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55. Biennale Venezia. la dÉmarche

Ogni due anni, puntuale alle prime atmosfere di giugno, il mondo dell’arte, con il suo sciame di artisti, galleristi, curatori, giornalisti, specializzati o meno, migra verso i territori lagunari per essere presente durante i giorni della vernice della Biennale, appuntamento italiano imperdibile per la quantità di arte che la kermesse riesce a ospitare, senza “affondare”, malgrado la massa d’acqua circostante (e, visto il clima di quei giorni, sovrastante).

Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013 Video installation (color, 13 min) Courtesy the artist and kamel mennour, Paris
Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013
Video installation (color, 13 min) Courtesy the artist and Kamel Mennour, Paris

Il palazzo enciclopedico è il titolo che Massimiliano Gioni, curatore quarantenne, ha dato alla rassegna, ispirandosi alla grande utopia/nevrosi di raccogliere e catalogare lo scibile umano: missione impossibile, ma anche punto di partenza per mettere in scena lo scacco di tale sogno, dichiarandosi “più interessato al fallimento del sistema, all’eccezione che alla regola”. Insomma la confutazione per immagini di un’idea che si dimostra tanto folle quanto ricca di spunti per indagare ancora una volta l’homo sapiens e le sue manie di accumulazione dei saperi che risalgono a ben prima dell’illuminismo e che confluiscono nell’era in cui la nostra memoria interna può vantare un “potenziamento di ram” attraverso l’incommensurabile spazio virtuale che può fornirci la rete. L’era della sovrainformazione – sostiene Gioni in un’intervista su Artribune[1]-  ci riporta verso una sorta di neoarcaismo in cui paiono riemergere le associazioni magiche, le corrispondenze segrete, le wunderkammer. E dunque i principali attori in mostra sono la memoria – sia essa quella personale e intima sia quella collettiva di gruppi, popoli, nazioni –  l’utopia della catalogazione, l’istinto di creare e quello di distruggere rappresentati dalla genesi e dall’apocalisse. Sembra che una buona parte delle opere esposte si ispiri a tali concetti chiave, sia celebrando l’uomo e le sue potenti facoltà mnemoniche, sia evidenziando il fallimento di tali utopie. Il contraltare viene proprio da tutti quei percorsi creativi che invece, guidati dall’ispirazione artistica, dalla meditazione, dalla trance o da qualsiasi altro stato alterato della coscienza, o meglio, pescando dentro “coscienze altre”, superano l’impasse suggerendo trascendenze laiche verso un sentire che, attraverso la riproposizione di figure archetipiche provano a ritrovare uno statuto “fuori moda” dell’arte: arte come cura, arte come visione olistica che abbandona la memoria e la tassonomia in nome di un uscita dal proprio concetto di “mente” in un delirio sciamanico, folle, tantrico, rêveur.

Coraggioso, Gioni. Abituati a vederlo così attento alle scelte compiute per la Fondazione Trussardi, che comprendono certamente di artisti di qualità ma indubbiamente in orbita nello spazio dello st-Art systyem mondiale. Qui invece il curatore propone artisti in gran parte sconosciuti, spesso provenienti da epoche lontane, compresi non artisti, folli o ritenuti tali, scienziati, poeti. Porta anche la non-arte come insolito abito.

Coerente, come forse dopo Harald Szeemann a Venezia non se ne vedeva. Detto questo si può restare perplessi di fronte a un passo così lungo all’indietro, diciamo fino a inizio novecento, tra Carl Gustav Jung, Rudolf Steiner, il Surrealismo e le prime astrazioni. Se è vero che il movimento fondato da André Breton è una corrente a onda lunga – con ancora grandi ripercussioni nella storia dell’arte e soprattutto nel proporre un modus operandi che sgorga dall’inconscio, dalle visioni, dagli automatismi irrazionali – è altrettanto vero che nel frattempo nel corso dei due secoli seguenti si sono affacciati pensatori, scienziati, artisti che hanno compiuto ulteriori passi fino a trasformare le coscienze collettive in coscienze connettive, fino a parlare di complessità, di intelligenza degli stormi, di campi unificati di postumanesimo e di molto altro…

La carenza di giovani geni, di nuove leve di folli e visionari in preda a deliri contemporanei connettivi e relazionali, si è un po’ sentita, anche se è vero – come dice Gioni – che le opere per fortuna non hanno scadenza, che nuovo è anche capacità di coesistere in tempi e località diverse[2]. Sarà; certamente non si tratta di una biennale dinamica ma statica, nel senso che richiede una sosta, un’uscita dal flusso ininterrotto delle immagini “esteriori” e parecchie riflessioni alle quali non siamo troppo abituati. Gioni evita totalmente discorsi seppur lontanamente politici. Autonomia dell’arte?

