Dall'archivio D'ARS

Dress codes

Dress Codes: questo il titolo della terza triennale internazionale di fotografia e video che si è svolta a New York (dal 2 ottobre 2009 al  17 gennaio 2010) all’International Center of Photography e conclude l’anno dedicato da questo importante museo all’interazione tra moda e arte contemporanea. I trentaquattro artisti in mostra approcciano il fashion come forma di comunicazione sociale, esplorando questo terreno di indagine con una logica creativa in cui il corpo mette in atto le sue strategie per affermare identità e differenze culturali.

 Ma cosa si intende per dress codes? Per dress codes intendiamo i codici del vestire; siamo di fronte a stili imprevedibili che definiscono territori di sperimentazione animati da una nuova relazionalità umana. L’etnia si mescola alla tecnologia, il reale al surreale, le differenze si intrecciano in un panorama complesso solo in apparenza caotico. Le tracce di appartenenza divengono più difficili da definire, arduo capire chi sta dentro o fuori uno stile, anche perché lo stesso concetto di stile è continuamente messo in discussione.

L’arte ha adottato i codici linguistici del fashion system trattando il corpo come simbolo per le trasformazioni. L’immaginario non ha limiti ed entrare nell’universo del dress code significa incontrare la dimensione molteplice dell’identità e dell’io: quanti esseri diversi potremmo essere? L’eterno dilemma tra essere e apparire si riflette nel dress code, che ha le stesse modalità del processo creativo in quanto re-inventa, offre nuove visioni interpretative del soggetto. Promette la liberazione da un’io egocentrico monotematico: chi vuoi essere oggi? Come Barbie puoi reinventare un mondo, essere ogni giorno diverso, recitare un ruolo differente, calarti in nuove identità. Essere uno, nessuno e centomila, sempre diversi e nel contempo uguali.

Janaina Tschape - Lacrimacorpus, 2004
Janaina Tschape – Lacrimacorpus, 2004

L’arte che si misura con il feticismo delle immagini della cultura di massa è incisiva se ci rende consapevoli dei modelli retorici ed alienanti che sottendono a questa logica. In sostanza si tratta di una cultura consumata e l’arte, manipolando intenzionalmente i dress codes, dovrebbe far affiorare le logiche del consumo e dell’apparenza in cui il corpo è il soggetto principale sul quale ruotano i dispositivi visivi del fashion e i codici del comportamento, le identità giocate sul sociale. Come può l’arte impadronirsi del mondo dell’industria della moda senza evitare la seduzione che questa esercita sui codici di bellezza imposti di cui siamo a volte vittime inconsapevoli? Basta pensare alle modelle che sembrano manichini, alla dittatura del corpo anoressico: un bodyscape al quale siamo fin troppo abituati e che consente pochi margini all’affermazione e al rispetto dell’individuo.

Nel lessico della moda si può distinguere tra dress e clothing, mentre il clothing si riferisce ai vestiti il dress invece riguarda più la messa in scena dell’abito, il portamento, le combinazioni, le scelte, la teatralità dell’apparire .

Il code, ovvero il codice, indica lo stile, la legge sottostante che comunica la filosofia e le visione del mondo; la decifrazione di questo codice permette di entrare nell’universo della moda da un punto di vista antropologico, di leggerne le identità culturali. Il corpo diviene la scena sulla quale operare e agire per raccontare identità, desideri di libertà. Per questo molti artisti contemporanei, soprattutto attraverso alla ricerca fotografica, hanno scelto il fashion (dal francese façon che corrisponde al verbo facere, nel senso di fare) per indagare le tematiche relative all’identità, alla molteplicità dei linguaggi, in cui mettere in scena una propria lettura del code, mediando e rimescolando le carte dei concepts della moda decodificando consapevolmente e ricreando un nuovo ordine estetico. In questa riappropriazione estetica risiede la libertà comunicativa dell’arte che interpreta le contaminazioni, sente e interagisce con il proprio tempo.

Tra gli artisti in mostra Cindy Sherman è senz’altro quella che nel corso della propria carriera ha esplorato in modo critico il mondo del fashion. I suoi autoritratti esasperati raggiungono esiti grotteschi e comici volutamente pensati per essere contro uno stile imposto, quasi uno specchio di un’informazione trash kitsch, strabordante che rivendica l’identità del soggetto. All’opposto i video di Janaina Tschape ci riportano indietro al  tempo del Faust di Goethe, in cui l’artista rivendica l’esperienza soggettiva e romantica della figura femminile che si perde ma anche si ritrova nella sua reverie .

Dalla nascita della fotografia, nel 1839, i vestiti, e tutti gli accessori erano ripresi nel loro contesto come testimonianza del reale, già negli anni Venti e Trenta artisti come Man Ray, Maurice Tabard e Hans Bellmer cominciarono ad esplorare la valenza simbolica del vestire, per altri invece come Andy Warhol e Frida Kahlo lo stile personale era già un’opera d’arte in se stessa. Barbara Kruger avvertiva nel 1981 in una delle sue celebri opere: “You are seduced by the sex appeal of the inorganic”, andando al cuore della questione e dando un messaggio forte ed esplicito non connivente con il mondo dei codici imposti. Il rischio semmai è quello di adottare strategie più compiaciute, di essere abbagliati dalla fascinazione narcisistica del fashion e quindi di rimanere all’interno del sistema degli stereotipi di massa.  Gli artisti scelti per questa Triennale, molti dei quali sono già stati consacrati delle più importanti Biennali, hanno in comune la volontà di comunicare la trasformazione dei codici imposti dalle costrizioni della morale, sottolineando ciò che si vuole essere e non ciò che si deve essere.

Stefania Carrozzini

D’ARS year 50/nr 201/spring 2010

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