Dall'archivio D'ARS

Il cuore dell’Abakanowicz alla Fondazione Pomodoro

Prendete un’architettura industriale reinventata ad open space espositivo e piazzateci installazioni che scavano l’anima: benvenuti alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, in scena c’è la personale della polacca Magdalena Abakanowicz. L’artista, settantenne all’anagrafe, ma “pascoliana” d’animo, dona forma ad emozioni figlie di un secolo, il novecento, imbastardito dal nichilismo e dal pensiero totalitarista. Orgogliosamente radicata in Polonia pur essendo girovaga per mestiere, l’Abakanowicz dà forma alle angosce che hanno abitato l’Io del “secolo breve” utilizzando materiali poveri, come nylon o tela, e di scarto come i fili d’acciaio reperiti sulle rive della Vistola. Acciaio inossidabile appunto, come inossidabile è l’esperienza che ti incide la carne. I due sostantivi e una preposizione, Space to experience (fino al 26 giugno), che vanno a comporre il titolo della personale, hanno una tale forza semantica che basterebbero da soli a riempire gli spazi della Fondazione. Il puro spazio, le vide, si fa contenitore d’esperienze.

Magdalena Abakanowicz, Black Environment (Abakan), 1970-1978
Magdalena Abakanowicz, Black Environment (Abakan), 1970-1978

Ed eccolo lì il percorso esistenziale dell’artista polacca. La sua personale ricerca interiore, sorta di fenomenologia dell’emozione, fu naturalmente invisa al regime Polacco, foriero di miti già preconfezionati. La Abakanowicz opponeva al culto dello Stato e alle ideologie totalitarie, un’arte della materia fallace e precaria, quasi impalpabile come il dubbio che si insinua tra le crepe dell’acciaio ben saldato. E gli spiriti liberi, si sa, del dubbio ne fanno ali, ma i regimi a queste preferiscono il passo dell’oca di chi non si cura della propria ombra.

Censurata, la Abakanowicz lavora in spazi angusti,  scantinati dove anche la luce solare stenta ad entrare. Ma la costrizione ad un’esistenza afona produce il nettare più dolce: quello della creatività umana. Cos’è un’opera d’arte se non il prodotto di un cuore costretto da una gabbia troppo opprimente? E la gabbia toracica della Abakanowicz, muro di carta velina per un’anarchica di sentimenti come lei, è esplosa partorendo opere che, nei luoghi della rassegna, sono lì, semplicemente lì. Queste, sono ready-made spiattellate in faccia allo spettatore, specchi emozionali che ti avvolgono in un abbraccio caldo e vellutato, insomma, vissuto. Nella mostra, in ordine esperienziale d’entrata, si è subito coinvolti nel flusso vitale di un’opera come Embriology. L’installazione è composta da una serie di elementi dalla forma di giare in tela, garza di cotone o corde di canapa.  Materiali, quelli, utilizzati dai mercanti di granaglie per proteggere il loro “segreto”, in quel caso commerciale, facilmente deperibile e soggetto a furti.

Embriology è rappresentazione del fluire della vita prenatale passando per vari gradi d’evoluzione, dall’embrione al feto. E’ una cascata di abbozzi di vita la cui reciproca lotta per la fecondazione crea esistenze degne di esperire sensazioni e, dunque, esperienze. Questa vita preziosa ed accennata a livello embrionale prende poi le forme, animalesche ed umanoidi, delle statue adiacenti saldate a vista, in acciaio inossidabile. Esse rappresentano ancora la vita in fieri: forme sì d’acciaio, ma ancora malleabili dal calore della fornace. Un percorso che dal germe della vita conduce alla piena maturazione del sé passando dalla scoperta della propria sessualità, rappresentata da Black environment. L’opera, composta da bozzoli di foglie di agave, è una serie di gusci protettivi che custodiscono il segreto della scoperta dei piaceri della carne più esplicitamente richiamati da Abakan Red, sorta di riproposizione di un gigantesco sesso femminile. È, quella della propria intimità, una rivelazione da preservare  da chi, sempre desideroso di possesso, ha unghie affilate per ghermire i vagiti dell’Es. Il proprio spirito animale, strattonato da qualsiasi morale, è da porre quindi sotto chiave magari in gigantesche armature come quelle presentate in coppia ed intitolate Armour. La Abakanowicz ha impresso sulla pelle il marchio di chi la vita l’ha vissuta e ben conosce gli orrori originati dai totalitarismi che, sulla scia del pensiero di Adorno, sostanziano anche i nostri attuali sistemi morali ed economici. Ecco la  sagoma dell’uomo contemporaneo solo e individualista: una figura in ceramica dotata di gambe, ma priva di  viso e braccia.  Diverremo, o forse lo siamo già, Mutants –Mutanti, come le sei figure che chiudono il percorso dell’esposizione. Non uomini post-fisici integrati dalla tecnologia, ma mezzi uomini e mezzi animali, replicanti che, disposti a semicerchio come effettivamente lo sono nella mostra, scrutano, si consultano a bassa voce e minacciano chi ha ancora in caldo i propri segreti e la propria libera individualità. Nell’epoca dei Mutanti non c’è tolleranza per chi custodisce segreti in giare, ciò che non è pubblico semplicemente non esiste.

Marco Caccavo

 

D’ARS year 49/nr 198/summer 2009

 

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