Oliver Croy and Oliver Elser The 387 Houses of Peter Fritz (1916 -1992), Insurance Clerk from Vienna, 1993–2008
Oliver Croy and Oliver Elser
The 387 Houses of Peter Fritz (1916 -1992), Insurance Clerk from Vienna, 1993–2008

Nella quantità di padiglioni visitati, ai giardini, fuori dai giardini, nella grande mostra dell’Arsenale e nel grande padiglione centrale che era il “cuore” dell’esposizione, vorrei soffermarmi solo su due lavori, che secondo me sono tra i pochi a veicolare i concetti sopra esposti in un linguaggio più contemporaneo, più vicino a ciò che potrebbe rappresentare la contrazione tra passato e futuro operata dall’arte.

Il video di Camille Henrot, Gros Fatigue, esposto all’Arsenale e premiato con il Leone d’Argento come miglior giovane promettente, è tra le opere più interessanti in tale senso: l’artista francese inizia a lavorare più di un anno fa alla ricerca e di tutte le teorie sulla nascita dell’universo, mettendo insieme miti, tradizioni orali e ricerche scientifiche, cercando di organizzarle in un unicum che non fosse scucito e schizofrenico.[3]

Nel video, che incalza un’incredibile sovrapposizione di immagini unita a un recitato, diremmo quasi cantato, o meglio rappato, si svolge questo singolare racconto che parte dal nulla, dal vuoto alla nascita di dio, della terra, degli animali, degli umani, del sapere, della fatica dell’esistenza fino alla morte.

L’artista è interessata al modo in cui l’universo deborda nella rappresentazione e nella volontà di impadronirsi dell’universo che benché necessaria, genera una profonda solitudine e una gros fatigue, la fatica del “dopo”. Non è un’antropologa ma le interessa l’antropologia perché rappresenta una contraddizione circa il fatto che non possiamo essere allo stesso tempo soggetto e oggetto della stessa ricerca.

Se Kimsooja nel Padiglione Corea mette in scena il vuoto dell’inizio e della fine  in un padiglione dove esperire la sola rifrazione della luce e il solo respiro affannoso dell’artista, amplificato in un atto che può sfociare nel solipsismo, un approccio totalmente opposto è presente al Padiglione Nordico: Terike Haapoja, ricercatrice di Helsinki, ha trasformato il padiglione progettato da Sverre Fehn in un laboratorio di ricerca; i suoi lavori riflettono il desiderio di sperimentare l’utilizzo della tecnologia e dell’arte per cercare nuove possibile forme di cooperazione. Dichiara: L’essere umano andrebbe indagato come un ecosistema e come parte della natura, non come un individuo. Non siamo separati dal resto dell’ambiente.

Terike Haapoja, Inhale, Exhale 1 (2011), installation, mixed media photo: Sandra Kantanen © Terike Haapoja
Terike Haapoja, Inhale, Exhale 1 (2011), installation, mixed media
photo: Sandra Kantanen © Terike Haapoja

Terike Haapoja allestisce una sorta di giardino, luogo di incontro dove natura e tecnologia ci fanno riflettere sull’incidenza della presenza. Dialogue  è un’installazione interattiva dove i sensori posti sulle piante rilevano l’anidride carbonica emessa dai visitatori  e danno origine a suoni suggestivi e ben udibili. In Community vengono proiettate su dischi/schermi a pavimento le immagini a infrarossi di animali appena deceduti: si assiste alla graduale perdita di calore corporeo e alla conseguente sparizione della “forma” fino allo svanire in un profondo blu. Facciamo anche noi parte di questa community?

The challenge is to learn how to see differently, at the very theresold of the visible world, scrivono i curatori nel catalogo.[4]

L’artista è impegnata in molti progetti espositivi e performativi tra i quali the Party of others: un progetto che vede convergere arte e politica partendo dal presupposto che viviamo in una democrazia che costruisce i propri ideali di libertà e apertura su logiche di esclusione. Non solo gli animali e altre specie sono escluse dalle umane negoziazioni ma anche certi gruppi di soggetti quali immigrati, prigionieri, malati mentali, bambini, ecc. nelle sue forme la democrazia pare agire come una rete: include qualcosa escludendo altri. L’artista vuole dunque insistere sul concetto di co-presenza.

Tra tarocchi, mandala, follie visionarie e palazzi immaginari, un pizzico di sano impegno politico con uno sguardo all’alterità ci riporta all’oggi e all’urgenza di nuove consapevolezze radicate e interconnesse che contemplino l’uomo come parte di un processo includente tutto il creato, senza il quale non si sarebbe maturata nessuna conoscenza per nessun Palazzo.

 Cristina Trivellin

D’ARS year 53/nr 214/summer 2013


[1] http://www.youtube.com/watch?v=qV-awuQRvoI

[2] ibidem

[3] Biennale Chanel_ http://www.youtube.com/watch?v=MYycsJz8vtc&feature=share intervista a Camille Henrot.

[4] Falling trees_ catalogo del Padiglione Nordico/Finlandia – la sfida è apprendere come vedere in modo diverso, fino alla soglie del mondo visibile.

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