accomunati, viviamo sotto lo stesso cielo, siamo esseri umani, che nel migliore dei casi tendono all’infinito o come ha cercato di rappresentare anche Yves Klein nelle Cosmogonies, cercano di rappresentare l’arte immateriale attraverso i pigmenti esposti all’effetto degli agenti atmosferici.

Come può una scacchiera in ogni sua parte, dalla base, ai quadrati, alle pedine, essere completamente pervasa dal colore bianco? Tutto ciò diviene possibile nell’opera Play it By Trust, dove agli ipotetici avversari, invece di contendersi la vittoria, viene offerta l’occasione di fidarsi l’uno dell’altro.

Il percorso prosegue con l’opera Cut Piece, qui rappresentata sia nella versione originale del 1964, che in quella del 2003. In entrambi Yoko Ono, seduta immobile su una sedia, consente al pubblico di tagliarle l’abito che indossa. Nella prima versione l’artista, che ha trentadue anni e nelle seconda settanta, ci rammenta duramente come il tempo modifica il nostro aspetto, come esso lasci inesorabilmente le tracce di sé sul nostro corpo, anche se poi sostiene con altrettanta convinzione la strada della continua evoluzione di noi stessi: “La prima volta che mi misurai con questa performance, nel 1964, lo feci con rabbia e turbamento nel cuore. Questa volta lo faccio con amore, amore per tutti voi, per me e per il mondo”.

Alberto Mattia Martini

D’ARS year 49/nr 198/summer 2009

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